HOKUM
No Escape
(MCD)
Etichetta: autoprodotto
Anno: 2006
Durata: 28 min
Genere: thrash/death metal
Gli Hokum sono una giovane band proveniente da Monaco, in Germania, che
come recita la biografia, è nata nel 2000 e ha sempre mantenuto la
solita line up. Cosa rara oggi, purtroppo...
Dopo diversi live in terra madre (tra cui il Red Corner festival
2005) arrivano al MCD "No Escape" che segue il demo "First Blood" del
2005.
Il genere proposto è un thrash/death di scuola americana con tinte
di heavy. Tra le influenze posso citare i primi Sepultura, soprattutto
nella voce del cantante, molto simile al primissimo Max Cavalera (di
"Morbid Visions"-"Schizophrenia"), Slayer e, perché no, i primi Death.
Al primo ascolto risalta subito anche la notevole tecnica del
quartetto, soprattutto del basso,sempre in primo piano con linee
indipendenti; il riffing è tagliente e la solistica davvero notevole e
di classe.
Anche la batteria si fa notare, alternando sfuriate tipicamente
thrash/death a grandi controtempi e groove, sempre a seconda di cosa
richiede il pezzo.
Il cantante, come ho già detto, ricorda molto il primo Max
Cavalera, con il suo growl abbastanza 'naturale' ma comunque malvagio e
marcio al punto giusto!
Parallelamente alle sfuriate non mancano però parti più ragionate
e melodiche, come nell'assolo di "The God Within", oppure nella prima
parte di "The Loving Father", che strizza l'occhio alle grandi
strumentali dei vecchi Metallica ("The Call Of Cthulhu", "Orion" e "To
Live Is To Die").
Detto ciò verrebbe da pensare al capolavoro, e in effetti alla
band non manca nulla:quando dice di pestare pesta e di brutto, quando
dice di essere ragionata lo è e con classe... Ma manca una cosa
fondamentale: le strutture delle canzoni.
Esclusa l'opener "Manticore" e la conclusiva "The Beloved Ones",
che sono anche le due tracce più corte e dirette del platter, le altre
canzoni non scorrono. Sarà che io in un genere come questo cerco
l'impatto, che non è dato solo dai riff potenti, ma anche da un buon
scorrimento dei pezzi. I quattro pezzi 'centrali' dell'album sono sì
abbastanza lunghi (tutti oltre i 5 minuti), ma sembrano ancora più
lunghi di quanto siano realmente. In poche parole,'non passano mai',
come mi è venuto da pensare quando li ascoltavo.
E' veramente un peccato, perché anche le parti ben suonate e
composte si perdono troppo in un insieme sconclusionato di riff: come
tutte le cose, per essere belle devono anche suonare in un contesto
giusto.
La produzione mi è piaciuta molto, soprattutto il suono delle
chitarre, taglientissimo e potente senza però le mega-compressioni che
vanno di moda oggi. Il basso come ho già detto è sempre in primo piano,
mentre la batteria è la parte che mi è piaciuta di meno, forse per i
troppi trigger che nel contesto stonano...
In definitiva non me la sento di andare oltre il 6 per questo
lavoro, e mi dispiace davvero molto, perché le potenzialità ci sono e
in abbondanza, però questo lavoro è troppo 'pesante' da ascoltare.
Se la band riuscisse a creare strutture più sensate e, in certi
punti, anche più semplici, potrebbe diventare grande, perché non li
manca davvero nulla!
(DanieleDNR - Aprile 2006)
Voto: 6
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