MACHINERY
Degeneration

Etichetta: Last Entertainment Productions
Anno: 2006
Durata: 46 min
Genere: death/thrash


Attivi sin dal 2001, i Machinery, approdano al primo vero full-length "Degeneration" nel 2006, dopo numerosi cambi in seno alla band e la registrazione di ben quattro demotape. La formazione è composta da Michel Isberg, voce e chitarra. Markus Isberg alla chitarra, Per Lindstrom al basso, Johan Westman alla batteria ed infine Fredrik Klingwall alle tastiere.
Tocca a "Salvation For Sale" aprire le danze: tipico pezzo death/thrash, dalle chitarre tirate e distorte, velocità costante e vocals impetuose ed al vetriolo; da notare come le melodie si aprano notevolmente durante i ritornelli, divenendo evocative e dal palese retrogusto metal. "Degeneration", la title-track, non lascia scampo: doppia cassa costante e ritmica cadenzata rappresentano bene il brano in questione, dove le chitarre seppur distorte e veloci, mantengono ugualmente una propria fisionomia, risultando sempre e comunque ben distinguibili tra loro. Ancora una volta i ritornelli lasciano il segno, mutando notevolmente le melodie di fondo e rendendo il tutto di più ampio respiro, grazie a linee vocali decisamente più aperte ed allungate, supportate nell'occasione da un lieve tappeto tastieristico. E' proprio in queste occasioni che fuoriesce prepotentemente lo spirito metal dei nostri, capace di donare un'accattivante marcia in più al brano stesso.
In "River Red", i suoni si fanno molto più compressi e saturi, le chitarre sono superdistorte ai limiti di un certo nu-metal; numerose variazioni di tono e timbro caratterizzano il brano lungo tutta la sua durata, passando agevolmente da bridge arrabbiati e cattivi, a ritornelli ancor più aperti ed evocativi. Da mettere in risalto il buonissimo solo a circa metà brano, ispirato, preciso, perfettamente integrato nel contesto generale.
Quarto brano in scaletta, "Blacker Than Pain"; la velocità prende il sopravvento. Le chitarre cambiano spesso distorsione, passando da fraseggi taglienti a riff molto più asciutti, ed ancora una volta a far esplodere il pezzo ci si mettono i numerosi ritornelli, dalle vocals pulite e dalle melodie immediatamente riconoscibili e dal forte appeal di fondo.
Buonissimi i cambi melodici e di velocità in "Unholy Demon", dove su ritmiche tipicamente e classicamente thrash/death, prendono vita e spunto numerosi accenni melodici, vedi i ritornelli. Il suono ancora una volta risulta asciutto e ben definito, contribuendo non poco alla perfetta riuscita dei soli, ora veloci e taglienti, ora più lenti ed avvolgenti. Michel alla voce, alterna con ottimi risultati screams ruvide ed al vetriolo con vocals pulite, dalle lunghe note e dal giusto sentire.
"Taste Of God" si avvicina tantissimo al buon, vecchio thrash ottantiano; quello senza compromessi e senza inutili fronzoli, capace di colpire dritto al segno, senza doversi inventare niente di nuovo, anzi: velocità, velocità e velocità; chitarre taglienti, suoni generali compressi, doppia cassa implacabile e ritornelli vincenti, dalle belle aperture di tastiera. Bellissimo.
"Rectifier"non cambia di una virgola tutto quello che ho detto finora. Gli ingredienti sono sempre gli stessi, miscelati pressoché allo stesso modo; cercando comunque qualche diversione, qualche cambio di tempo e d'intensità, aiutati in questo dalle tastiere, sempre molto presenti nei momenti più melodici ed accattivanti dell'album. Ancora una volta notevoli i soli all'interno del brano, sorretti da ritmiche cadenzate e martellanti, riconducibili sicuramente a mere reminescenze heavy metal. Pezzo veramente tirato questo, che soprattutto in sede live, potrà far felici i fan più accaniti dell'headbanging più sfrenato. Da segnalare inoltre la lieve, ma significativa, impronta epica del tutto.
Penultimo brano in scaletta, "Falling Through The Grid": un vero e proprio martello pneumatico, uno schiacciasassi impazzito, tanta è la violenza emanata dal brano; rabbia e dolore che vanno ad alternarsi a sprazzi di pura e semplice melodia, dove le vocals si fanno più aperte e le tastiere prendono il sopravvento. Brano questo che riesce a far convivere facilmente le due facce dei Machinery, quella più dura, cattiva, decisamente thrashy e quella invece che si lascia abbandonare alla melodia più sfrenata ed al facile refrain. Bravi.
A concludere questo full-length di debutto ecco arrivare "Satanic Hippie Cannibal"; il suono di una campana si avvicina sempre più, mentre lievi fraseggi di chitarra aprono il pezzo. Ci troviamo quindi di fronte ad un power-ballad, dalle tinte oscure e tenebrose, dove Michel è autore di una buona ed onesta prova vocale, risultando forse un po' debole e giù di corda nei momenti più introspettivi e meno violenti. La ritmica ed il solo finali sono veramente da brividi, melodia metal allo stato puro e niente più. Mai chiusura fu più azzeccata.
In definitiva, che dire? Buon esordio per gli svedesi Machinery, autore di una prova sicura e sincera, con tutte le carte in regola per risaltare nell'enorme bolgia dei gruppi emergenti. Buonissima produzione; ottime idee; buona capacità tecnica; discreta personalità. Le basi su cui costruire un roseo futuro sembrano esserci assolutamente, tocca a loro dar ancora di più, tocca a noi dargli una semplice chance.
(Pasa - Dicembre 2007)

Voto: 7


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