GARDEN WALL
Forget The Colours

Etichetta: Mellow Records
Anno: 2002
Durata: 72 min
Genere: Avantgarde Rock/Metal


Garden Wall è uno dei tanti esempi, sicuramente il più eclatante, di quanto ignorante, bigotto, e soprattutto cieco sia un certo mondo musicale italiano che troppo spesso esalta e promuove gruppi già morti in partenza e non vuole accorgersi ed investire in realtà decisamente più meritevoli.
Descrivere la musica dei Garden Wall richiede una cultura artistica non indifferente. Attenzione che non ho detto "cultura musicale". Alessandro Seravalle, chitarrista e cantante nonché il principale compositore della band, è uno dei personaggi più eclettici e pazzi (in senso buono, ovviamente) della musica italiana. La sua è una figura carismatica, istrionica ma con alle spalle una cultura che gli permette di non rientrare nella categoria di certi "guru" nostrani idolatrati più per il personaggio simbolico che essi rappresentano che non per l'effettiva proposta musicale che offrono.
Se insieme ci mettiamo un altro "pazzoide" quale il batterista Camillo Colleluori, coarrangiatore dei brani insieme ad Alessandro, tante parole non servono più: Garden Wall è una band vera, reale, che fa MUSICA nel vero senso della parola, sperimentando e raggiungendo sempre nuovi orizzonti musicali senza mai scadere nella banalità o ripetitività. Altro che Dream Theater!!! Questa è la vera sperimentazione!! La vera essenza del progressive!!!
Questo è l'altro "problema" dei Garden Wall: troppo progressivi ed avanguardisti per essere metal, troppo duri e anticonformisti per essere progressive. Trovo assurda la cecità della stampa metal nostrana, trovo ridicoli e patetici i pregiudizi di buona parte del mondo progressive legato ancora a concezioni giurassiche.
Mi domando: ma perché? È così difficile riuscire ad apprezzare una band e riconoscerne i meriti a prescindere dal genere?
Quest'ultimo lavoro dei friulani Garden Wall (da non confondere con una cover band progressive mi sembra della zona lazio-campana) ha dentro tanta di quella roba che sinceramente non saprei neanche da dove partire. Il percorso musicale intrapreso alcuni anni fa, durante il quale i Garden Wall hanno pubblicato 5 album compreso il presente, li porta a sfornare questo "Forget The Colours" che dovrebbe essere il primo capitolo di una trilogia.
Rock progressive, techno-metal, jazz, avanguardia... sono solo alcuni dei tantissimi elementi presenti in questo CD. Già nel brano di apertura, "Lead", troviamo una varietà incredibile di musica nella quale emerge una forte componente zappiana. La voce non canta, ma declama: è recitazione pura in cui emerge tutta la personalità e il carisma di Alessandro. Ma il merito per questo coinvolgimento emotivo è dato soprattutto dalla totale interazione che hanno i singoli musicisti con gli arrangiamenti, le musiche ed i testi. Ho sentito veramente pochi chitarristi come Raffaello Indri essere in grado di armonizzare certe parti con assoli pieni di così tanto gusto e classe, stesso discorso vale per le creazioni alla batteria di Camillo, per il lavoro svolto in ritmica dalle chitarre e per l'eccezionale arrangiamento delle parti di basso suonato da Pino "McKenna" Mechi.
Ripeto che è impossibile descrivere a parole che cos'è la musica dei Garden Wall, o meglio: se dovessi analizzare ogni singolo brano dei 9 che compongono questo "Forget The Colours" probabilmente questa recensione la finirei tra 1 anno e continuerebbe a non essere esauriente. Questo è un prodotto che consiglio a tutti gli amanti della musica "in movimento", è ottimamente suonato e più si va avanti con gli ascolti e più l'ascoltatore ne viene coinvolto quasi come in una specie di vortice ipnotico.
La produzione a tratti è tanto convincente quanto non all'altezza (mi riferisco soprattutto sul primo brano) e questa forse è l'unica pecca di questo disco che però non va affatto ad intaccare il giudizio complessivo più che positivo.
Per concludere ammetto sinceramente che non posso dire di aver capito completamente questo lavoro: anzi riconosco che ci sono molte cose ancora che mi lasciano perplesso ed altre che, nonostante i ripetuti ascolti, faccio ancora fatica a digerire. Ma per fortuna non sono qui per fare il "professore" e la musica prima di tutto è emozione: quindi non ho problemi ad affermare che questo per me è un gran disco.
È sicuramente ostico, difficile, complicato, anche assurdo, ma forse la bellezza di quest'opera sta anche in questo, cioè in un qualcosa che non necessariamente deve rientrare in qualche cliché, nell'anarchia musicale in cui ci portano i Garden Wall dimostrandoci (ammesso che ce ne fosse bisogno) come si possa riuscire a fare musica in totale libertà da paraocchi e stereotipi attingendo da più fonti a seconda delle sensazioni che si vogliono descrivere.
In un recente film viene detta questa frase: "non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero ma le nostre scelte" e la scelta dei Garden Wall è coraggiosa e meritevole del più profondo rispetto. E, per la mia fame di musica, sono veramente molto contento che i Garden Wall abbiano scelto di essere se stessi sopra ogni cosa.
(Disconnected - Giugno 2003)

Voto: 8.5


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