IMMORTAL
Damned In Black

Etichetta: Osmose Productions
Anno: 2000
Durata: 36 min
Genere: black metal


Il cambiamento stilistico avvenuto con "At The Heart Of Winter" (vedi recensione) divise i fan degli Immortal. Per i soliti intransigenti l'album rappresentò un tradimento, una specie di svolta commerciale. Altri invece accettarono di buon grado la novità e la band norvegese guadagnò molti nuovi ascoltatori.
In vista di un tour imminente, Abbath e Horgh si misero alla ricerca di un bassista che li aiutasse in sede live. La scelta ricadde su Stian, in arte Iscariah, già negli Enchanted (poi nei Kaos Logic). Nel febbraio del 1999 egli entrò in pianta stabile nel gruppo e presto ebbe modo di dimostrare le sue qualità esibendosi al No Mercy Festival Part III e all'At The Heart Of Winter French Tour. Va segnalata anche una serie di concerti in Nord America, dove gli Immortal furono penalizzati dal cattivo lavoro degli organizzatori (cancellata una data in Canada; pessimo mixaggio al March Metal Meltdown nel New Jersey).
A ottobre il trio entrò negli Abyss Studios di Peter Tägtgren, dov'era già stato registrato l'album precedente. Una scelta più che ovvia visti gli ottimi risultati ottenuti l'anno prima. Inoltre tra Peter Tägtgren e Horgh era nata una buona amicizia, rafforzata da una grande stima artistica. E' in quel periodo che i due incominciarono a discutere sull'eventualità di una collaborazione per il progetto Pain, destinata in futuro a concretizzarsi.
Il 14 ottobre del 1999 una tragico evento sconvolse la scena black norvegese: il suicidio di Erik Brødreskift, in arte Grim. Batterista dei Gorgoroth (su "The Last Tormentor" e "Under The Sign Of Hell") e dei Borknagar (primi tre album), aveva militato anche negli Immortal dall'ottobre del 1993 al luglio del 1994 (vedi recensione "Pure Holocaust"). La notizia lasciò amareggiato anche Abbath. Questo fu il suo commento in un'intervista apparsa sul numero 12 di Unrestrained!: "Era un ottimo ragazzo. Sapevamo che fosse un maniaco depressivo. Quando suonava con noi, era successa la stessa cosa. Si prese una bella overdose di pillole e Demonaz fece appena in tempo a portarlo in ospedale. Ho saputo che ci ha riprovato un paio di volte dopo quella. Veramente, non ne sono rimasto molto sorpreso perché sapevamo bene quanto soffrisse di depressione".
Nel febbraio del 2000 il nuovo album, intitolato "Damned In Black", vide finalmente la luce. Le registrazioni erano terminate giusto un mese prima. Tutte le composizioni portavano la duplice firma di Abbath e Horgh. "Damned In Black" si dimostrò sin dall'inizio la degna celebrazione dei dieci anni di attività della band norvegese. Un mix tra la brutalità delle origini e il suono più catchy caratteristico del nuovo stile. La ciliegina sulla torta avrebbe dovuto essere il box antologico intitolato "Perfect Vision", che però non vide la luce nell'immediato.
Quest'album fu l'ultimo pubblicato dalla Osmose Productions. Dopo nove anni di salda collaborazione, gli Immortal decisero di cambiare aria per accasarsi presso la Nuclear Blast. Sempre nello stesso anno Iscariah venne contattato da Killjoy, la mente degli americani Necrophagia, per suonare in un bizzarro progetto death/black chiamato Wurdulak. Non bisogna dimenticare che Killjoy stava frequentando spesso la Norvegia per via degli Eibon, un supergruppo che proprio allora vedeva pubblicata la sua unica incisione ufficiale, la traccia "Mirror Soul Jesus" apparsa nella compilation "Moonfog 2000".
Nel 2001 "Damned In Black" venne eletto miglior album metal dal giornale Alarm. Gli Immortal incominciarono a pensare all'album successivo ma nel frattempo parteciparono ad una compilation-tributo ai Mayhem: "A Tribute To Mayhem: Originators Of Northern Darkness" (Avantgarde). Il brano che coverizzarono fu "From The Dark Past".
Con "Damned In Black" gli Immortal ritornano alla copertina vecchio stile, ovvero al ritratto degli artisti. Il logo è quello nuovo. I colori sono molto scuri: lo spettro varia dal nero al rosso cupo. Questo è il commento di Abbath riguardo alla copertina: "In "At The Heart Of Winter" eravamo un duo e non volevamo presentarci nella front cover. Volevamo che solo la copertina di "Battles In The North", con me e Demonaz, fosse un'eccezione. [...] Abbiamo ricevuto l'offerta da Oslo di utilizzare questo pittore professionista, veramente bravo; abbiamo visto cos'aveva fatto per l'album "Ugra-Karma" degli Impaled Nazarene. Gli ho dato delle idee per la copertina, mi ha mandato uno schizzo che mi ha fatto dire: "Ottimo! Vada per questo!". Quando ho visto l'opera conclusa, era veramente maestosa".
Il libretto è di dodici pagine: contiene i testi e le foto dei musicisti. Il vecchio logo degli Immortal compare sulla felpa indossata da Abbath. Nell'ultima pagina vi è scritto: "Concept lirici: Demonaz & Abbath (Viaggiando con la mente nei sentieri più oscuri...)". Appare per la prima volta anche l'indirizzo del fan club francese degli Immortal. Di "Damned In Black" è uscita anche un'edizione limitata di 15.000 copie.
"Combatti tutte le terre / E' il trionfo delle età / Gli imperi cadono per mano mia / Nel trionfo delle età": questi versi ben rappresentano il tema generale del testo di "Triumph". Si tratta di una canzone violentissima, introdotta da alcune voci che urlano nella distanza. Sin dalle prime battute si capisce che "Damned In Black" è di tutt'altra pasta rispetto ad "At The Heart Of Winter". Il riffing della chitarra presenta forti cadenze thrash; la sezione ritmica è letteralmente uno schiacciasassi. La prova di Horgh è di una potenza devastante; il basso di Iscariah è un pulsare frenetico ed indomabile. Terminata la prima parte, costituita a sua volta da due sezioni ripetute un paio di volte, vi è un breve intervallo strumentale concitato. Improvvisamente il ritmo rallenta un po' mentre, in sottofondo, intervengono delle tastiere utili a dare più profondità al suono. Questa seconda parte è contraddistinta da un feeling più malinconico e, in generale, è più melodica. Si può indovinare una leggera influenza dei Bathory. "Triumph" riparte poi da capo, come da tradizione, per concludersi repentinamente.
"Wrath From Above" è un canto di morte, una minaccia contro l'umanità. E' un proclama d'ira che proviene dal nord più estremo. Il ritmo è meno esagitato rispetto a "Triumph" ma la pesantezza del suono è invariata. I riff sono scolpiti nel ghiaccio. Il growling di Abbath, nonostante non sia rauco come al solito, è carico di rabbia. Nonostante sia da poco negli Immortal, Iscariah dimostra una grande sicurezza: sembra che faccia parte della band da anni! A un certo punto la canzone rallenta, creando atmosfere inquietanti e striscianti. Il trio suona in maniera molto controllata, senza dare libero sfogo all'istinto ma mantenendo comunque un tiro invidiabile. Nel finale si segnala un assolo completamente atonale di Abbath.
"Against The Tide (In The Arctic World)" è un capolavoro. Il riff iniziale è saltellante e in staccato, vivace nel suo incedere. Ad esso si contrappone quello che diventerà il motivo del ritornello principale, questa volta in legato e dall'andatura strascicata. Quando Abbath inizia a cantare, la band si adatta ad un accompagnamento avvincente. Si succedono strofa, ritornello e strofa mentre le tastiere intervengono sporadicamente, solo come coloritura. Il brano si sviluppa in nuovi temi e variazioni ritmiche che passano dal classico ritmo saltellante al blast-beat. "Against The Tide" è una traccia veramente eroica, non freddissima ma al tempo stesso ostile e distante. Nella classica ripresa finale Abbath si lancia in un nuovo assolo e la traccia si conclude sfumando sul riff del ritornello. Veramente una grande prova da parte della band norvegese. Un brano equilibrato in ogni sua parte, perfetto.
"My Dimension" è in possesso di uno dei più bei testi scritti da Demonaz: è un invito suadente a visitare le dimensioni più oscure della mente. Poche immagini dipingono un quadro estremamente vivido: in questo caso l'ex chitarrista dimostra di aver fatto grandissimi passi in avanti come scrittore. La canzone è essenzialmente divisa in due parti: la prima più violenta, sorretta da un ritmo martellante; la seconda più lenta e melodica, dai tratti quasi viking (e sottolineo il "quasi"). Nei suoi quattro minuti e mezzo di durata gli Immortal fanno di tutto: accelerazioni repentine, improvvisi rallentamenti, frequenti cambi di ritmo, ponti strumentali evidenziati dalla lead guitar di Abbath. "My Dimension" ha uno schema compositivo molto rigido e severo. Non è ai livelli di "Against The Tide" ma rimane sempre una traccia veramente buona.
"The Darkness That Embrace Me" è un brano molto oscuro. Il riff principale sembra flirtare addirittura con Beethoven, ripetendo in formula lievemente mutata l'incipit della sua Quinta Sinfonia. Citazione o somiglianza involontaria, questo non lo posso dire. All'inizio è notevole l'alternanza tra parte strumentale violentissima e strofa cantata relativamente più calma. Da metà in poi il riffing si fa ritmico, traendo enfasi dalle pause. Il ritmo è piuttosto lento e questo rende ancora più insopportabile la tensione. "The Darkness That Embrace Me" si sviluppa in una serie di variazioni, ritmiche prima e melodiche poi, che portano alla ripresa della melodia principale. Le intuizioni più interessanti sono le successioni armoniche a metà brano, tanto semplici quanto strane: un richiamo al passato molto ben fatto. Il testo della canzone è tipico dell'immaginario degli Immortal: narra lo struggimento di un individuo per l'oscurità.
Anche le liriche di "In Our Mystic Visions Blest" sono classiche. Anzi, in questo caso viene addirittura gettato uno sguardo nostalgico agli anni passati. E' l'affermazione che il modo di essere degli Immortal non è mai cambiato. Le prime battute sono infatti così violente e turbinose che sembrano richiamare i fasti di "Battles In The North". E' però solo un'impressione: la band norvegese non vuole fare un passo indietro. La scelta dei riff è vincente come al solito. Quello principale è stranamente orientaleggiante. Gli altri vengono solo accennati per sfociare poi in successioni armoniche bizzarre. Il songwriting è veramente maturo: non si riesce più a distinguere quale parte deve più al death, quale al thrash e quale è più tipicamente black. In questa canzone, come in tutte le altre di "Damned In Black", è stupefacente la capacità di sintesi di tutto un passato di musica suonata e di influenze compositive.
La traccia che conclude l'album è proprio quella che gli dà il titolo. L'inizio marziale dà il via ad una marcia di anime nere. La canzone è molto melodica, spedita ed atmosferica: lo spirito eroico che la permea è lo stesso che ha ispirato "At The Heart Of Winter". Sembra infatti un'out-take di quell'album. Lo stile è decisamente più catchy del resto di "Damned In Black". La sua struttura è abbastanza regolare, tra parti cantate vibranti e ragionate e strumentali carichi di emozione. Bellissima, ad esempio, è la sezione strumentale che inizia con un arpeggio acustico. A poco a poco la musica varia e carica sino alla ripresa della parte marziale, sostenuta dalle tastiere.
"Damned In Black" forse non è un album superlativo come quelli a cui gli Immortal hanno abituato i loro fan ma è comunque un disco solido e di valore elevato. L'ennesimo capitolo di una discografia di qualità.
(Hellvis - Luglio 2004)

Voto: 8