LOUDNESS
Lightning Strikes
Etichetta: Atlantic
Anno: 1986
Durata: 40 min
Genere: Class Heavy Metal
Stranissima creatura questi Loudness, tanto osannati in patria quanto
snobbati all'estero, non ho mai capito le cause, forse la provenienza e
quindi l'aspetto fisico facile da ridicolizzare, oppure il fatto che in
Giappone si tenda troppo facilmente a mitizzare tutto ciò che è di casa,
rendendo diffidenti chi sta al di fuori dei confini giapponesi.
Sta di fatto che i Loudness per tutti gli anni '80 hanno sfornato una serie
di dischi fantastici, tutti da scoprire, difficili da reperire se non di
importazione, ma che varrebbero lo stesso i soldi spesi.
Se agli esordi la band di Akira proponeva un metal di derivazione
acceptiana (vi rimando alla rece di "Law Of Devil's Land"),
personalizzato dalle originali melodie e dall'ottima tecnica
strumentale/compositiva, con l'andare del tempo il sound del gruppo virò
verso territori commerciali o per meglio dire melodici: anche i Loudness come gli
Accept cercarono di esportare la loro musica negli Stati Uniti, ma a
differenza di questi ultimi che fallirono clamorosamente il tentativo sia
commerciale che artistico, i Loudness non ottennero il successo sperato, ma
almeno la qualità musicale era ottima.
Così ad un anno di distanza da "Thunder In The East" (sicuramente l'album più
famoso ma secondo me non il migliore), i Loudness pubblicano l'opera più
riuscita del periodo cosiddetto "americano".
Le ritmiche sono sempre frizzanti e grintose, ma a differenza dei primi
album la produzione è decisamente migliore (fu affidata a Max Norman), i
testi non si affidano più a storie immaginarie ma si atterra nuovamente
nella realtà quotidiana, viene maggiormente rispettata la forma canzone e
logicamente è aumentata la tecnica generale. La voce di Minoru Niihara,
nonostante continui ad essere modulata su tonalità alte, è decisamente
migliorata ed anche la pronuncia inglese, che prima era scandalosa, ora è più
che accettabile, non è ancora perfetta visto che si sente da lontano che è
giapponese, ma si apprezzano i miglioramenti. La sezione ritmica è sempre
mostruosa, ma anche qui, se in passato avevano una maggiore esposizione, ora
bisogna ascoltare più attentamente quello che fanno, visto che sono in
secondo piano rispetto a voce e chitarra, specialmente Masayoshi Yamashita
(basso), che sbuca con i suoi fantasiosi giri quando meno te lo aspetti.
Ma la parte da leone la ricopre sempre lui, Akira Takasaki, non so come farò
a spiegarvi quanto è grande questo chitarrista. Totalmente padrone di quel
pezzo di legno con sei corde, a differenza di tanti suoi colleghi che
all'epoca sbrodolavano note da ogni poro, lui è per me l'esempio perfetto di
guitar hero. Potrebbe correre a più non posso sulla tastiera della chitarra,
ma sa che non servirebbe a nulla, e riesce a comporre canzoni lineari ma
complicate, in cui ogni ritmica è studiata per rendere al meglio, utilizzando
quelle piccole sfumature che rendono una cosa ottima, fantastica.
Per non parlare di quando ha a disposizione quella manciata di secondi per
realizzare i suoi strepitosi assoli: feeling, tecnica, calore e colore si
fondono insieme, vi dico solo che realizza quei rari assoli che solo pochi
sanno fare, di quelli che ti obbligano a fermarti, qualsiasi cosa si stia
facendo, perché si è totalmente rapiti da tale bellezza.
Un gruppo di tale caratura non poteva che generare un ottimo album con
spunti notevoli, un miscuglio tra l'heavy rock dei Van Halen, con il class
metal del periodo (Ratt e Dokken prima di tutto), logicamente filtrato da una
personalità non indifferente. In certi casi si possono udire anche i Rush,
come in "Who Knows", "Street Life Dream" o "Complication", con i loro
arpeggi aperti e ariosi ed il modo particolare di usare la voce di Niihara.
Il successo come previsto non arrivò, ma non importa, quello che conta è la
qualità elevata di "Lightning Strykes" e la speranza che un giorno vengano
ristampate queste gemme musicali.
Io nel mio piccolo ho cercato in uno straccio di recensione di farvi
sentire i "profumi" perduti di una musica immortale (che frase!!!).
(carma1977 - Agosto 2002)
Voto: 9
Non ho mai apprezzato la svolta americaneggiante
dei Loudness, li preferivo fino a "Thunder In The East", poi secondo me si
sono smarriti cercando il successo commerciale negli USA,
cambiando addirittura cantante. Il disco non è una schifezza totale,
possiede dei buonissimi spunti e dei grandi musicisti, ma prima era un'altra
musica.
(metalchurch - Agosto 2002)
Voto: 6.5
Quest'album e' troppo americano per i Loudness! Dov'e'
finita la velocita' scomposta dei primi album?? Non e'
che sia un brutto disco, e in qualche modo ascoltandoli
si riconosce che sono loro... pero' le canzoni di questo
disco scivolano via una dietro l'altra senza mai accendersi
veramente. Sono gradevoli, e la voce di Nihara e' sempre
bella da sentire, ma non c'e' molto piu' che questo.
(Mork - Settembre 2002)
Voto: 6