KEVORKIAN
Immortality In Culture

Etichetta: autoprodotto
Anno: 2002
Durata: 56 min
Genere: death metal


I Kevorkian si sono formati nel 1997 a Boston, ma a partire dal 2001 si sono spostati a New York. L'anno successivo Brad Kensinger (chitarra e voce), Neal Davis (chitarra) e Chris Janus (batteria) hanno registrato il loro album di debutto, "Immortality In Culture", che ha ricevuto critiche assai positive.
L'album contiene la bellezza di dodici canzoni per quasi un'ora di durata complessiva. Lo stile del gruppo è un death metal lento, cadenzato, a volte sofferto e a volte più fluido e scorrevole. E' un modo di concepire questo genere musicale che nasce direttamente dai primi anni novanta, tuttavia incopora alcuni elementi attuali ed è proposto secondo un approccio abbastanza moderno. I riff stoppati sono in maggioranza, tant'è che le pause sono davvero numerose. Ciascuno strumento lavora in funzione della pesantezza, puntando soprattutto a creare riff massicci sostenuti da una sezione ritmica altrettanto solida. Il cantato consiste in un growl basso e la batteria è sempre martellante. Non di rado, però, il gruppo si concede alcune battute più melodiche, magari inserendo pure qualche assolo effettato, mentre le accelerazioni sono assai circoscritte: ci sono in più di una canzone, ma sono assai circoscritte.
Nonostante i riscontri positivi ottenuti dall'album, "Immortality In Culture" non mi ha particolarmente impressionato. Il motivo principale sta nella ripetitività della proposta: la musica dei Kevorkian deriva da una combinazione sbilanciata di pesantezza (tanta) e melodia (poca) che impedisce al gruppo di variare il proprio modo di esprimersi. Il continuo ricorrere a pause e riff spezzati fa sì che i brani manchino di dinamicità e siano privi di spunti in grado di caratterizzarli. Per suonare un genere così senza risultare monotoni si deve avere molta più fantasia, più classe nel comporre giri in grado di far presa e nell'accostarli ricorrendo a soluzioni differenti, magari spendendo un po' più di tempo anche in fase di arrangiamento. Ai Kevorkian, invece, mancano sia i riff davvero belli, sia una certa dose di imprevedibilità. Non da ultimo, vanno annoverati anche alcuni cambi troppo forzati.
Il terzetto ha un suo stile, mette in mostra una discreta personalità, ma non riesce a rinnovarsi tra una canzone e l'altra, se non occasionalmente. Per questo motivo, un album così lungo alla fine risulta abbastanza piatto e monotono; salvo alcune eccezioni non riesce a mantenere elevato l'interesse dall'inizio alla fine, neppure dopo numerosi ascolti. "Predator" è l'unica canzone in grado di dire la sua dall'inizio alla fine, per il resto troviamo qualche spunto isolato degno di nota e tanti momenti non particolarmente riusciti, insipidi o noiosi.
In secondo luogo, la produzione non mi ha convinto. Gli strumenti sono equilibrati, ma il suono è strano, specialmente il rullante. E' una produzione particolare, diversa dal solito, ma non mi è piaciuta, anche perché il suono non è così grosso come dovrebbe essere, visto il genere. Manca di calore e profondità. Più bella la veste grafica: in copertina sono accostati dei globuli rossi e la veduta su una città moderna, il tutto con tonalità rosse, molto accese, che si contrappongono al grigio neutro dello sfondo.
Dopo "Immortality In Culture", il gruppo ha partecipato ad un paio di compilation e nel 2006 è tornato sulle scene con un nuovo demo,del quale avrete presto una recensione. Lo stile si è evoluto ed ora è decisamente più intricato.
(BRN - Marzo 2007)

Voto: 6


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