PAUL GILBERT
Alligator Farm

Etichetta: Mascot Records
Anno: 2000
Durata: 52 min
Genere: pop / rock


Signore e signori benvenuti nell'"Alligator Farm". Paul Gilbert è lieto di invitarci all'ascolto del suo capolavoro assoluto datato marzo 2000.
Prima o poi doveva accadere: dopo tre album dove la buona musica a piccoli passi tendeva ad emergere, quì con "Alligator Farm" il tutto straborda prepotentemente. Bastano pochi ascolti per rendersi conto che siamo di fronte all'apice compositivo della carriera solista di Paul Gilbert. Saranno stati l'ottimo "Beehive Live", le continue critiche della stampa, i fan o il ritrovato spirito a far tornare Paul sulla strada del rock e a fargli scrivere un disco con le palle? Questo non lo sapremo mai, l'unica cosa che possiamo fare è comprare questo CD e passare ore ad ascoltarlo.
Possiamo dividere il lavoro negli ormai dimenticati e demodè lato A e lato B. Il lato A include le tracce dalla prima alla numero sei, il secondo dalla sette alla quattordici. L'agire così ci permette di sottolineare una differenza stilistica/musicale tra i due lati. Il primo è veloce, strutturato, e soprattutto diretto; il secondo è sperimentale, tranquillo, e ricercato.
Il CD si apre con "Better Chords", un minuto di velocità e cambi di accordi impressionante. Va giù che è un piacere, e cede il passo immediatamente a "Individually Twisted", una canzone rock, veloce e melodica, ricca di spunti interessanti e di allegre melodie, ormai marchio di fabbrica inconfondibile del nostro, non a caso il pezzo fu anche il primo singolo estratto del CD.
"Cut, Cut, Cut", ci piomba addosso con tutta la sua velocità: un tempo "rimbalzante", un cantato pregevole e un lavoro di chitarra magistrale ci fanno urlare al miracolo, già al terzo pezzo. Per nostra fortuna il tutto si protrae anche nella canzone che dà il titolo al CD: "Alligator Farm". E' la migliore in assoluto per il sottoscritto, sia per lo stile che sfiora il rock, il punk ed il blues, sia per il modo di cantare di Paul che si candida, dopo tre album, come cantante con la "C" maiuscola. Grinta, passione ed interpretazione, sono tre qualità che un cantante "deve" possedere per risaltare, e qui le premesse sono rispettate. La canzone è un fiume in piena di note, assoli e stacchi; magistrale il lavoro di basso di Mike Szuter che doppia la chitarra, come accadeva nei cari ed ancora compianti Mr. Big, dove Paul e Billy Sheehan strabiliavano intere platee.
"Attitude Boy Will Overcome" inizia come finisce la precedente, ovvero con un assolo di chitarra a velocità pazzesca. Terminato il tutto entra il resto della band: Tony Spinner alla chitarra, Scotty Johnson alla chitarra (quando serve) e al piano, il già citato Mike Szuter al basso e Jeff Martin alla batteria. Ci regalano una canzone strutturata e soprattutto pesante, dove le chitarre ribassate di almeno un tono creano un maggior impatto sulle ritmiche. Velocità e tempi serrati sono il filo conduttore di questo ideologico lato A, finora sempre rispettati ad eccezione del sesto pezzo.
In questo caso esce dagli altoparlanti del nostro stereo una cover. Vediamo quale grande gruppo del passato Paul vuole coverizzare: il pezzo si chiama "2 Become 1"... allora pensiamo un po': Deep Purple no, non ricordo tale pezzo... Led Zeppelin... no no no non mi sembra. Beatles? No. Rolling Stones nemmeno! Ah sì! I Cheap Trick? Neanche! Intanto la canzone scorre ed arrivati al ritornello il pensiero è: "ma sto pezzo l'ho già sentito, ma dove, ma quando allora allora allora"... ahhhh sì! Le Spice Girls, ecco quale era! C-O-S-A!?!?!?!?! Le Spice Girls!!! Eccheccazz... però, però senti qui che assolini, senti come Paul ha arrangiato qui, e l'intro? E il solo finale e il cantato? Non abbiate pregiudizi ragazzi!!! Il pezzo è strabello, ascoltare per credere.
Con questo folle esperimento si chiude il lato A con gran classe, e dopo un intermezzo acustico (tre accordi, due stronzate cantate e una risata generale finale) chiamato "Lancilot Link" siamo ufficialmente sul lato B. Tocca quindi a "Rosalinda Told Me", una ballad (un'altra direte voi!!!) dove il vecchio Paul dei lavori precedenti torna a farsi sentire, nel bene (per chi apprezza le ballad) e nel male (per chi vorrebbe solo pezzi tirati). La canzone soffre "purtroppo" di orecchiabilità incredibile, melodie pop, voci sovrapposte ed ottimi cori. Schieratevi da una parte o dall'altra e fatemi sapere se vale la pena ascoltarla o a saltare al pezzo successivo, "Let The Computer Decide". In questa traccia, di durata 3:58 minuti, tornano a rivivere i Racer X. La canzone è strumentale e sembra provenire direttamente da "Second Heat" (secondo e stupendo album dei Racer X appunto). Paul, con una pregevole divagazione di techno-metal degli anni ottanta, omaggia nel migliore dei modi il suo allora ex (poi riformatosi) gruppo.
"Koto Girl" è un'altra ballad, ma qui arrangiata in modo orientale, utilizzando anche strumenti caratteristici del Giappone. E' un esperimento che in pochi avrebbero fatto, bravo! Ottimo risultato!
La seguente "Dreamed Victoria" è una stupenda power ballad, si poggia su assoli armonizzati e melodie che vi faranno dimenticare che state ascoltando ancora un altro pezzo lento! La seguente e jazzata "Six Billion People" possiede quel famoso genio e sregolatezza che in tutti i CD di Paul Gilbert vengono a galla, peccato che duri solo 1:27. Un ottimo gioiellino che impreziosisce un gran bel CD.
"The Ballad Of Last Lion" (suonata assieme allo zio di Paul, Jimi Kidd) è un pezzo che sfiora i nove minuti di lunghezza, ed è strutturata in questo modo: nei primi due e negli ultimi due minuti appare un cantato breve e striminzito che induce a credere all'ascoltatore che il pezzo sia una ballata acustica, i restanti cinque minuti centrali sono un vortice di improvvisazioni, con tanto di chitarre distorte e batteria pestata. Lo zio Jimi e il nipotino Paul si alternano negli assoli per tutta la parte centrale. Il pezzo cita a volte il blues (caro allo zio), a volte il rock (amato dal nipote), conditi di eccezionale tecnica e gusto musicale.
"Whole Lotta Sonata" è l'ormai consueto tributo alla musica classica reinterpretata solo con chitarre. Una moltitudine di queste ultime disegnano partiture di violini, viole, fiati e quant'altro la musica classica utilizza nelle sue fughe. Questo ultimo pezzo è il più debole del lotto, sembra un monotono esercizio di stile, pressoché inutile.
Visti gli esperimenti simili condotti nei precedenti album, la caduta su questo pezzo fa perdere il massimo dei voti a questo pregevole album, che può essere giudicato dal sottoscritto come un capolavoro di tecnica, melodia e fantasia, adatto per i patiti di chitarra e gli amanti del rock. Questo è quello che rappresenta per me "Alligator Farm": un album mai noioso, che non perde un colpo in nessuna canzone (tranne l'ultima ovviamente), e questa è una gran cosa per un CD.
Dedico questo album a tutti i detrattori e le male lingue che hanno puntato il dito contro Paul Gilbert nel suo cammino da solista, accusandolo di avere perso la vena compositiva. Questa sì che è musica. Consigliatissimo a tutti!
(Hellcat - Gennaio 2005)

Voto: 9


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Sito internet: http://www.paulgilbert.com/