EPHEL DUATH
The Painter's Palette

Etichetta: Earache
Anno: 2003
Durata: 46 min
Genere: metal estremo con influenze jazz


A tre anni dal primo album tornano i padovani Ephel Duath con questo "The Painter's Palette". I cambiamenti sono molti, e coinvolgono tutti gli aspetti. Prima di tutto la line-up: Davide Tiso era rimasto da solo, ed ha deciso di portare avanti il gruppo cercando di mettere su una line-up vera e propria, abbandonando quindi l'idea del duo. Ora si dedica soltanto alle chitarre e resta la mente ed il leader, ma gli altri componenti contribuiscono con le loro idee e la loro personalità. Gli altri (in questo album) sono: Luciano Lorusso (voce urlata), Davide Piovesan (batteria acustica), Fabio Fecchio (basso) e Davide Tolomei (voce pulita). Anche lo stile è cambiato, ma di questo ne parlo sotto. Pure l'etichetta è cambiata: dopo l'uscita di "Phormula" si era fatta avanti la Earache, e la Code666, dando prova di grande lealtà, ha lasciato che gli Ephel Duath passassero a questa etichetta più potente, continuando ad aiutare il gruppo per il management. Verrebbe da pensare che avendo cambiato tutto potevano anche cambiare nome, invece non aveva senso, perché alla fine si sente che c'è un filo conduttore tra questo lavoro ed il precedente.
Lo stile degli Ephel Duath adesso è quasi impossibile da inquadrare. Sopra ho scritto "metal estremo con influenze jazz", ma va presa con le pinze questa definizione. Ci sono parti riconducibili al metal estremo (estremo in senso generale, nel senso di più violento del metal classico, se dovessi dire per forza qualcosa direi thrashcore), così come si sente una forte influenza del jazz. Ma qui non siamo di fronte né a del metal estremo, e nemmeno a del jazz. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo e personale, quindi complimenti al gruppo per questo risultato.
Le influenze jazz sono dovute principalmente alla formazione della sezione ritmica. Il batterista è un ragazzo cinquantenne che suona jazz da sempre, e si è messo in gioco con gli Ephel Duath per provare qualcosa di nuovo (per questo l'ho chiamato ragazzo, hehehehe). Il bassista ha la metà degli anni (almeno ad occhio), e pure lui proviene dall'ambiente jazz/fusion. Ma la parte jazz non è circoscritta soltanto alla sezione ritmica. Pure le parti di chitarra hanno incorporato molte caratteristiche del genere. Come se non bastasse, qua e là lungo l'album troviamo anche delle parti di tromba, suonate dall'ospite Maurizio Scomparin.
Descrivere con precisione questo lavoro è piuttosto dura, soprattutto perché non ci sono termini di paragone che possano aiutare. L'album contiene 9 canzoni, di cui una ("Praha") è strumentale. Ogni canzone riesce ad essere essenziale e complessa al tempo stesso. Essenziale perché non ci sono fronzoli inutili, la musica scorre liscia fin dal primo ascolto ed il gruppo, pur avendone le capacità, non si mette a fare sboronate. Complessa perché le strutture delle canzoni sono varie e strane, totalmente staccate da una forma canzone predeterminata. Gli arrangiamenti sono molto curati, gli Ephel Duath hanno incluso un sacco di elementi diversi in questo lavoro, però sono riusciti a farlo con equilibrio: ognuno al posto giusto e senza strafare. La cosa che mi ha colpito di più è che al primo ascolto l'album è filato via liscio in maniera spettacolare: non si ha il senso di cacofonia, di bombardamento o di una cervelloticità esasperata. Però col passare degli ascolti emergono sempre nuovi dettagli che rendono questo lavoro veramente longevo ed affascinante. Altra cosa da notare riguarda il legame col lavoro precedente. Lo stile è profondamente diverso, l'approccio mentale, compositivo ed esecutivo di Davide è diverso pure questo, però si sente sempre il marchio degli Ephel Duath. Le parti di chitarra non sono più black (io di black metal qua in mezzo non c'ho trovato nulla), però si sente un forte legame con quelle di "Phormula". E' per questo che sopra ho scritto che hanno fatto bene a mantenere il nome.
Poco fa ho parlato di essenzialità e complessità. Questi due elementi sono presenti anche nelle tematiche dell'album. I testi parlano della ricerca interiore di se stessi e della propria arte. Sono essenziali perché affrontano l'argomento in maniera diretta, onesta e sincera, senza tante menate da finti intellettuali (categoria che odio dal profondo). Sono anche complessi, perché sono aperti a vari livelli di lettura, e non poteva essere altrimenti, visto l'argomento trattato. Con questo album Davide ha voluto cercare dentro di sé, e provare a mettere in musica e testi i risultati di tutto questo. E' difficile da parte di una persona trovare il coraggio per mettere in pubblico queste cose, ed è anche difficile per chi affronta questo lavoro entrare nell'ottica dell'artista. La parte audio di "The Painter's Palette" aiuta a trovare il bandolo iniziale della matassa: le parti vocali si dividono tra quelle cantate con voce pulita, e quelle cantate con voce urlata (stile hardcore). Quelle pulite evidenziano il rapporto/ricerca con se stessi, quelle urlate evidenziano il rapporto/scontro col mondo esterno. Ogni canzone ha come sottotitolo il nome di un colore, per sottolineare le sensazioni che evoca nell'autore la propria musica. L'atmosfera generale dell'album è un po' strana, a me fa pensare di assistere ad un film ambientato nell'Ottocento, con il protagonista in un salone culturale, mentre si trova a parlare con se stesso e ad osservare l'ambiente che lo circonda. Tutto questo mi fa venire in mente "Il ritratto di Dorian Gray", non vorrei sparar stronzate, ma tra titolo ed atmosfere generali ci vedo molte affinità.
La produzione dell'album è molto buona. I suoni sono belli definiti e puliti. Non si tratta di una produzione iperpompata, bensì di una produzione essenziale, che non travolge le orecchie dell'ascoltatore, ma gli lascia la possibilità di godersi ogni dettaglio (specie le varie chicche elettroniche sparse qua e là) senza nessuna fatica. La confezione è curatissima. L'artwork è tutto in bianco e nero, in modo da lasciare che sia l'ascoltatore a colorarselo con l'immaginazione. Il CD comprende anche una traccia ROM piena di materiale (foto, testi, note dell'autore, anche un video di una canzone dell'album precedente).
In conclusione devo dire che ho apprezzato un sacco questo lavoro. Gli Ephel Duath hanno fatto un notevole passo in avanti, ed ora possono dire di essere maturi senza peccare di presunzione. Gli do solo 9 per due motivi: primo, personalmente non apprezzo al 100% la voce hardcore, comprendo la scelta, ma la trovo un po' forzata nel contesto musicale; secondo, credo che abbiano ancora margini di miglioramento in futuro, quindi gli lascio la possibilità di beccarsi un voto più alto col prossimo lavoro, hahahaha. Comunque sia questo è un album vivamente consigliato a tutti gli ascoltatori dalla mentalità aperta. Se siete fissati con qualche genere particolare allora lasciate perdere. Se invece non vi fate di questi problemi compratelo pure, non ve ne pentirete.
Ormai gli Ephel Duath hanno dato prova di avere le qualità e la personalità per emergere a livello internazionale, quindi teniamoceli stretti e supportiamoli, in modo che possano continuare per la loro strada.
(teonzo - Ottobre 2003)

Voto: 9


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Sito Ephel Duath: http://www.ephelduath.net/