GREAT MASTER
Underworld
Etichetta: Underground Symphony
Anno: 2009
Durata: 49 min
Genere: power metal classico/NWOBHM
L'esordio su CD i Great Master se lo sono sudati parecchio. Nati
nell'ormai lontano 1994 a Mestre, hanno realizzato il primo demo nel
1995, ma solo di recente (2008) sono riusciti finalmente a mettere
insieme un nucleo stabile e a realizzare questo "Underworld". Anche se
in realtà quando l'album è stato realizzato questo nucleo non era
ancora completo, visto che non vi è traccia nella band di un
batterista. La cosa non sarebbe grave, se chi ha realizzato le parti
"sintetiche" di batteria sapesse fare il proprio lavoro: vedi per
esempio il demo dei (delle) Radiance, da me recensito, in cui la
batteria elettronica aveva suoni stellari ed "era fatta suonare" in
modo tale da sembrare vera. Non è il caso dei Great Master, la batteria
è finta e si sente fin troppo bene. Ora, se il genere proposto fosse
AOR potremmo chiudere un orecchio e fare finta di niente; da oltre
oceano sono arrivati e continuano ad arrivare buoni prodotti di questo
genere con batterie finte ancora accettabili (mi riferisco per esempio
a Drive She Said). Ma se quello che si vuole produrre è Power Metal,
allora a mio parere, la cosa è improponibile. Provate ad immaginare
"Eagle Fly Free" degli Helloween con la batteria midi...degna di un
piano-bar.
Ma torniamo alla sostanza, cioè alla musica proposta in questo
album, che a tutti gli effetti è l'esordio dei Great Master. Il genere
suonato da John Carlini (chitarra, basso, tastiere), Max Bastasi (voce)
e Marcus Mine (chitarra) è Heavy Metal classico, influenzato dal Power
Metal teutonico (Helloween, Running Wild) e dalla New Wave Of British
Heavy Metal, in particolare da Iron Maiden ma ancora di più da Praying
Mantis, dei quali è presente l'ispirazione nelle parti armonizzate
delle chitarre e in molti cori. A parte la copertina, particolarmente
evocativa e curata, come del resto tutta la bella confezione che
contiene il CD, non ho trovato tracce epiche nella musica dei GM, come
invece avrebbe dovuto essere, leggendo la biografia della band.
Complessivamente la band suona ad un ottimo livello e la produzione è
sufficiente, anche se il basso è appena intuibile nella maggior parte
delle tracks, come il Power Metal tedesco insegna, del resto.
Il lavoro delle chitarre è ben realizzato e gli assoli incisivi, veloci
e precisi. E' evidente la grande esperienza che John e Marcus hanno
alle spalle. Meno eclatanti le ritmiche, nella maggior parte dei casi
scontate.
Molto lavoro deve essere fatto sulla voce: Max ha indubbiamente
una bella voce ed è intonato (cosa non scontata), ma è completamente
inespressivo e piatto. I cori, ben fatti, "The Lost
Secret...Underworld" la prima che mi viene in mente, vengono spesso in
suo aiuto, ma nelle parti soliste manca l'aggressività che il genere
richiederebbe. Maggior personalità non guasterebbe.
Molte delle canzoni sono su tempi veloci, "Eagles Of 20th", "The
Battle Of Lost Heroes", "King Of The Night" e "Circe Of Fairies" tra
tutte, ed è proprio in questi casi, dove la batteria diventa il punto
di forza, che "casca l'asino" e dove la drum-machine mostra tutti i
suoi limiti, riducendo drasticamente l'impatto sonoro e la potenza.
L'inizio di "Millenium" è, se ce ne fosse bisogno, l'ennesima
dimostrazione di come non si possa suonare vero Heavy Metal (come
direbbe Joey DeMaio) senza una persona che lasci tracce di sudore sui
tamburi: il passaggio sui tom e il falso hit-hat sono da dimenticare.
Dalla sua parte la track ha che è una delle poche composizioni in cui
si può apprezzare il lavoro del basso.
"Land Of No Return" e "Ghost Ship" faranno sicuramente la felicità dei
fans del metal tedesco, in particolare di chi ascolta Running Wild, e
per questo non brillano certo per originalità.
In conclusione dell'album la strumentale "Epilogue (Canon)",
rifacimento dignitoso in versione power-ballad di "Canon in D Major"
del compositore Johann Pachelbel.
Ora la band ha il compito di proporre l'album in sede live, con
una formazione che vede Marco Petrone come sostituto di Marcus Mine
alla chitarra, Daniele Vanin al basso e Andrea "Warmachine" Dell'Agnolo
alla batteria (in carne e ossa!!). Sicuramente dal vivo il risultato
sarà più convincente.
Per quanto mi riguarda, considerando il valore storico della band, mi aspettavo qualcosa di più personale e meno derivativo.
In chiusura una domanda mi sorge spontanea: se si sono aspettati
tanti anni perché questo album vedesse la luce, non era forse il caso
di aspettarne magari un altro e far suonare la batteria da un essere
umano e il basso da un bassista??
(J.L. Seagull - Marzo 2010)
Voto: 6.5
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