MARTY FRIEDMAN
Dragon's Kiss
Etichetta: Shrapnel/Roadrunner
Anno: 1988
Durata: 36 min
Genere: Metal strumentale / guitar hero
Chi non conosce Marty Friedman?
Credo che a questa domanda risponderebbero in pochi, almeno tra i cultori
del Metal in generale, visto che qua stiamo parlando di uno dei chitarristi
più influenti usciti dalla seconda metà degli anni '80 in poi.
"Dragon's Kiss" segnò il debutto da solista di Marty, ed uscì nel 1988,
contemporaneamente all'uscita di "Perpetual Burn" dell'amico Jason Becker, a
cavallo tra il primo ed il secondo album dei Cacophony (a presto le
recensioni). Devo ammettere che per certi versi l'album di Marty è
leggermente inferiore a quello di Jason, ma si tratta di piccole
imperfezioni, o forse solo una questione di gusti personali. Una cosa è
certa, finalmente si aveva la possibilità di ascoltare cosa sarebbe riuscito
a fare da solo, visto che i Cacophony fondevano le funamboliche valanghe di
note dei due chitarristi. Sicuramente tra i due Marty era l'anima Metal, e
l'ascolto di DK lo dimostra pienamente, anche se parlare di solo Metal è
alquanto riduttivo.
Dovete sapere che Marty durante la sua gioventù ha vissuto in varie parti
del mondo: vari stati americani, Germania e Hawaii. Proprio la permanenza
nelle isole del pacifico fu fondamentale per la sua crescita musicale.
Rimase talmente affascinato dalle melodie esotiche che aleggiavano nell'aria
delle Hawaii, che ne restò impregnato a vita. Un'influenza indelebile che
da lì in poi avremmo trovato in tutti i suoi album, pensate che uno dei
suoi primi gruppi si chiamava appunto Hawaii.
Ma lasciamo da parte queste piccole curiosità, e concentriamoci sul nostro
album. Logicamente i suoni e la struttura dei brani in alcuni casi
potrebbero essere accostati a quelli dei Cacophony, un Metal oscuro e
potente che in questo caso, vista l'assenza di un cantante, lascia totale
libertà alle suadenti melodie che il chitarrista crea.
L'apertura è affidata a "Saturation Point", scritta ed eseguita in coppia
con Jason (Marty ricambiò il favore, scrivendo e suonando due brani in
PB), un brano che non trovo totalmente riuscito, specialmente la parte
iniziale, con dei virtuosismi dissonanti un po' sgradevoli. Per fortuna che
in seguito il brano decolla decisamente, all'altezza degli assoli i due
sfoggiano finalmente il gusto per le melodie che ci si aspetta da loro.
In "Dragon Mistress", che sarebbe stato meglio mettere in apertura, il ritmo
trascinante nasconde in sè buona parte dei marchi di fabbrica che il
chitarrista ancora oggi usa, sweep studiati con cura, aperture melodiche dal
retrogusto cinese ed il favoloso e personalissimo bending (praticamente la
tecnica di piegare/sollevare le corde della chitarra).
Con "Evil Thrill" torniamo allo stesso discorso della prima traccia, il
brano parte potente ma leggermente scontato, sin quando svariati assoli si
intrecciano per trasformarsi successivamente nelle malinconiche melodie
cinesi che, ripeto, sono una costante nel sound di Marty.
Ma è con "Namida (Tears)" che la grandezza di questo chitarrista riesce
totalmente a fuoriuscire. Meno di tre minuti di pura poesia, arpeggi
sognanti, chitarre sofferte a cui manca solo la parola, una canzone
importante perché getta le basi per quella che sarà la sua futura
produzione.
Dalla dolcezza passiamo alla rude "Anvils", veloce ed aggressiva, vicino
allo speed americano anni '80, dura pochissimo, ma in questo breve lasso di
tempo riesce a dire tutto quello che aveva da dire.
Nella sesta traccia, "Jewel", torna a farsi vivo Jason. Un vero gioiello, una
sorta di mini colonna sonora malinconica, con quelle fantastiche melodie
capaci di trasportarti in luoghi meravigliosi, l'importante è lasciarsi
trasportare, che il resto lo fanno questi due geniacci.
"Forbidden City" segue le stesse coordinate di "Namida (Tears)", è
difficile trovare le parole giuste, tendo solo a ripetermi, ma non si può
rimanere indifferenti alla magia di queste note. La parte iniziale dimostra
l'amore di Marty per le atmosfere New Age, anche queste retaggio della sua
permanenza nelle Hawaii e del suo amore per la Cina ed il Giappone (sa
anche parlare molto bene il giapponese).
L'album finisce con "Thunder March", che come recita il titolo stesso, si tratta di una marcia trionfale, quasi
un inno alla gioia, queste le sensazioni che ti trasmette. Da notare come
sempre la perizia tecnica e gli arrangiamenti. Marty ha il vizio di
utilizzare gli sweep in sottofondo, come base per le canzoni, un muro di
note che si contrappongono alla semplicità della melodia portante.
In definitiva, un ottimo ed importante album da avere, con alcune sbavature
di troppo, ma che in futuro non si ripresenteranno. Un album legato alla
prima parte della carriera di Marty, un passato poco fortunato dal punto di
vista commerciale, ma ricco di soddisfazioni personali.
P.S. Mi scordavo di dire che alla batteria siede Deen Castronovo, batterista
eccezionale che ha suonato con mille gruppi, il resto lo suona tutto Marty,
così come produce totalmente da solo l'album, come dire: meglio solo che
male accompagnato.
(carma1977 - Aprile 2003)
Voto: 8.5
Contatti:
Sito internet: http://www.martyfriedman.com/
Concordo con carma1977 dalla prima all'ultima parola. "Namida (Tears)" e "Forbidden City" (cosa non combina Castronovo in questa canzone!!!) sono le mie canzoni preferite. Insomma, un album molto buono, a tratti ottimo, che resta di sicuro inferiore a "Perpetual Burn" di Jason Becker, ma merita lo stesso l'attenzione di ogni metallaro, anche perché è uno dei pochi album di guitar hero dell'epoca a non essere un pura ed unica sega mentale chitarristica.
(teonzo - Aprile 2003)
Voto: 8.5