HATE PROFILE
Opus I: The Khaos Hatefile

Etichetta: Cruz Del Sur
Anno: 2005
Durata: 43 min
Genere: black metal


Hate Profile è un gruppo formatosi nel 1998 e che attualmente è diventato il progetto solista del polistrumentista Amon 418 (chitarra, basso, voce e synth), il quale per l'occasione si è avvalso del session GroM (già in forza ad Ancient e Hortus Animae) alla batteria. Gli intenti di Amon 418 sono certamente ambiziosi: "Opus I: The Khaos Hatefile" è infatti il primo capitolo di una trilogia che verrà completata con "Opus II: The Soule Proceeds..." e "Opus III: Spirit Breed Era Vulgaris". E, ad onor del vero, bisogna ammettere che il ragazzo ne ha ben donde, vista la qulità della sua proposta.
Il disco in questione è a sua volta suddiviso in tre parti, introduzione compresa. Si inizia con il prologo "Demons In Me (Intro To Inferno)", che lascia intuire cosa ci riserverà il seguito. Il ripetersi insistente delle stesse note di chitarra accompagnato da un sussurro ricrea atmosfere colme di tensione, che sfociano inevitabilmente nella furiosa "Bleeding Black Heart". E' questo il primo dei quattro capitoli che compongono il primo atto, intitolato "Fallen". Il black degli Hate Profile è sicuramente personale. La band appartiene a quella schiera di gruppi che stanno alimentando il nuovo corso del black, unendo alla furia e all'atmosfera (chiamiamola epicità, ma non sarebbe del tutto corretto) tipiche del genere alcune sonorità fredde, meccaniche e moderne. Si tratta di un black evoluto ma non avanguardistico, fatto di riff discretamente complessi, talvolta stoppati, tanto che sporadicamente emergono alcuni richiami al death svedese. E' il caso, ad esempio, di "The Khaos Hatefile", presente nel secono atto, intitolato "The Vision". L'esecuzione è precisa, i suoni freddi ma ben definiti, potenti in alcuni frangenti, eterei e spaziali quando richiesto, in particolare negli arrangiamenti tastieristici, sempre molto curati (vedasi "The Darkened Angel"). La voce è uno screaming effettato, che ben si amalgama con la musica. Talvolta si sovrappongono delle voci parlate.
Le canzoni, frutto di un songwriting ispirato, sono tutte ben strutturate, composte da riff incisivi e mai banali, sfruttando anche tempi dispari e poliritmie, come nel caso di "Veils That Blind" e "Recall To Nothing". La sezione ritmica velocissima e precisa supporta a meraviglia i pezzi, impreziositi da un buon uso delle tastiere, che sottolineano occasionalmente alcuni passaggi senza per forza dover passare in primo piano. Si tratta dunque di un lavoro equilibrato, che unisce sfuriate tipicamente black ad episodi malinconici ed angoscianti con buona soluzione di continuità. Quando necessario, gli Hate Profile semplificano i propri schemi, insistendo su uno stesso riff ossessivamente per ricreare l'atmosfera voluta, ipnotica ed ossessiva, ma senza per questo risultare prolissi. Non a caso, i brani tendenzialmente più lenti e cadenzati sono incentrati su pochi riff ciascuno. Insomma, Amon 418 ha dimostrato di saper gestire i propri mezzi con maturità, da una parte sfoderando una discreta tecnica e dall'altra esibendo un indiscutibile talento compositivo. Forse non tutte le canzoni sono allo stesso livello, ma personalmente non ne scarterei nessuna. Molti gruppi black odierni dovrebbero prendere gli Hate Profile come esempio, lasciandosi alle spalle certi proclami e badando maggiormente all'aspetto prettamente musicale.
"Veils That Blind", "The Day My Feathers Fell" e "17 Empty Rooms" rappresentano gli acuti di "Opus I: The Khaos Hatefile". Un'opera concreta, intelligente, coerente e al passo coi tempi.
(BRN - Gennaio 2006)

Voto: 8


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