KAOS KREW
Devour
Etichetta: TopRecords
Anno: 2006
Durata: 41 min
Genere: industrial / gothic metal
Le sorprese non finiscono mai; l'ho provato più volte sulla mia pelle e
spesso, volentieri, in ambito musicale. I Kaos Krew mi hanno sorpreso
notevolmente: un qualcosa di totalmente inaspettato e coinvolgente,
semplice, atmosferico. Un piccolo, prezioso gioiello che giunge a noi
dalla lontana e fredda Finlandia, carico di malinconia e tristezza,
dall'incedere disperato e opprimente, che però riesce assolutamente ad
entrarti dentro, a colpire nel segno ed a rendere il suo ascolto un
viaggio livido e sincero dentro noi stessi, nei cupi meandri della
nostra coscienza.
"Trust Me" è aperta da una ritmica martellante, quasi tecno, dove
lunghi tappeti tastieristici accompagnano chitarre serrate, pesanti e
corpose; tornano subito alla mente i Rammstein, con le loro andature
marziali e dal passo sicuro. Non vi è un vero e proprio cantato, se non
alcune frasi sconnesse, filtrate ed appena accennate, che non fanno
altro che rimarcare la triste melodia del tutto.
Giunti a metà pezzo ecco che dal nulla prende il via il solo di
Goran alle chitarre, melodico, ficcante, incisivo, tagliente, in
continuo crescendo, ben sorretto dall'intero impianto musicale, sempre
avvolgente e pieno. Sicuramente un ottimo inizio.
Secondo pezzo in scaletta, "Inflamed": la struttura portante del
pezzo non si differenzia molto da quello precedente, ritmica piena e
corposa, dalla batteria cadenzata e martellante, con le tastiere in
primissimo piano, dal vago sentore e sapore tecno; le chitarre sono
sempre e comunque pesanti, robuste e cadenzate, buon appoggio per i
soli, ancora una volta stupendi, orecchiabili, melodici,
dall'innegabile impronta hard rock, classica e vincente. Di nuovo non
vi sono cantati, solo profondi vocalizzi in lontananza. La mancanza di
vere e proprie linee vocali non si sente affatto, il brano possiede una
vita propria, una propria e ricca personalità e più volte lungo la sua
durata sono la tastiera, i samplers e le chitarre a sostituire
vicendevolmente i cantati stessi. Da segnalare l'ottimo connubio sia di
suoni che di armonizzazioni tra le chitarre e le tastiere, sempre in
lotta tra loro, come se volessero l'una primeggiare sull'altra e
viceversa, andando a creare un fiume sonoro in continuo ed
inarrestabile movimento.
Eccoci quindi arrivati alla title-track, "Devour". Brevi inserti di
sintetizzatore aprono il tutto, le chitarre hanno un andatura marziale,
decisa e potente; le tastiere stavolta sono in sottofondo, accompagnano
con plumbei tappeti. Novità, primo vero brano cantato: le linee vocali
delle strofe non sono un gran che, la voce di Ulf è ruvida, grezza,
strascicata, evocativa; di altra caratura sono i ritornelli, dove più
voci danno vita a melodie coinvolgenti e convincenti, dove di nuovo la
forte influenza hard rock fuoriesce prepotentemente, andando a
ricordare numerosi gruppi hard / glam rock fine anni ottanta. Stupendo
ed assolutamente in tema il solo finale, che ti entra veramente dentro,
che vorresti riascoltare più volte e che ti riporta indietro di tanti e
tanti anni. Grandissimo pezzo questo.
Un tipico inizio alla God Lives Underwater caratterizza il brano
successivo, "Coffin Nails": inserti sintetici in primo piano, chitarre
fluide, avvolgenti, dal suono non troppo robusto e potente ed una
ricerca melodica sui cantati, ritornelli soprattutto, che non ha
eguali; sempre puntuale nei cambi, note lunghe e sostenute, con le
partiture che ricoprono l'intera metrica ed i suoi accenti. Grande
importanza in quest'occasione l'hanno sicuramente le tastiere, che pur
non risultando eccessivamente invadenti, riescono a sorreggere e a dar
risalto all'intero impianto sonoro, dando appoggio e slancio alle
chitarre ed alle vocals più di una volta. Il tutto contribuisce a dar
vita a crescendi emozionali notevoli e penetranti. Tocca ripetermi:
stupendo il solo sul finale, lungo, articolato, diviso in più parti, a
volte lento e spigoloso, altre veloce e fluido. Ineccepibile.
"Fat Chance" parte alla grande, duro e deciso; gli inserti tecno
sono di nuovo in primo piano, ma senza invadenza. Il brano acquista
pian, piano potenza e slancio, grazie all'ennesimo buon solo di Goran
alle chitarre ed ai successivi interventi di tastiera e programming di
Ulf, per poi proseguire spedito sino alla conclusione in fade out.
Breve ma incisivo.
Inserti di musica orientale, indiana, danno il via a "Belly
Dancer", dove sono di nuovo le tastiere e le chitarre a farla da
padrone, giocandosi il ruolo di protagonista in più di un' occasione,
con soli convincenti da entrambe le parti, dal lieve sentore spaziale e
psichedelico, con lontani echi orientaleggianti e dal gusto retrò. I
numerosi cambi d'intensità e velocità rendono il brano vivo ed
apprezzabile, donandogli una forma canzone, se pur essenziale, dalla
notevole carica melodica. Il tutto si sprigiona con una certa
continuità, in crescendo, sino allo stop finale, inaspettato, lasciato
in mano ai vari suoni iniziali.
Suoni dallo spazio profondo, provenienti da un astronave in
avaria, immersa nella solitudine stellare, danno il via a "Greed".
Fanno di nuovo capolino le vocals di Ulf, ancora una volta interpretate
in maniera sommessa, come se fosse un semplice narratore intento a
raccontarci una qualsivoglia storia. Tutto è costruito ed imperniato
intorno al solo centrale, fondamentale, di Goran: non trovo più gli
aggettivi adatti per poterne descrivere l'enorme capacità
interpretativa e l'immane senso melodico che riesce a sprigionare con
la sei corde; più volte ho mandato indietro il lettore solo per poter
riascoltare questo solo, avvincente, pieno di energia, genuino, con
quella triste melodia in sottofondo che solo da Chris Oliva dei grandi
e mitici Savatage ho sentito, in passato, emanare; intendiamoci Chris
era di un altro pianeta, ma la dolce sequenza di note che giunge a noi
da questi soli lo ricordano assolutamente.
Un martello pneumatico in sottofondo apre "Electrified", di nuovo
preda di sintetizzatori e programmino vari, inserti di tastiera onirica
e spaziale, per non parlare delle chitarre, martellanti, cadenzate e
dal suono tagliente. La struttura del pezzo ricorda molto a mio parere
certe colonne sonore degli inizi anni novanta, dove i soli andavano ad
evidenziare momenti topici dei film in questione, innalzandone
l'epicità ed il profondo senso emozionale. Altro piccolo gioiello, che
in poco più di tre minuti riesce a dar sfogo ed a condensare tutti i
tratti essenziali della musica dei Kaos Krew.
Nono pezzo, "Pain". Chitarra acustica e pianoforte ci introducono
in un altro mondo, in un universo parallelo, dove chitarre distorte e
taglienti ti lacerano le carni e non ti danno scampo e dove solo il
dolore può dar sfogo alla tua sofferenza. I suoni si fanno più cupi e
ribassati, entrano in gioco sonorità seventies, rivisitate e corrette,
arricchite di una forte carica ed espressione spaziale e psichedelica.
Figuratevi che in taluni passaggi e momenti, palese e sincero è
l'accostamento sonoro dei nostri ad un'altra delle icone di un certo
metal oscuro e cupo, i mai troppo compianti Type O Negative-era
"October Rust" per intendersi, quella maggiormente evocativa e
malinconica. Grandi.
Penultimo brano purtroppo. "A Visit At Belmonte". Ascolto l'inizio
del pezzo e mi accingo velocemente a guardare il CD all'interno del
lettore, no, non mi sbaglio sono sempre loro i Kaos Krew; per pochi
istanti, ma decisivi, pensavo di star ascoltando i Paradise Lost di
"Icon" , con il loro tipico suono di chitarra, così lontano rispetto
all'ambiente generale, così tagliente, melodicamente pregno di atavica
sofferenza, pungente e ferale. Intorno a tale riff, più volte ripreso e
reinterpretato si svolge il tutto, ed il tutto è compiuto con l'unico
scopo di esaltare e porre in primo piano la malinconica e triste
melodia dei riff di chitarra. Straziante.
"Nuttertools" è un vero martello; incessante, ricca di samplers,
programming, inserti di sintetizzatore. Una leggera chitarra funky fa
da sottofondo al tutto, poche e banali linee di cantato spezzano ogni
tanto l'atmosfera, mentre ancora una volta diviene assoluta
protagonista la sei corde di Goran, i cui soli non possono lasciar
indifferenti, melodicamente ineccepibili, emozionanti, convincenti,
sviluppati lungo lenti crescendo che ne esaltano la compattezza e la
fluidità di suono ed esecuzione; e che, in definitiva, non possono far
altro che colpirti dritto al cuore.
Siamo giunti, per nostra enorme sfortuna, alla conclusione di
questo egregio e superbo lavoro. La sorpresa che mi ha colto
inizialmente ancora trova difficoltà a scemare, tale è la carica e la
potenza melodica che il lavoro di questi tre ragazzi sprigiona. E' un
lavoro questo, essenzialmente strumentale, dove sono la chitarra e le
tastiere a dettar legge, dove non si incorre assolutamente in
ripetitività di sorta, anche se forse sarebbero da rivedere le fasi
introduttive di qualche brano, spesso troppo simili tra loro. Sul
volantino che mi è giunto insieme al CD i Kaos Krew sono descritti
essenzialmente come un gruppo industrial metal, aggettivo questo che mi
permetto di non condividere sino in fondo: certo l'utilizzo di
samplers, di progamming e basi sintetiche è preponderante ma non può
essere solo questo a contraddistinguerne le sonorità, che invece più
volte, risultano avvicinarsi "pericolosamente" all'hard rock più
classico ed ad un heavy metal più cupo e pesante, dalle forti
connotazioni gotiche. Se tutte le sorprese fossero così liete ed
avvincenti allora viva le sorprese; non sempre lo sono purtroppo, anzi;
ma vale la pena subirle, viverle ed accettarle se poi alla fine, tra
tutte, ve ne sono alcune come questa. Bravi e grandi Kaos Krew.
(Pasa - Gennaio 2006)
Voto: 8.5
Contatti:
Mail Kaos Krew: info@kaoskrewmusic.com
Sito Kaos Krew: http://www.kaoskrewmusic.com/
Sito Top Records: http://www.toprecords.fi/