ELEGY
Lost
Etichetta: T&T
Anno: 1995
Durata: 48 min
Genere: power prog class metal
Con "Lost" completiamo la triade di capolavori realizzata dagli Elegy, che a
solo un anno di distanza dal grandioso "Supremacy" ci regalano un'altra perla
di tecnica e melodia.
Rispetto a "Supremacy", il gruppo fa un passo indietro per recuperare la
componente class metal che nel precedente album era stata ridimensionata,
creando così la giusta via di mezzo tra le melodie del debutto con la
dinamica potenza del già citato "Supremacy".
La title-track, che apre il lavoro, ne è un esempio, ritmiche serrate si
contrappongono alle eleganti melodie create dalla voce di Hovinga che
dimostra di avere un estensione vocale altissima, caratteristica che molti
criticano, ma che in questo contesto è perfetta.
Proseguono: "Everything"; "Clean Up Your Act" e "Always With You" tre
canzoni da ascoltare assolutamente in macchina, frizzanti come non lo erano
mai stati, le prime due contraddistinte dal tempo sostenuto e dai chorus da
cantare a squarciagola, mentre la terza possiede un inedita atmosfera
commerciale che fila via liscia nella sua semplicità.
A smorzare i tempi ci pensa "Under Gods Naked Eye", una ballad nostalgica
impreziosita dal fretless bass, che per certi versi ricorda "Lust For Life"
dell'album precedente, infatti anche in questa canzone è presente un
fantastico assolo di Hovinga.
"1998 (The Prophecy)" è il tipico strumentale creato dalla mente geniale di
Henk v.d. Laars, apocalittica come promette il titolo. Segue "Spirits"
dall'incedere sincopato e sinistro con le sempre presenti tastiere a reggere
l'architettura della canzone.
La canzone più strana è sicuramente "Live It Again", per soli voce e
tastiere, mi ricordano i Queen più pomposi e dimostrano la varietà
stilistica che offrono gli Elegy con "Lost", album che vanno a chiudere con
la successiva "Spanish Inquisition", sicuramente la meno ispirata, una
canonica speed song non brutta, ma che sfigura se affiancata con le canzoni
precedenti.
Gli Elegy erano pronti a spiccare il volo, viste le ottime critiche della
stampa e il tour che gli avrebbe visti di spalla a Y.J.Malmsteen, se non
fosse che prima di iniziare le date, Hovinga lascia il gruppo per motivi
musicali, perdendo un occasione irripetibile, visto che poi gli Elegy si
affideranno a Ian Parry (già voce dei Vengeance insieme ad Arjen Lucassen,
ora mente dei grandi Ayreon) bravo quanto vogliamo, ma non del tutto a suo
agio con la musica del gruppo.
Vi invito ad intraprendere il viaggio musicale degli Elegy partendo dal
debutto "Labyrinth Of Dreams" proseguendo in ordine cronologico i
successivi, solo così capirete l'evoluzione di questa grande band
incompresa.
(carma1977 - Giugno 2002)
Voto: 9.5
Ultimo album per gli Elegy prima dell'abbandono del vocalist Eduard Hovinga e, per quanto mi riguarda, della fine virtuale di questa band. E l'ultimo disco è anche il migliore.... qualitativamente siamo agli stessi livelli di "Supremacy", con alcuni brani più diretti e spiccatamente power come "Always with you" accostati a brani molto più prog come la bellissima "Lost" e anche un lento bellissimo, "Under god's naked eye", che riprende lo schema pianoforte - voce - chitarra solista di "Lust for life". La mia preferenza per questo disco rispetto a Supremacy è personalissima perché oggettivamente si tratta di due album allo stesso livello, per cui meglio conoscerli entrambi, ne vale davvero la pena.
(Frozen - Giugno 2002)
Voto: 9.5
"Lost" è a mio avviso il capolavoro degli Elegy, uno dei migliori gruppi venuti alla ribalta negli anni '90. Le tre canzoni iniziali "Lost", "Everything" e "Clean Up Your Act" non lasciano respirare un attimo, con Hovinga che si "spreme" fino all'inverosimile!! Il tiro è veramente micidiale... sono melodie/armonie piuttosto elaborate ma risultano scorrevoli e semplici all'ascolto, e questo è uno dei grandi pregi, da sempre, degli olandesi. Il disco si mantiene interessante e vivo per tutta la sua durata e nota dopo nota si rimane sempre più estasiati da quanto proposto dai nostri che, pur cimentandosi in un genere in cui il confine tra il sublime e il ridicolo/pacchiano/derivativo è sottilissimo, non accusano nessun calo d'ispirazione o d'intensità, almeno in questo disco.
(Linho - Aprile 2003)
Voto: 9.5