HERALD
Heavy Metal Wakes The Beast

Etichetta: XMusick
Anno: 2005
Durata: 46 min
Genere: heavy metal


Una biografia abbastanza scarna ed un CD, con il titolo stampato purtroppo in maniera errata ("Heavy Metal Wakes The Baest"), sono tutto quello che ho a disposizione di questi ragazzi dell'Estonia.
Dopo i vari cambi di line-up che ne hanno contraddistinto la carriera dal 2000, gli Herald hanno raggiunto una certa stabilità solo ora, nel 2005.
Il loro metal è smaccatamente influenzato dal heavy metal classico (la fonte di ispirazione principale) e dal power (in pochi frangenti) di estrazione teutonica: un chiaro esempio ce lo dà la traccia di apertura "My Judgement Cometh", che parte in maniera roboante, per sfociare in un up-tempo di buona levatura con strofe orecchiabili, riff semplici ed una voce che alterna falsetti a grugniti (assurdo, no?!) che nel complesso non stonano, quando usati con intelligenza. Ascoltando le dieci canzoni, purtroppo, non si può fare a meno di notare quanto la band soffra di alcune cadute di stile, che tendono (ahinoi) al ridicolo. Per fortuna, tale cosa è limitata ad alcuni casi; a conferma della mia tesi abbiamo la terza canzone "The Swarm, The Hive, The Empire", che nella prima parte combina una voce stile "paperino" (...e non sto scherzando!!) a musiche epiche. La seconda canzone ("Hounds In My Trail") e quella sopracitata perdono molto, rispetto all'iniziale. Se in "Hounds In My Trail" la buona strofa, serrata e marziale con vari rallentamenti monolitici (vicino agli Slough Feg meno ispirati) si trascina fino alla conclusione con una voce che non riesce a trovare una giusta dimensione, in "The Swarm, The Hive, The Empire" il bel ritornello giocato su tinte oscure stile Black Sabbath, non basta a far dimenticare lo scivolone iniziale targato "paperino" e la prolissità che v'è tra la strofa e il ritornello. Ciò nonostante, il gruppo sà anche scrivere gioiellini di rara bellezza: peccato che tra uno e l'altro debbano esserci canzoni poco ispirate. Un chiaro esempio è dato da "Battalion Berserk", che inizialmente sembra promettere bene. Belle l'introduzione e le strutture portanti successive, bello il ritornello di Halfordiana memoria. Peccato che le strofe restino sempre deboli, dato che la voce non riesce a trovare una linea melodica definita.
Con "Hell Brigade" gli Herald aggiungono al loro sound la componente acustica, ovvero inglobano nel loro suono accenni non elettrici che sembrano far girare le cose per il verso giusto. E diciamolo: finalmente!!! L'intro non distorta e soft, come d'obbligo, cede il passo a sonorità a metà strada tra Saxon, Black Sabbath (periodo Martin) e Slough Feg. Le melodie sono spiccatamente heavy e orecchiabili, e la voce, che fa il bello e cattivo tempo, sembra trovarsi più a suo agio. La canzone subisce un pesante rallentamento centrale, inevitabilmente acustico, e si prolunga forse più del dovuto. Con la title-track, la band acquista non uno, ma mille punti. Devo essere onesto, è stata la mia colonna sonora (la canzone in questione, s'intenda) di questa estate. Canzone facile, semplice e diretta, che si imprime in testa al primo ascolto e ti porta a cantare inevitabilmente il ritornello anthemico. Il testo, per quanto si possa capire, è un clichè dell'heavy metal tanto caro ai Manowar (avete capito vero?!). La band non ha solo fatto un ottimo lavoro: con questa gran canzone ha veramente centrato in pieno il bersaglio. Semplicità e immediatezza: queste sono due caratteristiche che molte volte vengono scartate a priori dalle band, ma in fondo sono le uniche carte vincenti. Ovviamente, dopo una tale canzone sarebbe assurdo pensare che ce ne sia una migliore... così è! "Summon Us" ha una produzione oscena e forse è la peggior canzone del lotto. Posizionata dopo la sopracitata, inoltre, perde un sacco in tiro e resa sonora, peccato.
"God Found Dead In The Space" risolleva le sorti di un CD che potenzialmente avrebbe potuto dare di più. Infatti anche questo pezzo, basato su di un mid-tempo e su delle linee molto vicine ai Saxon, risulta essere un'altra piacevole sorpresa. Un pezzo vincente dalla prima al'ultima nota. Peccato che la produzione oscena sia rimasta intatta. Con "Black Heart Blues", i suoni ritornano in carreggiata e la canzone è un altro gioiellino. Evviva!!!
Il riff di chitarra maligno fino al midollo, sulla falsa riga di "Painkiller", rimette in discussione la band. Questa è la quarta canzone che non sfrutta varie linee di voce, trecento stacchi diversi e ottanta cambi di tempo: insomma è la quarta traccia diretta e semplice, che suona veramente bene. è una coincidenza o è proprio vero che il troppo stroppia? Purtroppo il CD si chiude con l'ennesimo scivolone, ovvero "Dreamreaper". Questa traccia risulta essere l'ennesima speed song lanciata a tutta potenza in un marasma di riff prolissi e stereotipati, con tanto di divagazione acustica per allungare il brodo. Ennesimo calo di stile che purtroppo si abbatte sul giudizio complessivo. Per concludere: escludendo la terza, la settima e la decima traccia (le peggiori), lavorando per snellire le partiture troppo macchinose delle tracce due, quattro e cinque e sommando il tutto a quelle riuscite, più la favolosa title-track, questo CD avrebbe tanto da insegnare a band che da anni vivacchiano sulla scena metal.
(Hellcat - Ottobre 2005)

Voto: 7


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