CYNIC
Focus

Etichetta: Roadrunner
Anno: 1993
Durata: 36 min
Genere: techno-death


Progredire è un compito molto difficoltoso, soprattutto quando si è attorniati da una realtà rispettosa di determinati canoni, ma per fortuna ogni tanto accade che tutto ciò venga minacciato da qualche spontaneo innovatore. In passato il metal era sempre stato avaro di fenomeni stravaganti così audaci, ma d'altronde un decennio fa non erano ancora in molti a sentire il bisogno di un qualcosa di realmente singolare. Poi sono arrivati i Cynic e tutte le certezze che avevamo fino a quel momento (comunque già turbate dagli Atheist) sono state definitivamente sfidate da un disco sconcertante come Focus, che progredisce, che è metal e tanto altro, che segna una tappa fondamentale nella storia di questa musica.
Ma prima di continuare uno sguardo alle radici: la realtà Cynic nacque nel 1987 e negli anni successivi si concretizzò in diversi demo più vicini ad un sound compatto e violento di quel che sarà poi il loro unico full-lenght, un background quindi maggiormente legato alla scena death floridiana dalla quale provenivano. La line-up inoltre cambiò spesso e volentieri in questa fase, fino ad approdare al dream-team autore di Focus, ovvero Masvidal (voce e chitarra), Reinert (batteria), Malone (basso), Gobel (chitarra), musicisti che nel corso degli anni novanta accosteranno il proprio nome a lavori complessi e di grande qualità. Come dicevo in precedenza,
questo disco progredisce, perché sperimenta, come mai prima d'ora, perché abbatte degli steccati e va ad incorporare elementi appartenenti a più generi agli antipodi tra loro, serrandoli l'uno all'altro in maniera unica ed esclusiva, spazzando via in un colpo solo tutte le precedenti concezioni sulla povertà del metal. Quest'opera rappresenta il poderoso abbraccio tra partiture death metal e jazz/fusion (degne del miglior Allan Holdsworth), il tutto ulteriormente articolato attraverso strutture progressive, guitar synths ed effetti filtrati alla voce, ogni componente calibrata e miscelata, grazie, bisogna dirlo, ad un momento di ispirazione impareggiabile. Un affresco eccezionale, eseguito per merito di un'abilità strumentale di livello assoluto: canzoni ricche, che poggiano su di un solismo brillante, avvincente, su fugaci ed assidui cambi di tempo, su riff complicati e liquidi al contempo, su di un lavoro al basso fretless (le sue caratteristiche timbriche sono state ben evidenziate attraverso la produzione del solito Scott Burns) definibile esclusivamente attraverso il termine talento. Ma non siamo di fronte ad un sovraccarico di egocentrismo tecnico, poichè quelle capacità sono indirizzate alla stessa maniera verso la creazione di strutture armoniche varie e suggestive. Un disco, quindi, sì ricercato nelle soluzioni, ma anche emozionale, con quest'intensità di fondo che matura però lentamente, con gli ascolti, necessariamente allacciata ai testi, improntati verso quel filosofico percorso spirituale legato all'ideologia orientale.
Apre le danze Veil of Maya ed è già specchio di quanto detto. Il riffing del duo Masvidal-Gobel è complesso e giocato perennemente sull'intreccio tra l'uno e l'altro, mentre il cantato spazia dal growl (grazie a Tony Teegarden), alle robotiche clean vocals sintetizzate di Masvidal, al più etereo cantanto femminile (Sonia Ottey). Quindi la velocità dei momenti death, i contemplativi interludi jazz, la fantasia di Reinert che imperversa: questa la trama su cui si staglia il primo tassello della ricerca spirituale del Cynic (membro di un gruppo di antichi filosofi greci), volta alla ricerca della virtù consistente nella felicità e nell'autocontrollo. Si prosegue con Celestial Voyage, The Eagle Nature, ogni singolo istante è una minuziosa esplorazione delle possibilità creative che offre questo splendido ibrido, ogni traccia una piccola perla. Così l'amore per la jazz/fusion può prendere il sopravvento (Sentiment), e il cantato gutturale è momentaneamente abbandonato, ma ancora le ritmiche, davvero macchiate di classe sopraffina, possono avvalersi dell'utilizzo di una batteria elettronica, in modo da regalare ulteriore afflato astrale al disco. Su queste intelaiature sanno stendersi riff davvero memorabili (Uroboric Forms), per poi magari chiudersi con un vigoroso assalto thrashy in cui il basso riveste un ruolo preminente. Linee di basso tortuose e sfuggenti quelle di Malone, come nella strumentale Textures che conduce alla conclusiva How Could I, la quale, impreziosita dall'ennesima, ipnotica prova di Reinert, si lascia andare ad un sognante finale in cui il purissimo solo di Gobel accompagna una limpida melodia di chitarra.
Un disco che ha scosso i confini del genere, catapultandoli lontano lontano, una miriade di influenze imbevute (come premesso dagli stessi Cynic nel booklet) di verità, integrità e forza, compagne di questo viaggio al centro dell'essenza delle cose. Ah, quasi lo davo per scontato, Focus è un'opera cerebrale, ma ormai mi auguro che questo non spaventi più nessuno.
(Orion - Aprile 2002)

Voto: 9.5



Eccoci qua con uno degli album della triade "maledetta" del 1993. Dire che è ostico è riduttivo, è uno degli album metal più difficile da digerire, forse proprio perché metal non lo è pienamente. E' un acquisto obbligato per chiunque ami il metal sperimentale, e oltretutto il cd lo vendono dappertutto a mid-price. A chi preferisce il metal diretto e senza fronzoli consiglio di starne alla larga il più possibile. Io lo considero un capolavoro, l'unico difetto che gli posso trovare è che non mi viene da ascoltarlo molto spesso, ma gli do lo stesso il massimo dei voti.
(teonzo - Aprile 2002)

Voto: 10



Sopraffino e complicatissimo, un Metal estemamente elaborato e tutt'altro che freddo. Statene alla larga se volete violenza o canzoni dirette, invece i cultori della ricerca musicale si accomodino, con due raccomandazioni: occhio ad ascoltarlo per bene prima di decidere il suo valore; occhio anche alla voce, che non di rado è pulita ed effettata modello lavatrice, unico particolare fastidioso del disco (anche se crea un bel contrasto con quella sporca), peccato.
(bist - Aprile 2002)

Voto: 8.5



Non c'è niente da aggiungere! Qui tocchiamo livelli di superiorità tecnica talmente elevati che bisogna tacere! Se suonate il basso rompetelo prima di avere ascoltato quest'album! Altrimenti dopo sarà difficile resistere alla tentazione di tirarvelo sulla testa! Superlativi! Un album difficile da ascoltare, anche perché molto distante dal metal classico! Se amate i Deicide e basta non cercatelo nemmeno, se invece andate un po' più in là, fatelo vostro ad ogni costo!
(EvilEnry - Maggio 2002)

Voto: 9



Con questo commento rischio di essere buttato fuori dalla zine, ma pazienza: fatemi gridare al mondo che "Focus" non mi piace per nulla. Troppo tecnico per le mie orecchie ignoranti, il disco e` troppo complesso. La voce e` parecchio filtrata: quando me l'hanno detto non mi son fatto tanti problemi (una volta ascoltati gli Hawkwind, si conosce il suono di tutti i filtri esistenti, synth inventati e tutto quello che riesce a emettere un suono su questo pianeta), ma questa vocina mi da` fastidio quasi quanto quella della Consoli. E poi preferisco la tecnica suonata alla Suffocation che a quella suonata alla maniera dei Cynic. Il voto non e` poi molto riduttivo, in quanto alcuni passaggi sono molto belli, peccato che siano pochi e all'interno di queste canzoni troppo ose` per i miei gusti.
(gg - Luglio 2002)

Voto: 5



Un signor disco questo, molto strano e particolare sia per l'uso massiccio delle voci sintetizzate, sia per i testi molto fuori da quello che un ascoltatore medio del metal si aspetta. A proposito di questi ultimi, devo confessare che non mi trovano molto "allineato" in quanto si tratta di misticismo orientale un po' troppo teso all'annientamento/annegamento dell'individuo a favore di un tutto cosmico in cui e' destinato a scomparire (per poi ritornare). Ma a ognuno i suoi credi. I testi sono comunque affascinanti, le musiche molto belle (vanno pero' ascoltate decine e decine di volte: io ci ho messo un pajo d'anni, ascoltandolo a manetta, poi mettendolo da parte, poi riprendendolo...), i due Sean sono una base ritmica da sogno, e i due chitarristi hanno uno stile molto fuori dai canoni del metal ma sono bravissimi ed e' un piacere a ogni ascolto trovare nuovi particolari e nuove finezze. Un disco per pochi, da avere assolutamente.
(Mork - Dicembre 2004)

Voto: 9