DIABOLICUM
The Dark Blood Rising

Etichetta: Code666
Anno: 2001
Durata: 45 min
Genere: Industrial Black Metal


Nell'estate del 2000 i Diabolicum, che l'anno prima debuttarono con "The Grandeur Of Hell", lasciano l'austriaca Napalm Records e si accasano presso la nostrana Code666, etichetta imolese sempre attenta alle realtà più interessanti in fatto di musica estrema ed originale. E, nel maggio del 2001, Sasrof e i suoi degni compari producono quello che è il loro secondo album, questo "The Dark Blood Rising". I miglioramenti in fatto di suono e di arrangiamenti sono evidentissimi, nonostante il debutto fosse comunque un disco molto ben fatto. Quest'album ha una produzione davvero glaciale, compatta e precisa; certo lontana dal tipico marchio di fabbrica norvegese di dischi come "In The Streams Of Inferno" e "Thorns", ma pur sempre validissima nel creare atmosfere di morte e desolazione nucleare. E poi ora gli inserti elettronici nella musica dei Diabolicum paiono più ponderati, più estremi e più pesanti; in una parola: più convincenti (ripeto, non che i sample del primo disco fossero messi alla cazzo, anzi). Con ciò voglio dire che il nuovo album dei Diabolicum non solo è superiore a "The Grandeur Of Hell", ma si avvicina pericolosamente agli dei del black industriale, quei Mysticum e quei Thorns da sempre fonte di ispirazione per la mente malata di Sasrof.
L'album contiene 11 pezzi, dei quali il primo è una specie di intro marziale e martellante vicino agli stessi Thorns, dal titolo "March Of The Misanthrope". Dopodiché iniziano le danze con "Heavens Die", e che inizio! Riff velocissimi di scuola Marduk / Dark Funeral si mescolano ad una batteria elettronica che pare una mitragliatrice e a delle tastiere costantemente in sottofondo. In mezzo al brano c'è di tutto, dai sample di chissà quale cazzo di film agli stacchi industriali con ritmi quasi dance, roba tipo "The Rest "dei Mysticum. "The Hatecrowned Retaliation" è un altro brano senza pietà, magari più classico del precedente, ma che non lesina di certo la violenza; belle in particolare le linee vocali, opera dell'ottimo cantante Blackblood. "The War Tide (All Out Genocide)" rimane più atipica; non è una canzone veloce, ed ha il cantato death come "Heavens Die". Nel ritornello ricompaiono i cari campionamenti, e qui la cassa dance serve a martellare i timpani e il cervello dell'incauto ascoltatore! Bel brano, probabilmente il più elettronico del disco. C'è anche uno stacco con una tipa a cui viene riservato un trattamento niente male, a giudicare da come urla!
La title-track ha un inizio che trae in inganno, perché il pianoforte ed un fill di batteria sembrano precludere ad un tempo lento... col cazzo, anche questa canzone è puro massacro, anche se rimane un paio di gradini al di sotto delle altre. Adesso viene uno dei pezzi forti del CD, nonché uno dei più strani: trattasi di "Sound The Horns Of Reprisal", che non è nient'altro se non un proclama della rivincita satanica scritto da nientepopòdimenoche Jon Nodtveidt, e recitato da una voce altisonante sullo sfondo di uno scenario post-apocalittico ("Whe who have been chained to the wheel for an eternity have risen [...] we accuse you, oh filthy one, of the ultimate crime, yet failing on its completion"). Se voleste testare le capacità del vostro stereo, regolatevi i bassi con questo pezzo, e se avete il sub-woofer, accendete pure quello... l'effetto cinema è garantito! Con la successiva "Bloodspawn" si ritorna sui binari della normalità e della velocità gratuita: anche questo brano è uno dei più lineari, privo degli innesti tecno/elettronico/industriali degli altri.
L'altro momento clou del disco arriva ora, con "The Song Of Suffering". Che posso dire per farvi capire cos'è questa canzone... se vi dico che è orecchiabile ci credereste? Eppure è così, ma cazzo quanto è malata la melodia del ritornello!!! Il cantato è affidato all'ospite Martin Schirench, e la sua voce è una specie di ringhio, per altro molto figo, mentre nel ritornello la voce pulita è di John Odhinn Sandin. Da notare i bellissimi assoli di Nathzhion, le cui doti chitarristiche (tra le quali c'è la capacità di essere melodico senza mai stonare in un contesto così estremo) erano già apparse evidenti sul debutto. L'ultima "Into The Dementia" è un altro proiettile, tutta votata alla velocità e alla distruzione ma meno ispirata delle altre. Chiude l'outro parlato di "The Nemesis Speaks...", dove alla fine la voce (forse presa da qualche film), dice: "There is no forgiveness unless the blood is shed".
E con questa bella frase, purtroppo verissima, si conclude un grande disco. Abbiamo già parlato all'inizio dei suoni e della produzione, per cui non mi resta che illustrarvi la confezione del CD, che è un fighissimo digipack apribile a 4 pannelli. La copertina del digi è una foto in b/n di una batteria di missili puntati verso chissà dove, mentre quella del libretto interno è sempre un'immagine in b/n, stavolta di una sedia elettrica. I colori del digipack sono prevalentemente bianchi, e questo per far risaltare le macchie di sangue sparse qua e là nella copertina. Il libretto ha i testi ed è corredato da dalle foto di un cadavere sezionato. I due pannelli interni del digi presentano due componimenti di Sasrof, due "manifesti" che esaltano l'odio come la forma più alta di sentimento: "Hatred is the language that everyone understands, and you will not fail as long as you hate [...] you are a bullet and hatred is the trigger". Odio del resto glorificato in una eloquente frase di "The Song Of Suffering": "What was the deceiving love compared to the grandeur of hate". I testi trattano tutti queste tematiche, come alcuni brani del debutto "The Grandeur Of Hell". Per concludere, aggiungo che il CD presenta anche un sezione multimediale a dire il vero abbastanza scarna, con qualche foto ed il video di "The Defcon", che però non è stato inserito per problemi di censura (sarà poi aggiunto a "The Killing Spree 1.5", si veda la recensione a questo proposito).
Perciò, ora che siamo veramente giunti alla fine, vi dico ciò che ho già detto prima; e cioè che "The Dark Blood Rising" (che porta come sottotitolo "The Hatecrowned Retaliation") è un disco sensazionale, che si avvicina a pietre miliari come "In The Streams Of Inferno" e "Thorns", senza però mettersi sul loro stesso piano. Questo a causa di due fatti; il primo è che non tutte le canzoni di questo CD sono strafighissime, diciamo che a quelle più sparate manca la brillantezza di quelle più ragionate. Il secondo è che comunque i Diabolicum non inventano niente di nuovo, come invece Mysticum e Thorns. Sasrof, perché alla fine parlare di Diabolicum vuol dire parlare di lui, prende a piene mani dai maestri citati e da tutta l'elettronica estrema di gente tipo MZ412, ma rielabora tutti questi insegnamenti in maniera grandiosa e personale. Soprattutto riesce ad infondere molta più violenza nella propria musica, senza tralasciare le parti atmosferiche che riescono a creare immagini concrete di immensa desolazione post-apocalittica e nucleare (ascoltate "Sound The Horns Of Reprisal"); cosa non da tutti. Trovatemi un altro diso come questo, vi sfido.
Secondo me i Diabolicum possono ancora fare meglio... io sono molto fiducioso, e al prossimo disco voglio dare 10!!!
(Randolph Carter - Settembre 2004)

Voto: 9


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