KVIST
For Kunsten Maa Vi Evig Vike

Etichetta: Avantgarde Records
Anno: 1996
Durata: 38 min
Genere: Black Metal


Ecco una delle band più misteriose che la Norvegia abbia mai partorito. "For Kunsten Maa Vi Evig Vike" è l'unica testimonianza che i Kvist ci hanno lasciato, al di là di un demo datato 1995, ma che risulta ormai introvabile. In seguito la band ha fatto perdere le proprie tracce e si è sciolta.
Nel libretto del CD non c'è alcuna indicazione riguardo le identità di chi si cela dietro questo monicker, dato che non è riportata la formazione della band, così come non sono presenti ringraziamenti, testi etc. Ci sono solo la track-list e un cenno su dove e quando quest'album è stato registrato, ovvero agli Endless Sound Studio di Oslo, nel 1995. Comunque, posso segnalare che la band si è formata nel 1993, e in questo disco hanno suonato Tom (voce e basso), Hallvard Vergrimm (chitarra e tastiere) ed Endre (batteria).
Nonostante il numero incredibile di gruppi che la Norvegia abbia partorito negli anni novanta, i Kvist si sono distinti per aver dato alla luce un disco originale e personale, profondamente legato alla propria terra d'origine. Si tratta di un Black melodico e violento al tempo stesso, ma non per questo commerciale: a melodie malinconiche e tristi, talvolta dai toni solenni, create sia con le chitarre, sia con l'ausilio delle tastiere, sono affiancate parti più aggressive e furiose. Il risultato finale è un connubio di senzazioni forti, fredde ed angoscianti, che a volte vengono travolte da un turbine di violenza e maestosità. I riff sono tutti ben studiati, alcuni più articolati, altri più diretti e scarni, ma che lasciano trasparire buone doti compositive e una marcata personalità. Il basso non si limita a fungere da semplice accompagnamento, ma talvolta emerge come solista oppure si intreccia alla chitarra in un modo abbastanza inconsueto per il Black. Nulla di così fuori dai canoni, sia chiaro, tuttavia questi elementi lasciano trasparire una ricerca di originalità da parte del trio.
Le sei canzoni che compongono questo disco sono stilicamente molto vicine tra loro, senza però arrivare al punto da non riuscire a distinguere le une dalle altre. Ogni singolo pezzo brilla di una luce propria, inconfondibile, una luce gelida e scintillante, che richiama la purezza dei cieli nordici e delle magnifiche foreste norvegesi.
"Ars Manifesta" si presenta con ritmiche veloci e riff freddi, ma incorpora nella sua struttura anche un breve intermezzo più calmo e melodico, in seguito al quale riemerge la furia che ha contraddistinto l'inizio della canzone.
Ancor più brutale è l'impatto col quale esplode "Forbannet Vaere Jorden Jeg Går På", ma che ben presto lascia spazio ad una parte centrale più ragionata e sentita, introdotta da un giro di basso, che emerge come solista in un paio di circostanze. Nel finale la band accelera nuovamente, terminando il pezzo con una carica devastante.
All'esordio martellante ed ossessivo di "Stupet" fa seguito un crescendo di malinconia dovuto prima all'innesto delle tastiere e poi ad una serie di fraseggi chitarristici, che si fanno via via più tristi ed angoscianti. Nel finale, però, l'atmosfera di questo brano si fa più distesa e rilassata, quasi epica.
"Svartedal" prosegue su questi canoni, supportata da ritmiche mai veloci, mentre nel finale si fa più violenta e maligna, grazie ad una leggera accelerazione.
L'incedere lento e malinconico che "Min Lekam Er Meg Blott En Byrde" ha da principio sfocia in un crescendo di velocità e violenza; tuttavia, la canzone è molto lunga ed articolata ed affianca sfuriate tipicamente Black a momenti più atmosferici e nostalgici. Non ci sono cedimenti, al di là di tutto, nei dieci minuti di durata di questo pezzo.
In conclusione troviamo "Vetternetter", giocata su melodie dai toni epicheggianti e severi allo stesso tempo. La brutalità con cui si presenta richiama le prime due tracce del disco, mentre in conclusione l'atmosfera si fa più malinconica ed afflitta, grazie anche all'accompagnamento delle tastiere, che si presentano apparentemente solari, ma che nascondono una nota di tristezza e sconforto che pervade un po' tutto il disco.
Nell'arco di queste sei canzoni emergono alcuni riferimenti a gruppi come Satyricon e Dimmu Borgir (fino a "Inn I Evighetens Morke"), specie per quanto riguarda i riff e gli accompagnamenti di tastiera. Anche la voce, bassa e rauca, a tratti malefica, richiama leggermente quella di Satyr, pur essendo più grave ed oscura. Alcuni versi sono quasi sussurrati, in un tono malvagio e severo. Va detto che le tastiere, in questo disco, non giocano un ruolo centrale, bensì (fortunatamente, oserei dire) emergono solo a sprazzi, per accentuare certe melodie e ricreare un'atmosfera più densa e palpabile.
"For Kunsten Maa Vi Evig Vike" è suonato davvero bene, e gode di una produzione eccellente: al di là dei suoni nitidi, che comunque non vanno ad intaccare l'anima gelida del disco, non si può non notare un perfetto equilibrio tra basso, chitarra, voce e batteria, tutti facilmente distinguibili. Nessuno prevale sugli altri, e neppure gli inserti di tastiera vanno ad offuscare gli altri strumenti. Le chitarre sono ruvide, il basso risalta grazie ad un suono cristallino, mentre la batteria non stona minimamente nel contesto, grazie ad una produzione, come detto, impeccabile. Le canzoni sono tutte sullo stesso livello, ben strutturate e molto coinvolgenti; segnalarne una in particolare sarebbe solo una questione di gusti.
In conclusione, quest'album è uno dei più begli esempi di Black norvegese usciti lo scorso decennio, emozionale ed aggressivo come raramente si è sentito altrove. Forse non ha ottenuto l'attenzione che meritava, essendo stato pubblicato quando ormai la scena Black aveva già detto molto e stava subendo una svolta troppo commerciale. A distanza di anni, credo sia giusto riscoprire certi lavori meritevoli come quello in questione, anche perché non è un'uscita introvabile, ma ancora presente in catalogo presso molti mailorder e a prezzi interessanti. Non si tratta di un disco indispensabile, visto che non ha influenzato il corso della storia e non contiene pressoché nulla di innovativo, ma sicuramente non dispiacerà averlo nella propria collezione.
(BRN - Aprile 2004)

Voto: 8.5