FASTWAY
Fastway
Etichetta: Columbia
Anno: 1983
Durata: 42 min
Genere: hard rock
Fastway... Una strada desolata dove lanciarsi e toccare velocità mai
immaginate. Una lingua d'asfalto divorata senza pietà dalle ruote
dell'automobile. La carica dell'hard, la magia del rock. E se lo stereo
ulula riff di gasolina e strofe più bollenti del peggiore incubo
dantesco non ci resta che stringere con più forza le mani sul volante,
lasciare che le nocche impallidiscano per la pressione delle ossa e
salutare con un sorriso splendente gli alberi e le case che vanno
incendiandosi al nostro passaggio.
Fastway... Fast & Way. Un nome, una combinazione. Ebbene sì! Nel
1983 "Fast" Eddie Clarke, il rimpianto chitarrista dei Motörhead,
fautore di album quali Bomber, Overkill, Ace Of Spades e Iron Fist,
lascia la band nelle manone dell'amico e socio Lemmy Kilminster per
affiancarsi al mitico bassista degli UFO Pete Way. Il gruppo fu
completato con l'ingresso di Jerry Shirley, ex batterista degli Humble
Pie e Dave King, che più che un cantante sembra un medium caduto in
trance subito dopo aver evocato la selvaggia anima di Robert Plant.
Purtroppo Way, legato con un contratto alla Chrysalis Records, dovette
abbandonare il gruppo per approdare alla sontuosa corte di Mr. Ozzy
Osbourne. Clarke vide il marchio della propria band spezzarsi a metà
davanti ai propri occhi ma non si scoraggiò. Ingaggiò immediatamente il
bassista Mick Feat e diede inizio alle registrazioni di "Fastway".
Al centro di una classica bandiera di Formula 1 a scacchi bianchi e
neri risalta con forte impatto il nome della band e dell'omonimo album.
E' un'immagine scarna, semplice, che non si scorda. Come l'opener "Easy
Livin'", dal riff tanto semplice quanto memorabile, incalzata da un
ritmo che se non riesce a farti muovere è perché ti hanno legato a un
palo con due tonnellate di catene. Si sente sin da subito che alla
chitarra c'è un certo "Fast" Eddie Clark: poche note, tantissima
sostanza.
L'ugola di Dave King vibra e ci ritroviamo alla seconda traccia del
disco: "Feel Me, Touch Me (Do Anything You Want). E' un pezzo corposo,
ottimamente strutturato e debitore di un Hard Rock più datato.
All'improvviso, nella parte centrale del brano, tutto si tinge
d'arancione come il più maestoso dei tramonti: King ha appena afferrato
la sua armonica e il suo caldo fiato fa virare con naturalezza il pezzo
su sonorità più prettamente blues.
In "All I Need Is Your Love" Jerry Shirley consuma le proprie
bacchette creando ritmiche trascinanti che ricordano la passione e il
coinvolgimento del miglior John Bonham. In realtà tutto il pezzo è
legato alla produzione Hard Rock dei primi Led Zeppelin e in modo
particolare il ritornello, fresco e solare come il genuino canto
d'amore di un uomo alla propria donna.
Un breve arpeggio di chitarra classica e una serie di accordi
accompagnati dalla tenera voce di King fanno da introduzione a uno dei
pezzi più riusciti del disco. Stiamo ascoltando "Another Day", brano
cattivo, duro, che se ne sbatte. King parte dolcemente, ma non resiste
più di quindici secondi. Immediatamente tutto s'incendia colpito dai
riff provenienti dal lato più "Fast" della band inglese, quello di
Eddie.
E' il momento di "Heft" e il paragone con i padri Led Zeppelin è
scontato anche per l'orecchio del più grande consumatore di techno e
house che ci sia sulla terra. Siamo di fronte a un brano carico
d'emozioni, cupo, chiuso, che segue un tracciato fatto di blues, alcol
e polvere d'ossa. Il ritmo lento e cadenzato lascia spazio, nella parte
centrale, a una divagazione rock 'n' roll estremamente trascinante che,
purtroppo, dura troppo poco rispetto ai quasi sei minuti di tutto il
brano.
Aprite le finestre e fate entrare un po' d'aria. Siamo giunti alla
traccia numero sei, "We Become One", e ora si boccheggia davvero! Sì,
perché difficilmente, almeno secondo il mio parere, si è in grado di
scrivere un brano come quello che sto ascoltando mentre batto sulla
tastiera. Le laceranti note di questo pezzo si trasformano in immagini
infuocate e fantasie proibite. E' una canzone che non mi stancherò mai
di sentire, una vera e propria perla dai contorni ruvidi e taglienti.
Mi riprendo da "We Become One" e passo a "Give It All You Got".
Bentornato sole, stringo la mano al buon umore! E' un pezzo scansonato,
forse il più debole dell'album, ma pur sempre godibile e trascinante.
Clarke e soci ritornano sugli incredibili livelli dell'intero disco con
la successiva "Say What You Will" e non ce n'è più per nessuno. Basso e
batteria non sono mai andate così d'accordo e King legittima il proprio
cognome indossando artigli e criniera nei panni nel più ruggente "re"
della foresta. Il pezzo rallenta sul finale e regala un attimo di
respiro concedendo al basso di avere la meglio sugli altri strumenti.
Le gambe vanno da sole... la testa sembra montata su una molla... il
prossimo sorpasso si effettua a 180.
Con la successiva "You Got Me Runnin'" il motore diminuisce i
propri giri. Siamo stati abituati troppo bene e anche una bella
canzone, adesso, sembra normale ed evitabile.
Nessun problema. Ci pensa la gasante "Give It Some Action" ad
accompagnarmi sin dentro al box dopo questa splendida scorazzata tra
campagne fatte di watt ombreggiate dalle bianche nuvole gonfie
d'elettricità. Il disco si chiude come si è aperto, con un preciso
calcio sulle gengive. Passo la lingua sui denti sporchi di sangue e il
mio corpo ha un sussulto. Mi ricordo che nel porta CD ho "All Fired
Up", successivo lavoro dei Fastway. La mano si muove da sola...riapro
il cancello del garage e introduco il CD nello stereo... Prima di
inserire la retromarcia mi guardo allo specchietto retrovisore. Sì,
sono ancora sporco di sangue, ma non me ne importa, non fa male. Non me
ne frega niente. Io ho voglia di Rock, ho voglia di Fastway.
(Motley Skull - Novembre 2007)
Voto: 8