CULT OF LUNA
Somewhere Along The Highway

Etichetta: Earache
Anno: 2006
Durata: 65 min
Genere: post-rock/post-hardcore


A due anni di distanza dal già notevole "The Beyond" ecco a noi il nuovo lavoro dei finlandesi Cult Of Luna. "Somewhere Along The Highway", lavoro che ci ripresenta il gruppo in forma strepitosa, capace di compiere, a mio parere, un ulteriore salto di qualità, sia sonoro che stilistico e strutturale. Per quel che riguarda la confezione penso che un qualcosa di più scarno, semplice, quasi anticommerciale non fosse possibile fare; digipack dai colori scuri, anonimi, contraddistinto da un retro copertina assurdo, una lunga siepe che costeggia l'orizzonte e delinea l'intero sfondo. Va bene puntare ai contenuti, va bene che ciò che più vogliamo è la musica e la sua ottima qualità, va bene che in fondo la confezione è solo il contorno, ma penso sinceramente che un piccolo sforzo in più fosse d'obbligo, visto anche i prezzi dei CD oggigiorno; ma queste sono altre storie.
L'album è introdotto da "Marching To The Heartbeats", lunga traccia ricca di feedback, lunghe note lasciate andare, dai suoni cupi e profondi e con Klas Rydberg alla voce che non fa altro che recitare una breve litania, ricca di patos ed immensa tristezza; sul finale il pezzo si apre in maniera più decisa, il suono si rafforza e le melodie si fanno decisamente più marcate, ma è solo un falso allarme, siamo giunti alla conclusione.
Secondo pezzo è "Finland": la partenza è brutale, un muro di suono fatto di chitarre slabbrate e sature, di un basso distorto e di grida sofferte e taglienti ci investe in pieno, ci tramortisce e devasta per poi risolversi istantaneamente in un lungo arpeggio acustico, ipnotico, etereo, soffuso, che ti lascia riprender fiato, che mette in piena evidenza le tue sofferenze interiori e che, con un lungo crescendo di suoni ed intensità , torna a colpirti di nuovo, ma con una foga ed una potenza più controllate, mirate, quasi chirurgiche. Le chitarre allora si fanno più fluide, il suono sembra più liquido ed avvolgente, un mandolino in lontananza mette in risalto queste atmosfere lugubri, pesanti, dall'assurda tristezza. Durante il brano si alternano continuamente partiture ed atmosfere pesanti e piene ad altre decisamente più sognanti, dal piglio acustico e da un melodia di fondo che ti lascia sconcertato tanta ne è la potenza e la carica emotiva ed emozionale. E' bello lasciarsi trasportare dentro il mondo dei Cult Of Luna: è un viaggio lungo, ostico, non sempre comprensibile alla prima, ma che una volta intrapreso, una volta compresi i dettami di base, non può far altro che prenderti totalmente e quindi annullarti e renderti incapace di alcuna azione difensiva; melodie che ti entrano dentro senza scampo e reticenza, andandoti a colpire nel profondo, stimolando in te emozioni primordiali e da molto, troppo tempo, sopite.
"Back To Chapel Town" prosegue laddove il brano precedente trovava conclusione; un lungo fraseggio iniziale ci introduce lentamente dentro dolci melodie pregne di una sofferenza atavica e di un dolore che mai prima avevo avuto modo di sentire. Le chitarre di Johannes ed Erik, riescono a disegnare trame intriganti, penetranti ed attraverso un uso mirato e vincente di sonorità acustiche e distorte vanno a creare atmosfere avvolgenti ed oniriche. Le grida di Klas, sono sgraziate, rauche, quasi in completo disaccordo con le melodie di fondo, ma questo solo in un primo momento, al primo impatto, poi dopo vari ascolti ci si accorge di come anche l'utilizzo delle vocals non sia lasciato al caso, ma sia studiato e mirato a dar risalto ancora maggiore al groove generale; brano questo che monta lentamente, si prende tutto il suo tempo ed in fondo il tempo necessario per arrivare al dunque, per raggiungere il culmine e poi gradatamente tornare indietro. Le apparentemente facili armonie di base, fatte di singoli accordi lasciati andare, di lunghe note di basso, sempre distorto e ben presente, di giri di batteria scarni e ricchi di groove, nascondono nelle proprie viscere, in profondità, delle melodie ammalianti e decadenti, che solo con un attento ascolto si riesce a cogliere in pieno, ad assorbire ed a far nostre; sono questi riff di chitarra, lievi e soffusi, che donano a tutto il brano una marcia in più e ne incentivano il riascolto. Immensi.
"And With Her Came The Birds", come ormai consuetudine inizia in sordina, lasciando il tutto in mano alle vocals di Klas, stavolta piene, pulite, lievemente velate di malinconia, che ci conducono per mano al riff più intrigante ed interessante dell'intero lavoro, dalle vaghe sonorità country; sembra infatti di trovarsi immersi dentro una vecchia e polverosa cittadina del west, dinanzi al saloon, soli, sporchi ed impauriti. Il lento incedere, certe sonorità ai limiti del doom, una pulizia di suono leggermente più marcata rispetto ai brani precedenti sono gli elementi caratterizzanti questo breve pezzo di passaggio.
Quinto brano in scaletta è "Thirtyfour" e di nuovo non possiamo far altro che lasciarci trasportare via dalle suadenti melodie concepite dai cinque ragazzi finlandesi. L'intensità cresce lentamente e di pari passo il coinvolgimento emotivo, inevitabile ed innegabile; spesso sembra di aver colto il vero significato, la vera essenza del tutto, ma immediatamente siamo spiazzati da soluzioni melodiche ed atmosferiche improvvise, screamings taglienti e chitarre ribassate e possenti prendono il posto a melodie soffuse e riff acustici e dal flebile accenno, in pochi istanti, lasciandoti lì impietrito e senza parole, incapace di abituarti sino in fondo a questo tipo di sensazioni in continuo divenire; l'alternanza di queste situazioni rende il brano, ma anche l'intero lavoro, ricco di passaggi sempre nuovi, di soluzioni stilistiche da scoprire e di particolari suoni e sonorità di difficile connotazione e talvolta comprensione; donando al tutto una continua capacità di rinnovamento e longevità.
"Dim" è il penultimo brano; molti minuti sono già passati dall'inizio del tutto, ma il tempo sembra essersi fermato, lasciando spazio alle sole emozioni, la cui linfa ed la cui carica sono nutrite da brani come questi; dallo squisito incedere, lento, lievemente soffuso, dalle sonorità prettamente rock, post-rock, come si usa dire oggi; ossia lunghe cavalcate melodiche, sognanti, che con il trascorrere dei minuti si riempiono e caricano sempre più di ulteriori suoni e melodie di fondo ed in contrasto, tutte atte a creare un immenso calderone sonoro capace di stravolgere ogni tuo pensiero, di travolgere e tramortire ogni cosa, rendendoti spesso incapace ad alcuna reazione se non l'abbandonarsi piacevolmente ad esso, cercando di coglierne ogni singola sfumatura ed ogni singolo accordo. L'intensità aumenta e diminuisce più volte, con il volume anche il muro di suono subisce rapide trasformazioni il tutto sempre in maniera repentina ed indolore. Brano questo prettamente strumentale, sino alle partiture finali, più pese e potenti dove rifanno capolino le vocals e dove prendono spazio anche patterns elettronici e programming.
Eccoci giunti all'ultimo brano, purtroppo;: "Dark City, Dead Man". Due minuti e passa di rumori bianchi, chitarre in feedback, fraseggi lasciati andare ci introducono alla struttura principale del pezzo, dove le chitarre riacquistano notevole potenza ed impatto e la base ritmica riempie notevolmente il tutto, donando una certa profondità e pesantezza alla melodia principale su cui, da par suo, Klas da libero sfogo ad urla incredibili, sofferenti e sofferte, poste in risalto da brevi accordi di chitarra acustica in sottofondo. Le due chitarre danno di nuovo vita a melodie uniche, pregne di un dolore profondo, quasi palpabile, brevi soli acustici, note lunghe e sospese, accordi minori ed un continuo alternarsi che ne impreziosisce il risultato finale.
E' con questa lunga melodia di fondo che pian piano va a concludersi quest'ultimo lavoro dei Cult Of Luna. Non mi aspettavo grossi cambiamenti sia per quel che riguarda il suono sia per le sonorità proposte in linea generale, e non ci sono stati; un altro piccolo balzo di qualità è stato compiuto nel rendere qualche passaggio meno ostico e melodicamente più accessibile, nell'enorme pulizia di suono proposta, sempre nitida, chiara, capace di far cogliere anche il minimo appunto. Viene dato sempre più spazio alla musica ed ai lunghi fraseggi, lasciando alle vocals il solo compito di arricchire e sottolineare qualche particolare passaggio o riff, così come ancor più profondo è l'utilizzo di suoni elettronici e programmino vari. Un lavoro questo, che in definitiva, non può lasciare indifferenti e che seppur caratterizzato da una durata lunghissima, oltre l'ora, rimane sempre godibile ed interessante, con le sue lievi melodie che fanno da filo conduttore al tutto. Uno dei miei gruppi preferiti e che insieme ai quasi connazionali Callisto sono assolutamente da avere ed ascoltare, per riuscire una volta ogni tanto ad abbandonare le brutture e le angosce del vivere quotidiano ed estraniarsi per qualche momento dalla nostra spesso troppo cruda e dura realtà.
Come il titolo stesso dice, in qualche posto lungo la strada, troviamo questo posto e rimaniamoci il più a lungo possibile. Grazie Cult Of Luna.
(Pasa - Marzo 2007)

Voto: 9.5


Contatti:
Sito internet: http://www.cultofluna.com/