DEAD SEASON
Rise

Etichetta: autoprodotto
Anno: 2006
Durata: 44 min
Genere: alternative


Dead Season. Nascono nel 2002 negli Stati Uniti, dopo vari EP e la triplice vittoria consecutiva del WTOS - FM Battle Of Bands, eccoli uscire con questo full-length, "Rise", che tanto scalpore a creato in tutta la scena locale, portandoli su tutti i giornali, riviste specializzate ed in cima a varie charts di radio indipendenti. Curiosità. Ian Truman, vocalist del gruppo, nella vita "reale" è un insegnante di Lingua Inglese, cosa questa che ha portato non poca notorietà al gruppo stesso. Magari avere avuto in passato un insegnante patito per il metal, addirittura cantante di un gruppo, che spettacolo! La copertina del CD non convince particolarmente: totalmente impersonale, abulica, dai colori non molto definiti, con una massa di scheletri in primo piano, che lentamente avanzano da una nuvola di denso fumo nero. Si poteva certamente fare di più.
Si parte. "This Fucking Day" apre le danze: suoni compressi, potenti, con le chitarre ribassate, come d'uso e la batteria triggerata , forse eccessivamente; i cantati di Ian passano velocemente da screaming potenti, ruvide e grintose a cantati più sentiti, dalle lunghe note e dalla melodia leggermente più accattivante. Un brano questo che non può lasciare indifferenti, coinvolgente, dal giusto groove e pregno di una vigorosa carica live.
La title-track non si discosta poi di tanto dal brano d'apertura, se non per talune soluzioni melodiche più vicine ad un certo rap-metal. Chitarre stoppate all'inverosimile, cantato a pioggia, ritmica saltellante; belle ed importanti le aperture melodiche sui ritornelli, dove di nuovo Ian da sfoggio di una notevole facilità interpretativa, avvolgendoci con lunghi cantati ed improvvisi break. Il pezzo poi si incattivisce notevolmente sul finale, dove tornano alla mente i Machine Head più alternativi.
"The Mirror" comincia in maniera pacata e sentita, fraseggi di acustica sotto le ferme linee di voce, per prendere maggior corpo solo sul finire delle strofe dove all'entrata delle distorte aumentano d'intensità anche i cantati. Break centrale relativamente più potente, giusto apripista ed accompagnamento per il buon solo di Matt Truman, veloce, tirato, in palla. Finale complessivamente potente e ruvido.
"Pain Brings Me Life", mette decisamente in mostra lo spirito alternativo del gruppo: partiture veloci e potenti si alternano a break stoppati, dove le chitarre ribassate prendono deciso sopravvento, per poi lasciar spazio all' acustica e ricreare l'appoggio a ulteriori stacchi veloci e brutali. Anche i cantati, da par suo, sostengono notevolmente l'intero brano, passando da melodie basse a lunghe note più alte e sentite, da screaming ruvide e potenti a tratti in cui il growl si avvicina pericolosamente. Grandissimo pezzo questo; vario, veloce, incalzante, a tratti furioso; che in più occasioni mi riporta alla mente i migliori brani di gruppi come i Soil, i Drowing Pool primo periodo e perché no, anche se in maniera meno marcata, i Disturbed di "Believe".
I due brani successivi, "Control" e "The Addiction", proseguono sulla falsa riga dei precedenti, non aggiungendo niente ma neanche facendosi mancare nessuno dei tratti distintivi della band: chitarre distorte e potenti, che scorrono sempre in maniera fluida e marcata; ritmica dirompente, precisa e molto presente a livello d'insieme; il basso che in più occasioni risulta decisivo nel creare profondità e compattezza, e le parti vocali, sempre su buoni livelli, con una maggior propensione ai cantati puliti e melodici, sempre a pieni polmoni e dalla timbrica prepotente e convinta. Unica pecca al tutto, forse, l'eccessiva ricerca del passaggio vincente e risolutore, che talvolta sembra far girare a vuoto il brano, togliendogli un tocco di originalità.
"The One" è aperta da un bel basso distorto per poi evolversi tutt'intorno ad un pregevole groove di batteria, saltellante, cadenzato, coinvolgente. Una maggior rabbia esecutiva fa capolino tra il turbinio di note, andando a sfociare però, sempre e comunque, verso soluzioni aperte, melodiche e dall'appeal emotivamente più pacato. Pezzo questo, che risulterà, tra i migliori di tutto l'album, mettendo ben in mostra le enormi potenzialità del gruppo statunitense.
Ottavo brano in scaletta, "American Nothing"; scorre piacevolmente, sicuro e potente; caratterizzato da partiture più cadenzate intervallate da inserti di chitarra acustica e da un buon solo di Matt, coinvolgente e ben integrato nell'atmosfera generale del pezzo.
Anche "M.A.T.H", non fa gridare al miracolo ma riesce comunque a catturare una certa attenzione, grazie soprattutto ai numerosi cambi d'intensità, sia emotivi, che di volume e suono, che mantengono alta la curiosità e l'aspettativa, e all'ennesima buona prova di Ian alla voce. Sorprendente come un "energumeno" di tali dimensioni possa tirar fuori cantati e linee vocali così accattivanti e ben strutturati.
Penultimo brano in scaletta è "Driven": i connotati sono i medesimi, forse traspaiono in maniera più intensa reminescenze nu-metal, vedi chitarra ritmica, e a livello compositivo un eccessivo bisogno di utilizzare la classica struttura strofa/ritornello. Comunque in fondo sono solo piccolezze.
Il pezzo che va a chiudere il tutto è una cover di "The Thunder Rolls", famosa hit dell'idolo country Garth Brooks; non conosco la versione originale, ma quella proposta dai nostri è sicuramente piacevole e ben congeniata, riuscendo a risultare caratteristica e dal piglio impetuoso. Buona.
Non si deve certo gridare al miracolo, questo "Rise" non risulterà tra le pietre miliari del genere, ma comunque è pregno di grande convinzione ed onestà d'intenti, i musicisti sono ben preparati, la registrazione è notevole, pulita, ben bilanciata. Tutto è al suo posto. L'originalità col passare dei minuti pian, piano va a scemare, ma è tipico un po' di tutti i gruppi che i Dead Season vanno a ricordare; musica, questa, basata essenzialmente sull'impatto puro e semplice e su una certa e talvolta ruffiana, ricerca melodica, accattivante ed orecchiabile. Cose queste che di primo acchito ti possono prendere, coinvolgere ed attirare, ma che spesso, poi, si risolvono in ben poche idee di fondo. Non posso assolutamente dire che questo lavoro non mi sia piaciuto e non posso non consigliarlo a tutti coloro che impazziscono per gruppi quali Soil, Drowing Pool, Revery, Disturbed e tanti, tanti altri, ma è anche vero che pur ascoltandolo più volte, in cuffia, nello stereo e anche in auto, tutto quello che riesce a lasciarmi non è altro che una piacevole sensazione di già sentito. Niente è palesemente scontato in "Rise", buoni spunti emergono dal mare di suoni, e molte melodie risultano vincenti, ma alla fine viene a mancare comunque la cosa necessaria e fondamentale, la voglia di svettare al di sopra del mucchio, la volontà di metterci del proprio in senso assoluto senza dover per forza di cose ricalcare spesso soluzioni altrui, riabbellendole e mutandone solo pochi tratti distintivi. La validità dei Dead Season non è assolutamente in discussione, così come la loro bravura, ma il loro lavoro non può far altro, purtroppo, che finire nel calderone dell'alternative metal, nu-grunge e similia. Chi conosce i generi in questione sicuramente non li apprezzerà sino in fondo, mentre chi, invece, si vuole avvicinare a tali sonorità, li apprezzerà sì, ma deve pur sapere che i padroni del genere sono ben altri. Comunque lode ai Dead Season.
(Pasa - Gennaio 2007)

Voto: 6.5


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Sito Dead Season: http://www.deadseason.com/