HEIR APPARENT
One Small Voice
Etichetta: Metal Blade
Anno: 1989
Durata: 47 min
Genere: prog metal
Gli Heir Apparent fanno parte di quella pletora di gruppi usciti nella seconda metà degli anni '80 che per sfortuna o per altro non sono riusciti a costruirsi una carriera duratura e ricca di soddisfazioni, nonostante le qualità musicali non mancassero assolutamente; questi ragazzi americani infatti ci hanno regalato solamente un paio di dischi ufficiali, e questo me li fa accomunare a grandissime band di quel periodo come gli sfortunati Sword e i Fifth Angel, scomparsi con l'avvento degli anni '90 dopo averci lasciato due splendidi dischi a testa.
Ma torniamo agli Heir Apparent. "One Small Voice" è il loro secondo disco e mi sarà difficile essere imparziale poiché è sicuramente uno dei miei favoriti di sempre. Bellissimo in ogni sua sfumatura, a partire dalla copertina (con quel bimbo che urla seduto sul pianeta... con due mani pronte ad "accoglierlo") per finire ovviamente alla canzoni, ai suoni, alla esecuzione... Un capolavoro, almeno a mio avviso.
Sin dall'iniziale "Just Imagine" è un susseguirsi continuo di emozioni, di tempi e atmosfere diverse composte ed eseguite con commovente perizia. Rispetto all'esordio c'è un leggero mutamento nel suono. La produzione è decisamente più cristallina e, volendo, possiamo dire che c'è un certo avvicinamento ai loro concittadini Queensrÿche (anche gli Heir Apparent erano di Seattle), ed il talentuoso cantante Steve Benito si dimostra interprete di notevole spessore. C'è da dire infatti che i nostri non si lasciano mai andare a tecnicismi esasperati o eccessivi cambi tipici di certo prog-metal. La canzone è sempre il fulcro attorno a cui ruota il tutto; è da notare semmai il fatto che certe parti strumentali sono da brivido e che l'esecuzione lascia più di una volta a bocca aperta.
Dicevamo "Just Imagine"... ed è difficile non lasciarsi rapire dalle bellissime atmosfere create dalla perfetta interazione di questi cinque musicisti e da un testo che definire attuale è un eufemismo e che termina proprio così: "just imagine people really caring / and not just saying they do / just immagine nations really talking / like me and you...". Non credo serva aggiungere altro. I tappeti creati dalle tastiere di Mike Jackson, entrato in pianta stabile nella band, sono superbamente arrangiati dalle schitarrate di Terry Gorle e dagli stacchi continui e perfetti della sezione ritmica, mentre il cantato di Benito è semplicemente perfetto.
"Crossing The Border" è una cavalcata metallica potentissima eseguita magistralmente con un sontuoso assolo di Gorle che anche in contesti così potenti riesce a piazzare scale e note con indubbia capacità e, mi sento di dire, facilità: un chitarrista veramente di grande talento.
"Screaming" è più meditata, un mid tempo molto elaborato e con un cantato decisamente "sopra" le righe. Stupisce ancora la capacità di arrangiamento della band: tecnica elevatissima ma anche musicalità innata!
"Alone Again" è una sorta di ballad, che parla di un amore perduto... niente di originale certo, ma ascoltate l'esecuzione... veramente impeccabile. Quando poi Gorle decide di piazzare l'assolo quasi a fine pezzo non possiamo che inginocchiarci di fronte a tanta superiorità. Questo ragazzo aveva una naturalezza nel suonare che vien voglia di ridimensionare certi presunti mostri della sei corde.
"Cacophony Of Anger" riprende le coordinate di "Crossin The Border", dopo un'introduzione che gira intorno ad un arpeggio di basso. Anche quando i ritmi si fanno serrati la band non perde un colpo. Mike Jackson piazza scale a non finire e non possiamo non fare un monumento a Derek Peace, bassista dalle straordinarie qualità tecniche che sciorina per tutto l'arco del pezzo - e del disco - il suo vasto repertorio fatto di ritmiche serratissime, scale veloci, arpeggi e quant'altro, senza perderne di vista l'incedere. Le canzoni hanno infatti un tiro incredibile, pur non essendo il genere proposto quanto di più accessibile e "trascinante" ci sia, anzi...
Siamo giunti all'ultimo pezzo del lato A... e qui non ci sono parole per descrivere quello che i nostri vanno a proporci. Infatti osano ripescare la celeberrima ed esile "The Sound Of Silence" di Simon e Garfunkel (dalla colonna sonora de "Il laureato") e la trasformano in un pezzo orchestrale con stacchi e ripartenze, voci celestiali e tastiere a tappeto in bella evidenza. Ecco, non voglio dire che è meglio dell'originale perché sarebbe una considerazione insensata. Mi limito a dire che se fare cover su disco ha un senso... beh, gli Heir Apparent lo hanno colto in pieno, infatti la loro è ovviamente una versione totalmente diversa dall'originale senza esserne parodia; lo studio di certi arrangiamenti ha presumibilmente richiesto loro più tempo che comporre una nuova canzone. E il risultato li premia alla grande, visto che "The Sound Of Silence" (fantastica già dal titolo!) suona a-la Heir Apparent come un qualsiasi altro pezzo dell'album. Qui si chiude, tra lo stupore, il primo lato. Non bisogna infatti dimenticare che siamo nel 1989 e di gruppi dalle sonorità simili in giro ce n'erano ben pochi, basti pensare che l'eccellente - e per certi versi ancora "ottantiano" rispetto alla produzione a venire - esordio dei Dream Theater risale proprio a questo periodo. Non voglio dire che gli Heir Apparent suonano come i Dream Theater, però è innegabile sono stati questi, almeno in campo metal, a dare alla tastiera un ruolo di primo piano.
Ma torniamo a noi... e passiamo al lato B. Dico subito che la qualità è leggermente inferiore al lato A, ma aggiungo anche che sarebbe stato impossibile fare di meglio!!!
Un riff di chitarra doppiato dal basso apre "We, The People" e subito dopo intervengono le pompose tastiere di Jackson a dettare la strofa. E quando Benito canta "In the name of progress / We take more than we need / Respect for life exchanged / For corporate greed / Chemical waste destroys / Our land and sea / With no regard for the future / Of our world" non possiamo far altro che riflettere. Una pezzo però un po' al di sotto delle precedenti canzoni, in definitiva.
Con "Forever Young" si ritorna su ritmi più veloci. Il riff di Gorle - autore tra l'altro di un assolo velocissimo e come al solito riuscito - è puro metal, ma l'arrangiamento del resto della band si allontana dai canoni del genere, creando uno strano ibrido. Jackson dà una incredibile profondità al pezzo, Peace puntella ogni stacco e "tira" da paura con un occhio a Gorle e uno al batterista Ray Schwartz, che cerca di non strafare vista anche l'esuberanza dei colleghi.
La canzone che dà il titolo al disco - uno dei migliori momenti dell'album - è un pezzo arpeggiato che si indurisce a metà pezzo in occasione dell'ennesima zampata di Gorle, efficace come sempre. Nota di merito per le parti vocali di Steve Benito: veramente belli gli arrangiamenti a più voci!
"Decorated" è malinconica nel suo incedere, sia per quanto riguarda la strofa che il "ritornello". Derek Peace è sempre presente con le sue vorticose scale mai fini a se stesse ma decisive nel lanciare prima il ritornello e poi l'assolo di chitarra. E' un buon pezzo, ma dopo un lato A di tal portata è difficile stupirsi ancora.
"The Fifth Season" chiude l'album. Malinconico l'arpeggio di apertura, con tastiere di sottofondo e cantato "alto" ma pacato. La sfuriata che segue rimanda direttamente al precedente bellissimo "Graceful Inheritance". Le lunghe parti in doppia cassa sono inframezzate da ottimi break e stacchi. Benito è sempre grande nel trovare le parti vocali... questo pezzo, da questo punto di vista, è veramente ostico! E quando giungiamo al termine, beh, è quasi obbligatorio riascoltare un'altra volta questo capolavoro.
Mi rendo conto che questa più che una analisi obiettiva è una esaltazione senza compromessi degli Heir Apparent, ma che ci posso fare, ho ascoltato centinaia di volte questa cassetta e ogni volta che lo faccio riesco a trovarci qualcosa di nuovo e soprattutto non riesco a capacitarmi di come un gruppo di tal portata sia caduto nel dimenticatoio. Probabilmente se "One Small Voice" fosse uscito nel 1993 (dopo l'uscita di "Images And Words" per intenderci) sarei a raccontare un'altra storia, ma questo è un altro discorso. Nel 1989 la loro miscela di metal a volte veloce e a tratti cadenzato condito con tastiere ben in evidenza forse non era alla portata di tutti, non dimentichiamoci che un album come "Seventh Son Of A Seventh Son" degli Iron Maiden, oggi apprezzatissimo e rivalutato, fu aspramente criticato un anno prima dai metal fan di più stretta osservanza anche perché conteneva qualche timido accenno di tastiere!! Il fatto che questo lavoro degli Heir Apparent divenne un classico delle offerte dei vari negozi e mailorder (il prezzo era sulle 3/4000 lire!!) parla da solo.
Per il resto "One Small Voice" continua a regalare emozioni ancora oggi, a quindici anni dalla sua uscita, e risulta sicuramente attualissimo. Non so che altro dire... uno dei miei dischi preferiti di sempre.
(Linho - Giugno 2004)
Voto: 10
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Sito internet: http://www.heirapparent.com/