DIVINUS
...Thoughts Of A Desperate Mind

Etichetta: Billepalast Musikproduction
Anno: 2003
Durata: 59 min
Genere: heavy/melodic metal


I Divinus arrivano dalla Germania e con questo "...Thoughts Of A Desperate Mind" hanno siglato il loro secondo lavoro, il primo risale al lontano 1998 ("Angel's Punishment"). Il loro stile musicale e l'attitudine a primo acchito potrebbero sembrare tipicamente "prog", ma non bisogna lasciar che la musica proposta ci inganni.
Il loro modo di scrivere musica mi piace. Mi piace il cantante Daniel Ott, tra l'altro autore di tutti i testi del CD e parte della musica assieme a Christian Herrle, chitarrista. Dopo che questi musicisti hanno toccato tanti e vari generi nelle loro passate esperienze, con questo lavoro si fermano e si specializzano, qui imparano a scrivere musica, quella che a volte viene ricordata negli anni a venire, quella che dentro di sé ha un'anima e a volte viene fuori. Un lavoro intenso che riesce a sfiorare vari generi, cogliendo aspetti tipici degli uni e degli altri, rielaborati poi nel più possibile stile Divinus.
Si parte con un'intro dal sapore molto dark, "Influence", per poi sfociare in "Trilogy" (una suite divisa in tre movimenti), primo vero pezzo dal tiro thrash e prog allo stesso tempo. La strofa si gioca sull'alternarsi di parti arpeggiate e riff heavy fino al midollo, un buon connubio che cresce, cresce, cresce fino al ritornello epico coadiuvato da una batteria a rullo compressore e da aperture di tastiere. La voce si alterna a parti pulite e un po' più cattive (avete presente i Rage di Peavy da "Black In Mind" in poi? ecco cosa intendo per voce "cattiva"). Il basso di Matthias Klaes pulsa e segue in modo fidato i riff di chitarra. La voce, ora pulita ora più incazzosa (a volte stile Rage, come già detto, a volte stile Iced Earth di Matthew Barlow) continua ad impressionarmi, così come le continue atmosfere a volte vivaci a volte oscure. Il bianco e il nero: questi colori identificano la musica e le emozioni trasmesse. Si prenda la terza ed ultima parte di questa "Trilogy", dal titolo "Talisman": ecco, il bianco è rappresentato dai cori soavi, mentre il nero dalle sfuriate di Ott.
Sparate le cartucce migliori per questa suite proprio niente male, si passa a "Sinister Sign", che ininizia un po' come un pezzo folk metal nella prima parte e poi parte in divagazioni strumentali come una scheggia impazzita. Non riesce a far breccia, si spegne presto ed è poco supportata dalla voce, ora né decisa né grintosa, forse sono le troppe parti strumentali a stancare, stereotipate e poco ispirate.
Per un momento gli Hammerfall fanno capolino in "Behold The Truth", soprattutto nella parte iniziale, costruita su un semplicissimo mid-tempo che, alternandosi ad un soave ritornello con tanti bei cori, fa segnalare un "tutto normale", finché i nostri impazziscono e si lanciano, nella seconda parte della canzone, in una forsennata corsa al metronomo: cassa rullante a go-go e via di thrash anni ottanta, con un Ott incazzoso più che mai. Il tutto rallenta nel finale e si infrange su di una tastiera e delle melodie armonizzate di chitarra.
"Into The Sun" parte acustica con tanto di cello suonato da Till Pinnow e Martin Kinzel. Ricordate il paragone col bianco e nero, ecco, se il nero è appena passato con "Behold The Truth" qui entriamo nella fase del bianco. Questa power ballad (chiamiamola così) è dolce e delicata; tra assoli struggenti e un Ott sopra le righe si candida come uno dei miglior pezzi del lotto, non tanto per tecnicismi tanto cari a molti, ma per pathos e feeling trasmessi, ascoltare per credere!
"Devil Ride", la successiva, è un up-tempo senza infamia e senza lode, mentre "Bloody Ice", con la sua struttura medioevaleggiante dal tiro celtico, mi ricorda i migliori The Lord Weird Slough Feg, mescolati a quel feeling di "Piece Of Mind" degli Iron Maiden, un "prog bastardo" ricco di tanti stacchi interessanti e melodie (spero di essere riuscito a render l'idea). "November Child", a parte un buon giro di piano che colora la canzone di tinte dark, non esce dal suo guscio come dovrebbe, restandosene lì a fare semplicemente la decima traccia, con un bell'assolo e niente altro.
"Beyond Infinity", "All You Need" e "You, My Desire" hanno l'onere e l'onore di chiudere il disco nel migliore dei modi. Sono tutte e tre veloci, con tanti buoni riff a volte spezzati a volte cadenzati, con tanti controtempi e con Ott ancora sugli scudi per convinzione, cattiveria e decisione. Questo sì che è un cantante che mi piace, e se quello funziona tutto il disco o gran parte funziona, pensate un po' a quanti dischi hanno fallito R.J. Dio o il buon Glenn Hughes, per fare due esempi a caso: qualsiasi cosa hanno cantato l'hanno resa storica. Daniel Ott non è a questi livelli, ma ha talento da vendere.
L'unico neo del CD, a parte un paio di pezzi che avrei magari tenuto nel cassetto ed elaborato meglio in futuro, è la chitarra di Herrle, a volte un po' troppo spompata, con un suono povero di bassi che ha ceduto il passo a tanti alti e medi. Probabilmente è una scelta voluta, poiché ho notato nel video in allegato al CD che la chitarra è molto più "grossa" dal vivo. Il video ovviamente è di un pezzo appartenente al passato della band, dove l'adrenalina scorreva a fiumi e il thrash metal era al primo posto nelle preferenze musicali dei singoli, spazio ora ceduto alla voglia di sperimentare e di abbassare il volume del gain della distorsione, come chiaramente traspare in tutto il CD. Un lavoro sopra la media che merita di far parte della collezione di qualsiasi fan della buona musica.
(Hellcat - Dicembre 2004)

Voto: 7.5


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