ILLUMINATUS
The Wrath Of The Lambs

Etichetta: Anthill Records
Anno: 2008
Durata: 46 min
Genere: post metal


Gruppo assolutamente "internazionale" questi Illuminatus, ne fanno parte infatti, uno spagnolo,un inglese, un italiano ed un tedesco; spirito e connotazione internazionale che fuoriesce anche, ed in maniera prorompente, lungo tutti i solchi di questo CD e lungo tutte le nove composizioni, con molteplici influenze e tante reminescenze che via, via trovano spazio e sfogo.
Grande drammaticità, dolore e pathos contraddistingue fin da subito il suono generale dei nostri; la struttura di "Captive State", primo brano in scaletta, si divide tra partiture pacate, sentite e ricche di scura malinconia (vedi le strofe) e slanci più violenti, robusti e potenti (bridge e chorus)
dove il brano prende realmente forma e significato, sino al crescendo finale la cui ammaliante violenza è assolutamente da pelle d'oca.
In "Wait", il basso è ancora una volta ossessivo e corposo fungendo da vera e propria base portante del tutto, mentre le chitarre rimangono potenti, asciutte e leggermente lasciate andare. La netta contrapposizione tra i vari passaggi e partiture caratterizza, di fatto, anche questo pezzo; come se gli Anathema di "Alternative 4" si fondessero in un tutt'uno con i Deftones di "Around The Fur" o in minima parte con i Paradise Lost dell'era di mezzo. Creando quindi una continuo sbalzo di atmosfere ed emozioni, tale da mantenere sempre ben alto il tasso emotivo del brano in questione.
In "Suburban Symmetry" le linee melodiche acquisiscono maggior spinta ed impeto donando al brano una maggior mobilità emotiva e strutturale; nell'occasione, grazie anche al timbro vocale di Julio tornano alla mente pulsioni di un certo indie-rock d'autore, Black Lab, in primis, dove è la vena malinconica a far da padrone e dove tutto rimane come rarefatto, in bilico, tra il far esplodere la rabbia interiore ed il mantenere invece una calma, apparente.
La title-track non è altro che una lunga introduzione strumentale al brano che poi verrà, riportandoci in un ambito propriamente metal oriented, dalle lente cadenze, dalle chitarre robuste e dal ghigno maligno e cupo. Su "Black" infatti, le scure cadenze aumentano di un poco i giri, avvolgendo il tutto, ammaliando e coinvolgendo l'ascoltatore dentro ritmiche convulse ed articolate, alternate, poi, a partiture più ovattate e corpose. La velocità man, mano aumenta il passo, arrivando ad esplodere ed a trovar compimento sul finale, dove è ancora da segnalare il gran lavoro in fase ritmica.
Per "Fear/Control" l'introduzione è lasciata al pianoforte, che poi sorreggerà l'intera struttura musicale; pezzo, questo, dalle tinte fortemente gothic e che ricorda, non molto alla lontana, gruppi come i Lacrimas Profundere, gli Him meno commerciali o gli Amorphis ultima maniera. Numerosi e notevoli gli spunti melodici che rendono il brano godibile ed orecchiabile.
Le cadenze rallentano di nuovo e con esse si appesantiscono le sonorità, rimanendo comunque ben ancorati a questa sorta di gothic metal dai tratti più moderni e corposi. Ancora una volta la struttura compositiva alterna passaggi pacati ad esplosioni sonore improvvise, che sì ravvivano il brano, ma che alla lunga ne minano, anche, una certa continuità e fluidità di fondo. Lieve caduta di tono, questa, che non inficia la riuscita generale del pezzo, che sul finale acquisisce, poi, maggior verve e spinta sonora. Questa era "Emotion Sickness".
in "Wargasm" fuoriescono sicuramente richiami ai sempre grandi e fondamentali Paradise Lost, con i loro riff malinconici, ammalianti, freddi e pieni di una tristezza di fondo che ti raggela e costringe le vene. Una serie di piani/forte che non lascia alcun scampo, tanta è la rabbia ed il rancore espressi lungo i chorus ed i bridge di passaggio. Notevole, davvero notevole.
Tocca quindi a "White Lies" chiudere il lavoro; questa volta ritorniamo su lidi molto più rock oriented, tanto da ricordare in più di un' occasione gli Hurt ed il loro rock-metal americano di nuova estrazione, influenzato sì da gruppi quali Anathema o My Dying Bride in primis, ma anche da tutto il nu-metal più malinconico, introverso e triste (Deftones) e da quell'ondata di post-rock/metal tanto in voga oggigiorno (vedi Tool, Oceansize e chi più ne ha più ne metta); di conseguenza strutture articolate, grandi cambi d'atmosfera, continui crescendo e sbalzi d'intensità e volume, per un brano che racchiude e ci mostra la vera anima degli Illuminatus, band che ha saputo raccogliere le più svariate influenze, cogliere gli spunti anche più lontani tra loro ed in talune occasioni anche contrastanti e plasmare un suono e sonorità alquanto originali e personali, tanto da ricordare, sì, ma mai accostarsi sino in fondo ad un particolare genere o gruppo "storico"; cosa questa che rende l'intero lavoro dei nostri assolutamente all'altezza, fresco, moderno ed al contempo legato ad una certa tradizione compositiva. Produzione eccellente, sonorità corpose, nette e ben bilanciate ; ed allora cosa voler di più, niente, se non la voglia e la curiosità per dar loro una giusta e dovuta occasione.
(Pasa - Marzo 2009)

Voto: 7.5


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