JERICHO
Jericho
Etichetta: Red Bus Records(vinile)/Repertoire Records(CD)
Anno: 1972(vinile) / 1990(CD)
Durata: 38 min
Genere: hard rock con influenze prog/psichedeliche
Questa volta ho voluto veramente complicarmi la vita, estraendo
dall'enorme calderone della musica degli anni '70, un prodotto che già
alla sua uscita, nel 1972, poteva considerarsi underground. Se
aggiungiamo l'aggravante che sono passati ormai 35 anni da allora,
posso tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte ad un vero e
proprio pezzo d'antiquariato. Un reperto però di grande valore e per
fortuna, grazie alla ristampa su CD ad opera della preziosissima
Repertoire Records nel 1990, anche di non difficile reperibilità.
Purtroppo, nonostante la buona volontà di questa etichetta, il compact
non è accompagnato da nessun booklet, ma solo da un semplice foglio che
riproduce il fronte e il retro della copertina originale. Inoltre,
scoperta dell'ultima ora, è stato da poco messo fuori catalogo, ma
ancora reperibile nei siti più tosti del web: Amazon.com, Play.com,
MusicStack.com, a prezzo ragionevole (dai 12 ai 18 euro circa, mentre
il vinile supera i 130 euro!!).
I Jericho iniziano la loro carriera come The Churchills, alla fine
degli anni '60, suonando pop/rock psichedelico nella loro terra natale,
Israele. Quando si trasferiscono nel Regno Unito cambiano il nome in
Jericho Jones e in seguito semplicemente in Jericho, oltre ad orientare
il genere della musica proposta verso l'hard rock con influenze prog e
qualche guizzo di psichedelia qua e là. L'album di cui voglio parlarvi
è la loro ultima prova prima dello scioglimento e rappresenta
sicuramente il loro capolavoro. A parte Robb Huxley, chitarra e voce,
gli altri elementi della band: Danny Shoshan, voce e congas, Mike
Gabriellov, basso e voce, Halm Romano, chitarra, organo e mellotron e
Ami Triebich, batteria, sono tutti di origine israeliana. In generale
"Jericho" suona come un buon album di hard rock di quel periodo (Deep
Purple, Iron Butterfly), suonato da musicisti molto preparati
tecnicamente che lasciano spazio anche all' improvvisazione,
influenzato dal prog rock nel modo di utilizzare il mellotron e parti
orchestrali, con un cantante dalle caratteristiche vocali molto simili
a quelle di Roger Daltrey degli Who. Le cinque canzoni che lo
compongono sono gioielli di rara bellezza e raffinatezza, dove ogni
particolare è semplicemente perfetto. E' un peccato che un album così
importante sia stato quasi completamente dimenticato; anche io l'ho
scoperto in ritardo grazie alla ristampa e già al primo ascolto sono
rimasto a bocca aperta, riconoscendo l'opera di tanti gruppi prog metal
dei nostri giorni in alcuni passaggi e soluzioni stilistiche già
adottate dai Jericho più di tre decenni fà. In questo senso è un
esempio perfetto "Ethiopia", la canzone di apertura, dall'inizio molto
prog rock in cui si alternano passaggi molto tecnici a momenti
particolarmente hard. Evidente anche l'influenza della musica etnica
del loro paese di origine, che del resto si sposa benissimo con il
titolo della composizione. Quando la voce potente e roca al punto
giusto di Danny Shoshan si unisce la lavoro della band, la canzone
acquista un tiro micidiale molto vicino ai pezzi più aggressivi di Deep
Purple, Hard Stuff e Atomic Rooster. Raccoglie tutte le caratteristiche
dell'hard anni '70 "Don't You Let Me Down", una delle canzoni più corte
dell'album; piacevole e immediata, anche se risulta evidente che la
band rende di più sulla lunga distanza, quando è maggiore il tempo per
esprimersi in modo completo. Ad avvalorare questa ipotesi arrivano i
quasi dieci minuti della seguente "Featherbed", più tranquilla e
dall'atmosfera sognante che contiene un'ampia sezione dedicata all'ego
dei singoli componenti della band. Perfettamente a loro agio con
l'improvvisazione e il jazz-rock gli strumentisti dei Jericho sfoggiano
grande classe e gusto, senza mai annoiare, cosa che non posso affermare
con altrettanta certezza riguardo a tanti altri loro colleghi
dell'epoca. Gli oltre otto minuti seguenti sono occupati dalla canzone
probabilmente più riuscita dell'album, "Justin And Nova". L'incedere
particolarmente prog, ala King Crimson di "In The Court...", è
introdotta dal suono di un disco volante in fase di atterraggio. In
effetti, anche grazie all'utilizzo impeccabile di parti orchestrali, la
composizione andrebbe benissimo come colonna sonora per un film di
fantascienza: ideale è ascoltarla mentre vi leggete un bel libro di
questo genere. La melodia del cantato particolarmente accattivante e
immediatamente memorizzabile, insieme a quella intrecciata dal
mellotron rendono "Justin Snd Nova" indimenticabile e da tramandare
alle generazioni future. Chiude l'album la lunghissima "Kill Me With
Your Love": i primi tre minuti, relativamente tranquilli ma carichi di
tensione, sono un'introduzione in crescendo a una composizione potente
e molto dura. Anche in questo caso le linee melodiche del cantato sono
messe in evidenza dall'ottimo Shoshan, mentre è da sottolineare il
fantastico assolo di chitarra di Halm Romano (o di Robb Huxley... chi
può dirlo...) , terminato il quale rimane solo il piano a creare
l'atmosfera magica che porta versa la chiusura delle danze.
E' con un po' di tristezza che ogni volta ripongo il CD nella sua
custodia, pensando a quante altre ottime canzoni avrebbero potuto
regalarci i Jericho, se solo fossero stati un po' più fortunati e
avessero avuto all'epoca un seguito maggiore. Del resto è quello che è
accaduto a tante altre validissime band degli anni '70: Dust, Leaf
Hound, Hard Stuff, Warhorse, Quatermass, etc., ignorati dalla critica e
dal grande pubblico in quegli anni e riscoperti solamente ora,
attribuendo finalmente alla loro musica il giusto valore artistico e
storico. Dopo lo scioglimento della band i musicisti che ne facevano
parte scompaiono senza lasciare altre testimonianze e non si hanno più
notizie del loro destino. Forse anche loro finiti ad infoltire le file
dei vecchi hippies che vagano nei sobborghi di Londra.
(J.L. Seagull - Ottobre 2007)
Voto: 9