DARKTHRONE
A Blaze In The Northern Sky

Etichetta: Peaceville
Anno: 1992
Durata: 42 min
Genere: Black Metal


Successivamente a "Soulside Journey", i Darkthrone incominciarono a scrivere canzoni per un nuovo album. Lo stile di queste composizioni non era molto diverso dalle precedenti: un death metal freddo e relativamente tecnico. Fu proprio durante il periodo di scrittura e di prove che il cantante/chitarrista Ted Skjellum e il batterista Gylve Nagell incominciarono a stancarsi di suonare death. La ragione di questa loro improvvisa indifferenza era dovuta all'influenza di una delle personalità di spicco della scena estrema norvegese: Euronymous. Il leader dei Mayhem, individuo dal forte carisma, aveva da anni iniziato una campagna contro il death metal, reo di essersi svenduto e di aver perso di significato. Al tempo stesso, Euronymous si batteva per l'affermazione dell'unico genere, a suo parere, ancora puro e sinceramente malvagio: il black metal. All'inizio degli anni '90 il metal estremo non godeva dell'attenzione di un gran numero di persone in Norvegia; era pertanto naturale che le band entrassero in contatto le une con le altre. Gran parte di queste orbitavano attorno ad Helvete, il negozio di dischi di Euronymous a Oslo. Gli stessi DarkThrone non fecero eccezione ed anzi, decisero di tagliare decisamente con il vecchio genere mettendo in disparte tutte le canzoni composte fino a quel momento.
Quando "A Blaze In The Northern Sky" (da ora ABITNS) fu pubblicato, la sorpresa colse impreparati i fan della prima ora. Tutto era cambiato, a partire dalla copertina dell'album in cui i colori avevano ceduto il posto al bianco e nero. Non si vedevano più i volti dei musicisti nascosti dietro ai trucchi cadaverici. Gli stessi loro nomi erano spariti, lasciando il posto agli pseudonimi. Gylve Nagell abbandonò il ridicolo nickname di Hank Amarillo a favore di Fenriz; Ted Skjellum diventò Nocturno Culto e Ivar Enger si chiamò Zephyrous. Per quanto riguarda il bassista Dag Nilsen, si dimostrò subito contrario alla scelta operata dai compagni. Non gli andava proprio giù l'idea di abbandonare il death metal, pertanto decise di lasciare la band. Prima di farlo però accettò di suonare il basso nell'album comparendo come session-man. L'album è dedicato "eternamente a Euronymous", definito "il Re dell'underground Death/Black Metal".
Inizia così la carriera dei "nuovi DarkThrone", citando le parole di Fenriz: i vecchi DarkThrone sono morti con "Soulside Journey".
Oltre all'aspetto visivo ed iconografico, è soprattutto l'aspetto musicale che verrà stravolto. Innanzitutto, una scelta anticonformista è stata quella di abbandonare la buona qualità di registrazione a favore di una scadente. Il rischio era di perdere in appetibilità commerciale ma è proprio questo che i DarkThrone volevano: essere ostili al mercato musicale. Complimenti alla Peaceville per aver creduto in loro nonostante questo.
Altro cambiamento è la struttura delle canzoni, composte da riff sempre più essenziali e ripetitivi, dai suoni apparentemente caotici e da una voluta imperfezione. L'effetto è quello di una musica istintiva, spontanea. In questo senso, il black metal dei DarkThrone avrà in ambito metal lo stesso effetto devastante che il punk ebbe sul rock negli anni '70. Il senso di nichilismo e di autonomia dal mercato infiammeranno più di un cuore con il suo fuoco nero: i DarkThrone iniziano con ABINTS quel cammino che li porterà ad essere una delle band simbolo del black moderno.
Tra le tante masturbazioni mentali che si leggono negli articoli, c'è ancora chi disquisisce sul fatto che ABINTS contenga ancora qualche riff death metal e che pertanto il primo album totalmente black metal sia il successivo "Under A Funeral Moon". Questo è un discorso privo di senso perché, nonostante la presenza di questi "incriminati riff death", l'album è mosso da quello spirito iconoclasta peculiare del black. Esso contiene in sè tutte le caratteristiche tematiche, musicali e di immagine che verranno copiate a più non posso da innumerevoli band successive. Inoltre, sono proprio quei riff (che, a onor del vero, sono stati definiti death solo a posteriori, peraltro in modo superficiale) che rendono ABITNS un capolavoro invidiabile di sintesi tra il vecchio e il nuovo. La musica estrema viene trasfigurata così profondamente da rendere il black moderno un genere a sè. Molti metallari non considerano il black come un genere metal tout-court: non hanno tutti i torti, in quanto l'anarchia che lo muove tematicamente si ripercuote anche nella struttura delle composizioni. Pertanto è molto distante da quello che il metal ha sempre significato.
"A Blaze In The Northern Sky" contiene sei brani, tutti dei classici.
L'apertura dell'album spetta a "Kathaarian Life Code". Questa canzone si apre con un assalto sonoro vorticoso sottolineato dalla batteria caotica di Fenriz. La voce di Nocturno Culto è ancora più selvaggia rispetto all'album precedente, con un riverbero molto accentuato. I riff sono basilari e questo loro carattere diventa evidente nella lunga parte centrale della canzone, lenta ed inquietante. I cambi di tempo sono frequenti ma senza una successione frenetica. Lo stesso ritmo vorticoso dell'inizio chiude una canzone simbolo del black metal. Il testo narra la creazione della città di Kathaaria ed è sottilmente anticristiano: questa città infatti è il luogo dove vengono eternamente violati i precetti stabiliti dalla divinità. Come si può vedere, differentemente da "Soulside Journey", anche tematicamente ABITNS è totalmente rivolto al moderno black metal.
"In The Shadow Of The Horns" è famosissima. E' un vero e proprio inno al Nemico e alla generazione di satana che dominerà il nuovo millennio. Possiamo considerarlo un grido di battaglia contro la cristianità in primis e contro la luce, il bene e la positività in generale. L'influenza dei Celtic Frost è innegabile, ma non si può nascondere che i DarkThrone ci mettano tantissimo del loro. A partire dal riff principale, sinuoso come un serpente, sino alla violenza cieca finale, il brano è poco meno che perfetto. Curioso il finale, quando all'assalto della band vengono sovraincisi un arpeggio di chitarra acustica e le lunghe note degli archi.
"Paragon Belial" è forse la canzone che ha più similitudini con il death passato, sebbene solo superficialmente. In realtà è un brano black di gran classe, come forse non ne siamo più abituati. Il riff centrale è atonale e molto drammatico. Il finale, con quei trilli di chitarra che mantengono alta la tensione tra le pause della band sono quanto di più suggestivo si possa immaginare. Il tema trattato è il classico adagio recitante "non avrai altro dio all'infuori di te stesso".
"Where The Cold Wind Blows" introduce a quella visione nordica che è peculiare del black metal norvegese. Sembra che il vento gelido stia veramente spirando durante l'ascolto di questo brano. Ora forse la gente si è abituata a queste sonorità ma all'epoca hanno rappresentato un campanello d'allarme: qualcosa stava cambiando. Il testo che spazia dal mistico all'epico, con la figura del re-guerriero che riassume in sè i temi della guerra e quello del potere.
"A Blaze In The Northern Sky" è ancora più rappresentativa della precedente. La scelta di dare all'album lo stesso titolo della canzone non è casuale. Nel suo testo troviamo tutti i termini ricorrenti del black norvegese (storm, fog, pagan, ecc...) nonché la ripetizione della promessa di un nuovo millennio in mano ai pagani. Infatti, il testo è pieno di astio e di rivalsa nei confronti della cristianità, un elemento esterno che ha disperso e soffocato l'orgoglio vichingo. Penso che molte band viking metal siano state ispirate anche dal testo di questa canzone.
L'album si chiude con "The Pagan Winter", canzone violenta che racchiude in sè il germe di una profezia. Versi come "milioni di mani gioiose hanno qualcosa di sacro da bruciare" oppure "ruggiti di fuoco, deboli folli nella fornace" sembrano presagire i futuri atti terroristici che i satanisti metteranno in atto. La debolezza cristiana è vista come geneticamente perdente; la rigenerazione delle divinità pagane non potrà avvenire se non per mezzo del fuoco. Il fuoco raderà al suolo quanto di vecchio e malato c'era prima in attesa che spuntino i germogli di qualcosa di nuovo.
Questo disco dei DarkThrone è veramente una pietra epocale per il metal moderno. Volente o nolente, il black metal passa di qua. E' vero che i DarkThrone non hanno inventato nulla di sana pianta. Le influenze ci sono eccome, dai Celtic Frost ai Bathory, ai Mayhem stessi (non dimentichiamo che alcune canzoni molto influenti di "De Mysteriis Dom. Sathanas" erano già conosciute nel circuito). E' innegabile comunque che i DarkThrone hanno avuto la personalità di andare contro corrente senza perdere di qualità, trasfigurando in nero la scena estrema.
Indipendentemente da tutto e da tutti.
(Hellvis - Gennaio 2003)

Voto: 10 e lode