CULT OF LUNA
The Beyond
Etichetta: Earache Records
Anno: 2003
Durata: 75 min
Genere: post-core / post-rock
E' da molti anni che ascolto musica e spesso mi trovo di fronte dei
piccoli gioielli che dal nulla, dalle sempre fruttuose spire
dell'underground, arrivano alle mie orecchie. Allora ti ci avvicini con
cautela, con circospezione, sperando dentro te che non sia solo una
semplice meteora, che come tante hanno fatto ampio sfoggio di sé e poi
sono sparite di nuovo nel nulla più profondo, non facendo più parlare
di sé o non portando a compimento il viaggio intrapreso e solo appena
accennato. Avevo letto qualcosa su questo giovane gruppo svedese, se ne
parlava benissimo ed in termini entusiasti, ma una qualche diffidenza è
d'obbligo quando si portano come esempio gruppi ben più titolati e
famosi, quali Neurosis ed Isis.
I Cult Of Luna si formano in Svezia nel 1998 dall'idea del
cantante Klys Rydberg ed il chitarrista Johannes Persson. Molti
avvicendamenti, vari demo ed un primo full-length album nel 2000 danno
loro una certa visibilità ed è così che approdano alla Earache, storica
label inglese, per la quale nel 2003 esce il loro secondo lavoro. "The
Beyond" è introdotto da una serie di rumori di fondo, bip, lontane
sirene, macchinari in movimento, il tutto per pochi attimi sino a
"Receiver", secondo pezzo; subito le screaming ruvide e taglienti del
vocalist ci assalgono, dietro ad un muro di suono totale, saturo,
grezzo, il cui incedere ipnotico ti entra dentro sino alle ossa e non
ti lascia più. L'immane malinconia si tocca con mano, la tristezza
emanata dai riff è pregna di un atavico dolore che sembra arrivare da
lontano, molto lontano; sfuriate immani si alternano magnificamente ed
in modo improvviso a partiture più sognanti e sofferenti, sempre ben
rimarcate da un egregio lavoro di batteria e basso, che riescono a
miscelare i vari cambi di ritmo in maniera indolore. Spesso le vocals e
la musica sono un tutt'uno, creando melodie d'insieme laceranti e
lugubri, dove è veramente possibile toccare con mano il dolore ed il
male di vivere da esse espresse. Brano questo che non può lasciare
indifferenti, ti coglie all'improvviso, ti avvolge, ti sconvolge e ti
lascia senza fiato; ma è solo l'inizio, il viaggio è appena iniziato e
con esso la lunga discesa dentro l'animo umano.
"Genesis" inizia lentamente, con le chitarre che pian, piano
prendono vita e spazio, sino ad introdurre tutti gli altri strumenti.
L'incedere è lento, pesante, profondo; ogni giro si arricchisce sempre
più, di suoni e riff, le vocals sono ancora straziate e strazianti, in
continua lotta per emergere dal muro di suono sovrastante. Riff
pachidermici si susseguono, lasciando più volte spazio a divagazioni
leggermente più melodiche e pulite, dove anche la velocità sembra
riprender vita e dove crescendo emozionali danno ampio sfoggio di sé.
Non so, come trovarsi davanti una gran folla e non riuscire a passarci
attraverso se non lottando e scalciando con tutto noi stessi; talvolta
ne vieni travolto e portato via, altre riesci a compiere brevi e
decisivi passi verso l'uscita; questa è l'enorme sensazione che questo
lungo brano riesce a darmi, lasciandomi atterrito e spossato, cosciente
di come sia dura la lotta e di come non sempre quel che sembra in
realtà è. Incredibile follia.
Il brano che segue, "The Watchtower", inizialmente sembra essere
più aperto, meno compresso, i lunghi riff formano melodie di respiro
più ampio; il tutto appoggiato da un suono di basso slabbrato e potente
e da ritmiche di batteria potenti ed incisive. Le chitarre riescono a
creare melodie di fondo veramente ipnotiche, incessanti, quasi
perverse, aiutate in questo dai violini, strumenti sempre capaci di
donare una malinconia ed una sofferenza tali da lasciare senza fiato.
L'alternarsi di partiture di più ampio respiro con pezzi decisamente
più duri e potenti crea di nuovo sbalzi d'atmosfera notevoli che ti
rendono difficile l'abituarti alle numerose sensazioni provate, sempre
in continua lotta tra loro, vicendevolmente vincenti. Finisce il brano,
che subito, senza nessuna interruzione, prende vita "Circle"; un treno
che parte, poche note di chitarra acustica, un flebile solo, melodico e
di semplice accompagnamento che prende sempre più corpo e spazio sino a
divenire vero e proprio protagonista e a far spazio quindi alle lunghe
divagazioni elettriche successive, dove il suono risulta eccessivamente
profondo e freddo; ancora una volta le strofe, se così possiamo
chiamarle, sono pesantissime, decadenti, piene, dai suoni ipersaturi;
con queste dolci melodie di fondo appena, appena scorgibili, ma che
riescono ad entrarti dentro ed a farti apprezzare in pieno questo
enorme muro di suono; così come tutto ha avuto inizio ecco che
improvvisamente scompare, lasciando di nuovo spazio al delicato solo di
chitarra iniziale ed alle eteree atmosfere in sottofondo.
"Arrival" non cambia di una virgola tutto quel che è stato detto
sinora; atmosfere lugubri ed intense, lunghi riff decadenti e pesanti,
ritmica avvolgente ed ipnotica, urla inumane e senza scampo del
vocalist. La lunga e continua lotta contro la folla avanzante non ha
fine, anzi sembra quasi prendere il sopravvento, acquistare forza ed
impeto, con te lì, fermo ed instabile, sempre sul punto di cadere e
venir quindi travolto; talvolta riesci ad evitare lo scontro frontale,
riesci a farti spazio tra quei loschi figuri, talvolta invece riperdi
il terreno sin lì guadagnato e ti aggrappi con tutte le tue forze per
non venir risucchiato dal vortice; basta sentire e lasciarsi
trasportare dal lungo fraseggio centrale, dove chitarre più fluide,
marcatamente melodiche e stranianti non possono far altro che
accentuare queste sensazioni, portandole sino all'inverosimile ed
all'inevitabile conseguenza finale.
"Leash" non lascia scampo, puro e crudo assalto sonoro; riff più
veloci ed incisivi, suoni sempre slabbrati e saturi ma dalla carica
emotiva più decisa ed incisiva; un fiume di parole, senza alcuna
impronta melodica, la continua e riuscita ricerca come di un'unica
melodia di fondo, in modo da creare la giusta e congeniale colonna
sonora al vivere quotidiano. Stacchi dissonanti spezzano il brano in
più parti, rintuzzandone più volte la drammaticità di fondo; leggere
aperture lasciano intravedere sprazzi di sereno nel buio più profondo,
ma sono solo attimi, perché poi il tutto è di nuovo risucchiato ed
avvolto dal muro di chitarre, dalla ritmica incessante e dalle
screaming senza scampo.
Dopo la furia caratterizzante il brano precedente ecco che
"Clones" prende vita in maniera più lieve e sentita, grazie al basso ed
ai fraseggi di chitarra acustica. Le atmosfere sognanti riprendono
spazio e con esse questo lungo e greve senso di attesa
dell'ineluttabile che sin dall'inizio ci ha preso d'assalto e mai più
ci ha abbandonato. "Deliverance" è il penultimo brano in scaletta, di
nuovo le sonorità acquistano impatto e velocità, chitarre ricche di
flanger arricchiscono il tutto, la batteria incalzante e ricca di cambi
dona una certa fluidità, i cantati urlati e scarni ci assalgono e
colpiscono con estrema veemenza, mentre l'agghiacciante melodia
sottostante riprende slancio e vita e con essa la nostra estenuante
battaglia per la sopravvivenza, fatta di improvvise cadute ed
inaspettate rinascite, di momenti di cruda tristezza ed altri di
apparente serenità. La folla ci viene ancora contro, ci avvolge, ci
stringe e soffoca, i nostri sforzi per venirne fuori sani e salvi
sembrano vani ed inutili, ma comunque siam sempre lì a combattere ed a
schivare le spallate; riff pesanti e taglienti ci tramortiscono ed
assalgono, mentre inaspettate soluzioni acustiche e sognanti ci
ridonano slancio e convinzione. Stupendo.
L'ultimo brano di questo piccolo, immenso gioiello è "Further".
Lunghe note lasciate andare aprono il pezzo e come macigni si
infrangono su di noi, lasciandoci atterriti e senza fiato; lentamente,
in maniera sadica e voluta, girano più volte il coltello nella ferita
aperta, ravvivando il dolore e ridonando consapevolezza allo spirito.
La nostra corsa, la battaglia contro la folla schiacciante sembra
arrivare al termine; non sai veramente se sei riuscito a passare oltre
o se è la folla stessa che ti ha sopravanzato lasciandoti lì, solo,
frustato, privo di forze; ma il momento del giusto riposo è giunto,
nessun vinto, nessun vincitore, ma la sola consapevolezza che una
battaglia si è conclusa ma che la guerra del sopravvivere quotidiano è
ancora lunga e sempre in attesa. Settantacinque minuti possono sembrare
molti, talvolta un'eternità, ma è innegabile come non sia possibile
affrontare il lungo viaggio chiamato "The Beyond" senza arrivarne alla
conclusione; molti passaggi si assomigliano tra loro, diverse soluzioni
sembrano messe lì, quasi fuori contesto; ma nel suo insieme, nella
totalità delle cose questo secondo lavoro di questi giovani svedesi non
può lasciar indifferenti. Certo l'ascolto non è facilissimo, talvolta
ostico e poco comprensibile, ma così lo è anche la vita, sempre varia e
piena di sorprese; spesso dura e poco appagante. Cult Of Luna, un
gradino sotto gli Isis ed i superbi Callisto, ma scalinate intere sopra
le tante, tantissime e forse troppe new sensations che ogni giorno
riempiono giornali e copertine dei magazine specializzati.
Piccolo grande gioiello.
(Pasa - Febbraio 2007)
Voto: 8
Contatti:
Sito Cult Of Luna: http://www.cultofluna.com/
Sito Earache: http://www.earache.com/