DARKTHRONE
Goatlord
Etichetta: Moonfog
Anno: 1996
Durata: 37 min
Genere: Death Metal
Le note di copertina di "Goatlord" insistono sul fatto che questo album sia "da intendersi come il secondo in ordine di uscita". Questa affermazione è evidenziata da una discografia nella quale "Goatlord" figura decisamente tra "Soulside Journey" ed "A Blaze In The Northern Sky".
Ho deciso di recensire questo album solo ora, dopo aver trattato di quelli che l'hanno preceduto in ordine cronologico. La storia e la musica dei DarkThrone possono essere intese al loro meglio solo osservandone gli sviluppi nel tempo. Il fatto di recensire "Goatlord" dopo "Total Death" non sia visto quindi come un capriccio di chi scrive. Le vicende storiche importanti legate in qualche modo a quest'album sono da situarsi nel 1996, data della sua pubblicazione.
"Total Death" aveva in qualche modo portato alla luce il malessere occulto dei DarkThrone. L'abbandono di Zephyrous era ormai una certezza e Fenriz era sempre più preso dai suoi progetti laterali. La fede di Nocturno Culto nei confronti della band cominciava a vacillare. Insoddisfatto da "Total Death", stanco degli opportunisti pronti a saltare sul carrozzone del black metal, il cantante decise di cercare nuovi stimoli. D'accordo con l'amico Satyr, Nocturno Culto si prestò a suonare la chitarra in "Nemesis Divina" dei Satyricon. Per l'occasione adottò lo pseudonimo di Kveldulv.
Dal canto suo, Fenriz era comparso come bassista nell'album di debutto dei Dødheimsgard, "Kronet Til Konge". Era ormai evidente che i DarkThrone non avevano più ragione di esistere, a meno di non pubblicare dischi tanto per farlo. "Total Death", con la sua discreta qualità di registrazione, permise alla band di acquisire nuovi fan. Chi ascoltava però da anni i DarkThrone non poteva essere soddisfatto al cento per cento da un album che segnava il passo rispetto a tanti altri suoi contemporanei. Le critiche nei loro confronti quasi pareggiavano i consensi.
Nocturno Culto decise pertanto di tenere un concerto d'addio. Dopo parecchie prove, i DarkThrone si esibirono ad Oslo, nel giorno di pasqua. Concluso quest'ultimo atto il cantante e Fenriz si separarono. Il primo si ritirò sulle montagne, probabilmente per liberare la mente dallo stress e dalla delusione che lo stavano affliggendo. Fenriz invece era ormai agli sgoccioli della sua lussuria musicale: i progetti erano ancora molti ma il ritmo con cui li stava seguendo era meno frenetico degli anni precedenti. Anch'egli preferì allontanarsi progressivamente dalla folla. La sua passione per la natura lo portò a lunghe passeggiate nelle foreste del suo paese.
L'idea per ambedue era quella di non macchiare il passato glorioso dei DarkThrone con uscite scadenti. Credo che ambedue considerassero conclusa definitivamente la carriera della band.
C'era ancora un sassolino che i norvegesi volevano togliersi dalla scarpa. Nel 1991 i DarkThrone erano al lavoro su un disco death metal, diretto successore dell'esordio "Soulside Journey". Completata la registrazione delle parti musicali, tre componenti della band su quattro decisero di cambiare radicalmente il loro stile. Com'è universalmente noto, il disco death cadde nel dimenticatoio. Il gruppo si dedicò alla scrittura dell'album black "A Blaze In The Northern Sky".
Col passare del tempo, i DakThrone cominciarono a interrogarsi sull'opportunità di completare l'album. La registrazione venne rispolverata dagli archivi. Nel 1994 vennero registrate le parti vocali (all'operazione partecipò anche Satyr). La base musicale, naturalmente, vedeva ancora la vecchia formazione a quattro, con Dag Nilsen al basso e Nocturno Culto (all'epoca Ted Skjellum) alla chitarra.
"Goatlord" viene pubblicato finalmente nel 1996. Sulla copertina, come detto all'inizio della recensione, viene specificato che questo album è il secondo in ordine cronologico della band. Al tempo stesso, è stata aggiunta la scritta "unholy black metal forever", tanto per non insinuare un ritorno dei DarkThrone al death metal.
La qualità di registrazione è pessima, peggio dell'esordio "Soulside Journey". Le tracce sono state volutamente lasciate con un mixaggio grezzo.
"Goatlord" si apre con la canzone "Rex". Il testo non è originale ma è estratto da quello di "To Walk The Infernal Fields" dell'album "Under A Funeral Moon". Il brano è aperto dall'urlo di Satyr (unico suo contributo alla canzone) e dall'avanzare lento e strisciante della musica. Già ad un primo ascolto non possono sfuggire le similitudini armoniche con l'album d'esordio. "Rex" alterna una lentezza quasi doom a parti lievemente più accelerate, sorrette dalla doppia cassa. Molto interessante la ritmica goffa ma mutevole di Fenriz, pronta a risaltare quando basso e chitarre si esibiscono in fraseggi all'unisono. Il brano si conclude con brevi rigurgiti di Nocturno Culto che ricordano molto Tom G. Warrior. Nel corso del brano si può udire una voce sovrapposta a quella del cantante. Non saprei dire se è una voce femminile; oltre Satyr non sono segnalati altri ospiti. Alcuni pensano che sia Fenriz che canta in falsetto. Sono dubbioso a tal proposito: in alcuni momenti questi vocalizzi ricordano un falsetto, altre volte sono spiccatamente femminili.
"Pure Demoniac Blessing" sorprende per la voce declamante di Fenriz ed il growling di Nocturno Culto. Come il brano precedente anche questo non è particolarmente veloce. Le chitarre e il basso si sovrappongono in strutture stringate e semplici. Questa è una caratteristica del death dei DarkThrone: la canzone non è uno degli esempi più rappresentativi.
Il testo di "(The) Grimness Of Which Shepherds Mourn" è curiosamente bucolico: parla del desiderio semplice di raggiungere la libertà attraverso l'abbandono alle forze infernali. Le prime battute del brano ricordano i Celtic Frost. Riappare la strana voce già presente in "Rex" a creare inquietanti atmosfere. In breve la traccia si assesta su toni decisamente death metal, risultando più vivace delle precedenti. Il suono delle chitarre è particolarmente cupo ed inquietante. Il ritmo varia spesso secondo strutture classiche del death metal. L'abilità strumentale di Fenriz non è distante da quella dimostrata in "Soulside Journey". Come nel 1991, il batterista compensa i propri limiti tecnici con una dignitosa creatività.
"Sadomasochistic Rites" è l'unica canzone che vede Satyr alla voce. Il testo è tratto da "Summer Of The Diabolical Holocaust" sempre dall'album "Under A Funeral Moon". L'inizio è lentissimo,
un'apertura doom annunciata dalle freddissime note della chitarra. Voci di diversi registri sottolineano nota per nota i riff di passaggio da una strofa all'altra. Bellissima l'accelerazione centrale dove i riff discendenti di Ivar Enger (Zephyrous) e Dag Nilsen creano una musica tanto vorticosa quanto affascinante. La canzone procede sempre in questa maniera, contrapponendo asfissianti rallentamenti a sferzate repentine. E' un brano molto strutturato, una delle canzoni migliori di "Goatlord" e dei DarkThrone del periodo death.
"As Desertshadows" deve il suo testo a "The Dance Of Eternal Shadows". Tutti i testi non inediti sono tratti sempre dallo stesso album del '93. Il riff suonato all'unisono viene sovrapposto progressivamente da un fraseggio più agile, fino a che il resto degli strumenti si uniforma al fraseggio stesso. Nella sua seconda parte il brano procede su note lunghe e gravi. Curioso l'assolo conclusivo: atonale e di facilissima esecuzione.
"In His Lovely Kingdom" è un brano dolcemente malvagio. Aperto da note lunghe sostenute da una ritmica vivace, si apre su lugubri passaggi tecnici dei tre strumenti a corda. Ottimo il ritornello che dà una parvenza di tonalità. La struttura è complessa, i riff sono numerosi e variano dopo poche battute. Con "Sadomasochistic Rites" è sicuramente uno dei brani più interessanti. I vocalizzi al termine della canzone sono femminili a tutti gli effetti.
"Black Daimon" si apre con un riff e un suono che mi ricordano parecchio i Cadaver di "In Pain...". La voce è sussurrata e si alterna a vocalizzi lamentosi. Bellissima la parte centrale, quasi un'anticipazione dei DarkThrone black. Se non fosse per i riff strutturati tipici del death, potrebbe sembrare quasi uno scarto di "A Blaze In The Northern Sky".
La voce femminile e il cantato lamentoso introducono "Toward(s) The Thrornfields". Canzone molto aggressiva, in alcuni momenti paga dazio agli immancabili Celtic Frost. Senz'altro una delle canzoni più cattive dei DarkThrone periodo death.
"(Birth Of Evil) Virgin Sin" è un brano malvagio. Il riff del basso verrà utilizzato in "Paragon Belial" ("A Blaze..."). Nocturno Culto canta in modo particolarmente isterico sulle note della sua vecchia band. Le voci lamentose e spettrali sono onnipresenti. Per chi ama le curiosità, questo è l'unico album dei DarkThrone dove si possono sentire voci diverse dal solito gutturale.
L'album è concluso dalla triste "Green Cave Float". Le prime battute portano alla mente una marcia funebre; il brano si ravviva nel corso del suo svolgimento, attraverso riff e accordi molto interessanti. Questo è un grande brano death, uno dei migliori della band. Non eccessivamente complesso, gode proprio dalla mancanza di fronzoli. Una prova d'assieme intensa, dotata di quella freddezza e quella distanza tipica dei pochi gruppi death norvegesi.
Come un romanzo circolare, la carriera della band black d'eccellenza sembrava concludersi sulle note del death, così com'era iniziata. In realtà, come tutti sappiamo, la fiamma nei cieli del nord era ancora ben lungi dallo spegnersi.
(Hellvis - Aprile 2003)
Voto: 7