FRACTURED EXISTENCE
Electric Universe

Etichetta: autoprodotto
Anno: 2006
Durata: 44 min
Genere: heavy metal / rock


...Ogni tanto è bello invertire le regole e sorprendere; e così come nei migliori episodi di Alias, partirò dalla fine a narrare la vicenda, tirando subito le somme: un disco dalle inusuali atmosfere cibernetiche che, pur definendosi rock, si avvicina alle fredde e geniali atmosfere dei Voivod, senza purtroppo o fortunatamente cadere nel plagio, rimanendo un ibrido tra originalità e scopiazzatura. A questo punto il voto... ma aspettiamo ancora un pochino!
I ragazzi (di una volta forse...) dei Fractured Existrence sono americani e di acqua (o acciaio colato) sotto i ponti ne hanno fatta passare in quantità industriale (o industrial?), e la tecnica compositiva c'è e si sente. Anche se, piuttosto che di tecnica compositiva, nella recensione di questo CD parlerei di "sperimentazioni".
Allora, che fate? Siete ancora lì?! Volete sapere come va a finire? OK. In primo luogo, se odiate la batteria "campionata e programmata" lasciate perdere, poichè quì è tutta programmata. Questo dà in effetti alla band quella odiosa/geniale componente futurista, trasformando la maggior parte dei riff in qualcosa di ultra compatto che vi affascinerà sicuramente per i primi tre ascolti, se amaste il genere. Poi abbiamo la voce, quella classica voce nasale, molto alla Snake (anche qui i Voivod saltano fuori), con spruzzatine di effetti delay... Vi basta così? Ecco se quello che ho scritto finora non fa per voi, allora cliccate altrove.
Se invece, quanto scritto prima vi ha incuriosito, allora di lodi da tessere ce ne sarebbero altre, come per esempio i bei riff corposi tra il rock e il metal che si incastrano perfettamente con le melodie vocali e il basso sempre pulsante. Ad essere onesto l'openern"Killing Time" è uno dei punti più scadenti del disco, ma se sorvoliamo e saltiamo alla seguente "Logic And Religion", beh, lì allora iniziamo a percepire quei temi sinistri e tecnologici che hanno reso i Voivod celebri nel mondo musicale. A differenza dei canadesi, i classici accordi dissonanti non sono la prima cosa che salta all'orecchio, anzi di quelli non ce ne sono molti; la vera carta che accomuna i Fractured Existence ai Voivod è la musicalità. Dovete sapere che molte volte i Voivod si/ci concedono dei break; in tali break saltano fuori quelle belle musichette alquanto scontate che però ti si fiondano in testa alla grande. Ecco, "Logic And Reason" e la seguente "Electric Universe" ne hanno a bizzeffe di queste cosette "simpatiche".
"Regie Had An Axe To Grind", pur restando ancorata allo stile appena descritto, ha alcune atmosfere sulfuree che mi riportano ai Black Sabbath di "Born Again". Comunque l'esperimento non l'ho gradito moltissimo, a parte lo stacco centrale con un gran riff scuoti ossa in piena scuola British metal. "Pestilence" è lunga e soprattutto lenta nella parte iniziale; anche qui qualche citazione ai Black Sabbath (periodo Ozzy) salta fuori, sopratutto nel cantato cadenzato che rincorre il riff di chitarra. Trovo sempre più adatto il sound campionato della batteria, per due motivi: il primo, rende il tutto personale; il secondo, dà al prodotto quella compattezza che a molti manca. Come accennato, il pezzo si apre dopo qualche minuto e tra arpeggi e assoli armonizzati si entra nel vivo della canzone, forse la migliore e più ispirata del lavoro.
"Drifter" dalla partenza con stop and go oserei dire geniali, sembra veramente uscita dalle session di "The Outer Limits": peccato per quel rap che salta fuori all'improvviso rompendo la Voivod-magia. Comunque un ottimo pezzo tra il pop e il metal come solo i maestri canadesi sanno fare.
"Solar Wind" è uno degli esperimenti che mi è piaciuto di meno (sempre superiore all'iniziale "Killig Time"). Ho trovato solo interessanti le battute di arresto nella parte centrale, che fanno del pezzo una cyber-ballad, con un buon basso sugli scudi e un solo delay di chitarra lunghetto e demodè.
In pieno stile Manowar, la successiva "Hammerhead" è inutile che più inutile non si puo': un assolo di chitarra che non serve nemmeno come intro per la successiva "White Noise", altra song che di fascino ne avrebbe se le precedenti sette (il solo lo scarto a priori) non avessero più o meno lo stesso tiro. A parte qualche coretto che dà uno spessore maggiore ed incisivo in alcune parti del cantato, la struttura rimane momotematica e fedele ai classici accordi che muovono anche le melodie della voce. Ancora una volta il basso sugli scudi, che intesse trame ritmiche intelligenti e alquanto complesse: sicuramente una base ritmica di tutto rispetto.
Il disco si chiude con una canzone che basta il titolo per farvi capire su quali lidi la band prenda una sbandata finale. Siete pronti? Ecco il titolo: "Play Hard Live Fast Die Young"... serve proprio che vi dica che il nome del gruppo con cui si congedano i Fractured Existence dall'ascoltatore? Vi dò un indizio: tributano, come stile (insomma non fanno cover sia chiaro!!), uno dei maggiori e più influenti gruppi punk, già tributato da centinaia di musicisti. Non vi sento, non vi sento bene! Non lo avete capito? I Motorhead gli hanno dedicato una canzone, intitolandola con il nome della band in questione... Non lo avete ancora capito? Beh, se dico RAMONES, cadete dal fico? Sì?! Ve l'avevo detto di cliccare altrove...
(Hellcat - Dicembre 2006)

Voto: 7


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