DARK QUARTERER
Dark Quarterer

Etichetta: Label Service (autoprodotto)
Anno: 1987
Durata: 44 min
Genere: epic metal


Questo esordio dei Dark Quarterer, trio toscano di Piombino (LI), è sicuramente uno dei migliori dischi mai usciti in Italia. E' un album molto apprezzato anche all'estero, e la versione originale in vinile (stampata, se non erro, in sole 500 copie) non si trova propriamente a buon mercato. Il gruppo, quando incise questo disco, aveva fatto più dell'ordinaria gavetta, infatti sin dai primi anni '70, con il nome di Omega Erre, si dilettava nell'esecuzione dei propri brani preferiti, dai Deep Purple agli Uriah Heep, dai Gran Funk Railroad ai Black Sabbath per poi passare, via via col tempo, anche a pezzi di Accept, Krokus, Iron Maiden, ecc.
Nel 1987 i tre (Gianni Nepi - voce/basso, Fulberto Serena - chirarra, Paolo Ninci - batteria) su consiglio dell'amico/"manager" dell'epoca, decisero di registrare alcuni pezzi di propria composizione e il risultato è lo straordinario album di cui vado a parlare, album penalizzato da una produzione piuttosto deficitaria, che comunque conferisce, a conti fatti, un certo fascino al disco nel suo complesso.
"Red Hot Gloves" è heavy metal ritmato, con la voce in primissimo piano; una voce piuttosto effettata sui ritornelli, che stupisce quando si lancia in acuti potentissimi! Era difficile, soprattutto in Italia, ascoltare cantanti con tale estensione, o comunque "bravi"... Gianni Nepi è addirittura eccellente per il genere, riesce a passare con assoluta padronanza da parti sussurrate a urla lancinanti, interpretando sempre il pezzo al meglio.
Il seguente "Colossus Of Argil" è, per quanto mi riguarda, uno dei migliori pezzi epic mai sentiti. Un brano lunghissimo, introdotto dalla grezza chitarra di Serena che arpeggia distorto sul tempo tenuto dal charleston. Questa canzone è un incredibile e affasciante miscuglio di Iron Maiden, Black Sabbath, High Tide, Manowar e, volendo, anche Manilla Road... insomma, epic/doom all'ennesima potenza. Nepi deve spremere le sua corde vocali per emergere dall'impasto creato dalla pesante chitarra e dal suo basso leggermente distorto. L'ottimo Paolo Ninci è penalizzato dalla produzione più degli altri, ma contribuisce in maniera impeccabile a creare la giusta impalcatura al brano, soprattutto nella seconda parte quando i ritmi si fanno più veloci. Un brano capolavoro, un immane magma sonoro... l'aria che si respira è opprimente... Anche al momento del lungo assolo di chitarra la tensione non si attenua, e a livello di atmosfera, per fare un paragone, siamo molto più vicini alla "Futulist's Lament" degli High Tide che non ad un qualunque pezzo degli Warlord.....
L'arpeggio evocativo di "Gates Of Hell" è quel che ci vuole per riprendersi dal brano precedente. Un brano che nel proseguo si fa anche più duro, pur senza mai esplodere. E qui il gruppo riesce nel non facile compito di catturare l'attenzione dell'ascoltatore senza proporre grandi variazioni di tema, giocando solo sull'intensità e sulla atmosfera proposta.
La strumentale "The Ambush" vede Fulberto Serena indiscusso protagonista, ma è doveroso notare come Nepi e Ninci siano ben più che una semplice sezione ritmica. Merita una sottolineatura soprattutto il batterista Paolo Ninci, sicuramente uno dei più preparati nel metal italiano (avrà modo di dimostrarlo ampiamente negli album successivi e soprattutto nelle esibizioni dal vivo!), un batterista che non si limita a tenere il tempo o ad inserire passaggi difficili solo per gratificazione personale, ma che cerca di comporre con la batteria, assecondando le evoluzioni e gli umori dell'ottimo Serena (principale compositore del gruppo).
"The Entity" è il pezzo più ordinario... il breve arpeggio iniziale, con un cantato che fa quasi pensare agli Scorpions, è seguito da un riff spezzato che si evolve in un cadenzato che rimanda agli Iron Maiden di "The Ides Of March" (e quindi anche ai Samson...) per poi lasciare spazio a un pezzo in puro stile Dark Quarterer. Gianni Nepi dà ancora una volta sfoggio delle sue incredibili qualità dietro il microfono ed ancora una volta non possiamo che chiederci come sia possibile che un gruppo di tale levatura sia costretto ancora oggi ad essere patrimonio solo di una ristretta cerchia di appassionati. La chiusura in fade-out fa venire voglia di ascoltare di nuovo il pezzo.
L'epic dei Dark Quarterer ha un incredibile spessore, è potente ma non caciarone, è diretto e allo stesso tempo "colto", è musica degli anni '80 ben ancorata comunque nei 70's per quanto riguarda libertà compositiva ed interpretativa: d'altronde i tre non è che siano ragazzi di primo pelo!
La conclusiva "Dark Quarterer" si apre con una "vocina" che rimanda ai gruppi prog degli anni '60/70, poi si indurisce, ed è comunque giocata sull'alternanza acustico-distorto.
In conclusione un album stupendo, un gruppo straordinario che esiste ancora oggi, seppur con un chitarrista diverso, e che ci ha regalato sempre dischi belli e ispirati. Vale la pena riscoprirli partendo da uno qualsiasi degli album prodotti (forse i più reperibili sono il recente "Violence" e il secondo "The Etruscan Prophecy", album del 1989 ristampato di recente dalla Metal Legion/Comet con un pezzo in più...).
(Lihno - Giugno 2003)

Voto: 9.5


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Sito internet: http://www.darkquarterer.com/