HEARTCRY
Lightmaker

Etichetta: Rivel Records
Anno: 2005
Durata: 49 min
Genere: hard rock / heavy metal


Dispiace non poter promuovere a pieni voti questo lavoro degli Heartcry che ci propongono un metal di stampo priestiano fortemente influenzato dall'hard rock degli anni '70. La scelta di orientarsi verso un genere classicissimo può, infatti, essere un'arma a doppio taglio: se da un lato risulta più facile fare breccia nel cuore dei tanti appassionati del genere (come il sottoscritto), dall'altro bisogna riuscire a curare tutti gli aspetti del proprio lavoro in modo da non sprofondare nella trappola dell'anonimato. Purtroppo gli svedesi Heartcry falliscono sotto questo aspetto, lasciando che alcuni pesanti difetti soffochino le buone idee di fondo.
La band, attiva addirittura dai primi anni '90, ha attraversato diverse incarnazioni, ma solo recentemente, entrata tra le fila della Rivel Records, è riuscita a raggiungere un contratto discografico.
Entrando nel dettaglio, troviamo la prima grossa lacuna di questo lavoro a livello di produzione: il suono è ovattato, troppo confuso e grezzo. Tutto questo andrebbe bene in un altro contesto ma a una band dedita a questo genere gioverebbe un sound più limpido e pulito. D'altra parte bisogna anche tenere conto che un'etichetta di piccole dimensioni, sebbene professionale, come la Rivel Records non possa probabilmente permettersi budget faraonici per una band al suo esordio discografico.
L'apertura del disco è affidata a "Battleground", una cavalcata che ricalca lo stile e la struttura di "Spotlight Kid" dei Rainbow. Niente di nuovo, dunque, ma il brano si lascia ascoltare grazie a un buon tiro della band e al lavoro di chitarra, fortemente influenzato da Ritchie Blackmore, di Anders Johansson. Questi si rivela essere il vero mastermind del gruppo visto che si occupa, oltre che di tutte le parti di chitarra, anche della voce e del songwriting. Purtroppo se da un punto di vista chitarristico il suo lavoro è senz'altro buono, lo stesso non si può dire della sua prova vocale, dove troppo spesso cerca di strafare lanciandosi in acuti strozzati e rochi.
Il brano successivo, dal titolo "Burn Out", è invece piuttosto scialbo e poco ispirato a causa di melodie davvero scontate e prive di mordente. Fortunatamente il tutto si risolleva nei due brani successivi che possono essere considerati i migliori del lotto. Si tratta di "Runaway Train" e "End Of Times": il primo è un pezzo aggressivo e veloce con un riff di puro heavy metal su cui Anders disegna delle azzeccate melodie di chitarra; il secondo invece è un mid-tempo giocato tutto su atmosfere solenni, caratterizzate da un velo di malinconia, che sfociano in un chorus trascinante e ben strutturato. Anche i testi, improntati tutti su messaggi cristiani che a volte oscillano pericolosamente nel campo dei cliché, in queste due canzoni sono più personali e sentiti.
Arrivati alla title-track ci troviamo davanti a una sintesi dei pregi e dei difetti degli Heartcry: il brano alterna delle strofe più lente a un ritornello aggressivo e veloce. Purtroppo le due parti non riescono a fondersi bene e il risultato non è dei migliori, benché lo scheletro della canzone sia tutt'altro che pessimo. L'aggiunta di un testo piuttosto banale ("I'm the lightmaker, white as snow / I'm the peacemaker, Satan gonna bite the dust / [...] / I'm the peacemaker, grab the monsters by the throat) e l'arrangiamento un po' raffazzonato fanno sì che il giudizio finale non possa che essere negativo.
Il disco continua con un'altra manciata di brani: alcuni riusciti, come nel caso di "Dark Side" e "Child", ed altri meno, come l'inconcludente "Get Ready", "Alone" e "Justice".
Non penso che gli Heartcry siano una band da bocciare del tutto, dato che in diversi brani si notano degli spunti davvero interessanti. Tuttavia sono convinto che ci siano ampi margini di miglioramento, sia a livello di songwriting che di esecuzione.
(Danny Boodman - Marzo 2005)

Voto: 6.5


Contatti:
Sito Heartcry: http://www.listen.to/heartcry

Sito Rivel Records: http://www.rivelrecords.com/