CRADLE OF FILTH
Damnation And A Day
Etichetta: Sony Music UK
Anno: 2003
Durata: 77 min
Genere: ...Cradle Of Filth!
Genere: Cradle of Filth. Sì, perché voglio dare fiducia al leader Dani
Filth quando afferma che "i Cradle Of Filth suonano come i Cradle of
Filth"
È vero, le influenze sono molteplici ma chi dice di non averne per
me si sta dando delle arie. Questo è solitamente un gruppo bistrattato,
soprattutto da quelli della sfera del black "ortodosso", in quanto li
accusano di avere finte sonorità black e di essere commerciali. Doppio
errore: il primo perché i Cradle Of Filth non si sono mai dichiarati
come True Norwegian Black Metal band, e se proprio vogliamo accostarli
alla Norvegia potrebbero essere più figli degli Emperor che dei
Darkthrone. Quindi non è utile cercare di inquadrare per forza dei
gruppi in blocchi in cui non si riconoscono. Questo succede perché si
vuole a tutti i costi paragonare un prodotto ad un altro, e nel
peggiore dei casi c'è la moda di dire "sono la brutta copia di". Cioè
se io nella mia proposta musicale inserisco delle tastiere come in "In
the Nightside Eclipse" devo per forza essere black, per non dire la
brutta copia degli Emperor? La cosa più brutta è che codesti difensori
del verbo black si ritengono gli unici depositari del black metal. E se
io fossi un cantante country e improvvisamente volessi inserire nelle
mie canzoni elementi black, non potrei farlo perché il black metal
"appartiene" ad una ristretta cerchia di destinatari che si ispirano
esclusivamente al prodotto norvegese? A me piacerebbe domandare a
questi personaggi cosa pensino del white metal. Deve piacergli per
forza, perché senza i testi davanti, in molti casi, è difficile
stabilirne la differenza con il black. Se vogliamo considerare il fatto
che i Cradle Of Filth suonano male perché non sono black come i Mayhem,
allora dovremmo buttare tutti gli album che abbiamo. Che ascoltiamo a
fare i gruppi black? Tanto c'è "A Blaze In The Northern Sky". Che
ascoltiamo a fare il viking? Tanto c'è "Hammerheart". Che ascoltiamo a
fare il thrash? Tanto c'è "Master of Puppets".
Il problema di base è che si vuole ricondurre tutto ad un
determinato stereotipo. Non si considera mai un gruppo per quello che
è, ma per come sta messo in relazione con un altro, magari leggendario.
In questo modo le band emergenti non riusciranno mai a farsi un nome,
perché saranno sempre schiacciate dai mostri sacri. Questa non è
chiusura mentale, è stupidità. Meno male che nel mondo metal questo
fenomeno è abbastanza marginale. Nella musica più commerciale, come il
pop ad esempio, questo genera una catena di "fama ad imitazione": il
giovane artista, per avere fama, è costretto ad utilizzare modelli già
collaudati e ad assomigliare ad artisti già famosi. Una volta che si è
fatto spazio nel mondo dei riccastri, poi sono i nuovi giovani talenti
ad assomigliare a lui. Ogni riferimento ad Amy Winehouse & Co. è
puramente voluto. A voler ben vedere, se fosse per questi "sceriffi del
black" neanche i Darkthrone sarebbero mai nati perché prima di loro
c'erano i Mayhem, e prima dei Mayhem c'erano i Bathory. Così si blocca
la musica, e invece no, perché la musica è come il mondo: è bella
perché è varia. Discutere poi se i Cradle Of Filth sono commerciali o
no mi sembra inutile: innanzitutto perché non sono poi di così facile
ascolto, e poi perché senza di loro il black sarebbe ancor di più un
genere di nicchia. Quando uscì "Dusk....And Her Embrice" avevo 8 anni e
i compagni di liceo di mia sorella lo ascoltavano, ma non sapevano
neanche chi fossero Mayhem o Burzum. Persino mia sorella, che di black
non capisce un'acca, li conosce.
I COF hanno contribuito (nel bene e nel male) a sdoganare un
genere che altro che true norwegian, sarebbe rimasto norwegian e basta.
Sono convinto che molti dei loro detrattori abbiano almeno i primi tre
album poiché è difficile che un fan così attento a nomi sconosciuti non
abbia dischi di un gruppo conosciuto anche da profani. I blacksters
amano il black, ma non l'hanno comprato. Non è di loro proprietà. Se un
gruppo parte con il black (tra l'altro i Cradle Of Filth hanno
cominciato col death) poi passa al symphonic black e poi ad altro
ancora è liberissimo di farlo. Tra l'altro mi fanno ridere i critici
del black che dicono che suonano male. Sono critici di un genere in cui
la tecnica è quasi inesistente, i primi album di Darkthrone e Burzum
sono una continua chitarra a zanzara, e lo sanno tutti che solo chi non
sa suonare la chitarra la suona in questo modo. Ma l'effetto è voluto.
Finisco questa discussione parlando della proposta culturale dei
Cradle Of Filth: non sono norwegian neanche sulla carta d'identità,
sono inglesi, di Ipswich. E come tali hanno dato spazio a quello che è
la loro cultura nazionale. Ma credete che se Quorthon fosse nato in
Namibia avrebbe composto un album come "Blood On Ice"? Dani Filth ha
scelto un determinato contesto per la sua musica: l'800, il
romanticismo inglese. Credo che si possa fare un discorso più generale
e su tutto il black metal a questo proposito: può essere considerato
come una specie di romanticismo moderno in quanto sono molti i punti di
contatto: sofferenza, lacerazione dell'animo umano, maggior spazio
all'occulto e all'istinto. Sembra una trasposizione moderna dello Sturm
Und Drag. I Cradle Of Filth hanno semplicemente deciso di seguire una
linea diversa dalle altre black metal bands, anche per la diversa
origine: quando si parla di black si nomina spesso la Scandinavia, dove
fa freddo (le composizioni gelide rispecchiano quest'aspetto della
natura del nord, Vedi Immortal) e ci sono comunque questioni
politico-religiose (rabbia per la cristianizzazione violenta,
satanismo, paganesimo). Aspetti che mancano nella cultura britannica,
per questo i gruppi inglesi e norvegesi sono diversi tra loro.
La passione di Dani Filth per questa cultura horror lo ha spinto
ad optare per una soluzione vampirica nelle sue composizioni, e non
Odino, Loki o che altro. Non dimentichiamo che Dani Filth si è ispirato
(oltre che ai maestri dell'orrore americani Poe e Lovecraft) anche a
Milton, Byron e tanti altri, i veri pilastri del romanticismo decadente
(un po' come il black) che ha dato spazio al fenomeno del vampirismo.
Si ricordino il "Dracula" di Stoker, "Carmilla" di Le Fanu, "Il
Vampiro" di Polidori, dottore e amico-rivale proprio di Byron. Si tenga
anche presente che proprio durante questa corrente ha avuto maggior
risalto la figura di Erszèbeth Bathory, importantissima nel black (a
lei dedicate molte canzoni di Quorthon da cui ha preso il nome per il
gruppo, una canzone omonima dei Dissection e un intero album, "Cruelty
And The Beast", proprio dei Cradle Of Filth). Da qui è partito Dani
Filth per la composizione dei primi tre album (che tra l'altro non sono
puramente black, black old school i Cradle Of Filth non l'hanno mai
suonato neanche ai tempi di "The Principle Of Evil Made Flesh", amato
da molti blacksters) per poi cambiare stile. Per molti questa scelta è
dovuta alla voglia di fare soldi, una commercializzazione della musica
black metal. Per me non è così, almeno per due motivi: il primo perché
tutti i gruppi cambiano stile nella loro carriera, perché cambiano le
condizioni, il tempo passa, gli uomini cambiano e conseguentemente
cambia anche il loro modo di fare musica. Secondo, perché l'utilizzo
sempre più massiccio di parti gothic non è casuale. Infatti, nel
periodo che ho già descritto non era diffuso soltanto il romanzo
d'orrore ma anche il romanzo gotico (ricordiamo "Il Monaco", "Il
Castello Di Otranto", "L'Italiano o il Confessionale dei Penitenti
Neri"). Quindi questo cambio stilistico può essere considerato come la
naturale evoluzione del ciclo romantico. In sostanza i Cradle Of Filth
hanno esplorato a 360˚ sia nei testi che nella musica tutto il periodo
romantico. Dopo aver spezzato una lancia in favore di questi inglesi
passerei a vedere in dettaglio quest'uscita. La formazione vede come al
solito Dani Filth alle vocals e autore dei testi, quindi Paul Allender
alle chitarre, accompagnato talvolta da Martin Foul che si occupa anche
delle tastiere, Dave Pubis al basso e Adrian Erlandsson alla batteria.
Voce femminile affidata sempre a Sarah Jezebel Deva. In loro aiuto la
Budapest Film Orchestra e il Budapest Film Choir diretto da Laszlo
Zadori. Le parti narrate sono di Dave McEwen. La produzione è
eccellentissima e rende perfettamente la bellezza del disco, si vede
che la Sony è una major. Tutto si sente nei minimi dettagli,
l'orchestra è di una chiarezza estrema (di solito in questo genere è un
po' sottotono). L'artwork è veramente bello: in copertina c'è una
figura umana in mezzo ad uno scenario sinistro, e sopra di essa due
grandi occhi. Splendidi i disegni che occupano le venti facciate
contenenti tutti i testi (tranne delle parti narrate). Nelle due
facciate centrali, foto di gruppo. Bisogna partire col dire che questo
è un concept album diviso in quattro parti a loro volta divise in
quattro canzoni più il finale. Il sottotitolo dell'album rende bene il
concept: "From genesis to nemesis...", dalla genesi fino alla vendetta
(di Lucifero). L'album prende spunto sia dalla Bibbia sia da "Paradiso
Perduto" di John Milton. Incominciamo con la prima parte: "Fantasia
Down".
La prima traccia è "A Bruise Upon The Silent Moon": è una
strumentale realizzata dall'Orchestra, che comincia con dei tuoni per
partire con gli archi e tastiere. Grande prova del coro e
dell'orchestra che non lesina pomposità.
"A Promise Of Fever" fa capire di che pasta sarà il disco: riffs
veloci thrash si accompagnano allo scream particolare di Dani Filth. Il
coro e l'orchestra fanno un ottimo lavoro nel conferire epicità al
tutto. A molti non piace la batteria dello svedese Adrian, però fa il
suo dovere, il blastbeat è veloce e preciso. Dopo uno screaming
particolarmente sofferto, sorretto da un blastbeat potente, la traccia
perde di velocità fino a ridursi alla sola orchestra.
Lo stacco di "Hurt And Virtue" è netto: il progressivo rallentamento
della traccia precedente fa contrasto con l'inizio sparato di questa
canzone. Riffs particolarmente ispirati si susseguono fino alla parte
centrale a due voci dove la tastiera la fa da padrone, ma un ritmo
incalzante riporta i riffs iniziali suonati a tratti molto lentamente e
a tratti velocemente.
L'ultima traccia della prima parte è "An Enemy Led The Tempest":
la batteria è velocissima e i riffs veloci, ma la traccia guadagna con
l'ingresso dell'orchestra, che dà un tocco in più. Senza di essa forse
questa traccia non direbbe nulla di nuovo.
La seconda parte è "Paradise Lost" e parla della cacciata di Lucifero dal paradiso.
La prima traccia è "Damned In Any Language ( A Plague On Words): è
di nuovo una strumentale dell'orchestra, incredibilmente sentita e
coinvolgente. Il coro fornisce una grande prova vocale. Orchestra e
coro aumentano progressivamente l'intensità fino a scemare piano piano
e introdurre la narrazione di Dave McEwen. Tratta della guerra tra
Michele e i suoi angeli contro il drago. Dopo la sconfitta, il drago
venne condannato in ogni lingua e costretto a lasciare il paradiso con
i demoni a lui simili. Neanche il tempo di pronunciare le ultime parole
che subito una rullata introduce "Better to reign in hell": la canzone
trasmette perfettamente quello che prova Satàno cacciato dal paradiso.
Trovatosi in una landa desolata, si dice "ormai stiamo qui, è inutile
piangere sul latte versato, è meglio regnare all'inferno". I riffs
veloci e la batteria tiratissima rendono accattivante la canzone, che
verso la fine prima rallenta per dare spazio all'orchestra e poi
riparte più veloce di prima. Un'altra rullata conclude il tutto.
"Serpent Tongue" è abbastanza malinconica: manca la velocità
sfrenata delle prime tracce, ci sono delle frenate e delle ripartenze
meglio della F1. Si conclude con un'atmosfera oscura che sfocia
direttamente nella successiva "Carrion", l'ultima della seconda parte,
che parte con bel riffone e procede veloce come un treno fino al solito
spazio per tastiere e orchestra, ma qui niente riposo, lo stacco è
netto, un assolo appena accennato e giù riffs a cascata.
La terza parte s'intitola "Sewer Side".
Come tutte le parti si comincia con una strumentale dell'orchestra,
"The Mordant Liquor Of Tears". Gli archi intessono una bella melodia,
accompagnata poi dal coro. Atmosfera ai massimi livelli, gli ottoni
sembrano quelli del giorno del giudizio. La traccia scende piano piano
d'intensità.
Che come al solito stona con l'inizio della song successiva, che
in questo caso è "Presents From The Poison-Hearted". La batteria
introduce un'orchestra ancora una volta ispirata e ai vocalizzi del
coro, sorretti dalla doppia cassa di Adrian e dalla chitarra di Paul.
Solità velocità, solita intensità d'esecuzione.
"Doberman Pharaoh" dà proprio il senso d'Oriente: bello l'inizio,
il riff principale è tanto semplice quanto efficace. Provate ad
ascoltare il basso e la tastiera intrecciati quando il ritmo rallenta,
per poi dare sfogo alla potenza della chitarra.
"Babalon A.D. (So Glad For The Madness)" è pervasa da un'atmosfera
oscura. Anche qui è appena accennato un assolo. Così si conclude la
terza parte.
La quarta ed ultima parte, "The Scented Garden", vede due
strumentali: la prima strumentale comincia la solita serie, la seconda
invece è strettamente legata all'ultima traccia, prendendo la posizione
di finale.
"A Scarlet Witch Lit The Season" dura all'incirca un minuto e mezzo. Stessa storia delle altre: orchestra e coro.
"Mannequin" è tra le mie preferite. Una voce femminile pronuncia
alcune parole e la batteria parte con blastbeat spaventoso,
accompagnata dai vocalizzi di Sarah, che costellano tutta la traccia.
In questa canzone finalmente esce tutta la potenza dei COF.
Chitarra e batteria danno sfoggio di gran classe.
Ma se tutta questa potenza veniva portata con cattiveria in
Mannequin, in "Thank God For The Suffering" viene portata avanti con
malinconia. Assomiglia in maniera diametralmente opposta a Better To
Reign In Hell, infatti qui c'è una sorta di rassegnazione, di chi ha
capito si soffrire e lo accetta in pieno. Prova maiuscola
dell'orchestra. Ma proprio nel finale c'è un ultimo sprazzo di rabbia
che velocizza per un attimo per poi rallentare e recitare il titolo "I
Thank God For The Suffering".
Rabbia che viene riproposta nell'inizio sparatissimo di "The Smoke
Of Her Burning". Ritmo che rimane costantemente veloce per tutta la
traccia. È proprio verso la fine che viene pronunciato il titolo
dell'album, lasciando intendere una nuova ora una volta che sarà
passata la dannazione e un giorno, quando ritornerà l'oscurità:
"nightmares come again" recita la fine della canzone, che sancisce la
fine della prova dei Cradle Of Filth".
Ma non dell'orchestra e del coro che con archi e voci danno vita
all'ultima traccia, "End Of Daze" (sarebbe End Of Days). Non appena la
musica finisce, rimane un rumore di sottofondo, tipo vento, e la voce
di McEwen recita le ultime parole, terminando il tutto con una risata,
manco a dirlo, diabolica.
Siamo dunque arrivati al momento dei commenti: la produzione come
ho già detto è ottima, e questo fa sì che le prove sia vocali che
musicali degli artisti in questione ne guadagnino in qualità.
Chiaramente non è un disco destinato ai fan del black più ortodosso, ma
neanche a quelli che cercano in questo disco solo black. Questo è un
album dove la carne al fuoco è tantissima, perciò è consigliato a
coloro che spaziano nel metal a 360˚, qualunque sia il loro genere
perché questo lavoro può rivelarsi sorprendentemente piacevole, anche
per chi ama le orchestre pompose. Ma ci sono comunque degli ostacoli da
superare: ai fans dei COF dico che se cercano lo stesso stile dei primi
tre album resteranno delusi, perché qui l'orchestra è indispensabile.
Un altro ostacolo è la durata: immensa, ma per apprezzare in pieno
bisogna ascoltarlo dall'inizio alla fine, anche in virtù del fatto che
non c'è una canzone che riesca a svettare sulle altre. Il suo punto
forte è la compattezza, le canzoni non si assomigliano quasi mai e
scendono giù facilmente.
Un consiglio spassionato: non avvicinatevi a "Damnation And A Day"
con qualche pregiudizio, perché potrebbe rovinarvi l'ascolto di quello
che potrebbe essere una perla del metal. Quindi vi rinnovo il
consiglio: non lo prendete ad esempio con il black metal o con il resto
della loro discografia perché poi non lo apprezzereste in pieno.
Dategli una possibilità, poi se lo stesso non vi piace potrete sempre
dire che è una merda e darmi dell'idiota. Ma almeno avrete tastato di
persona e non lasciatisi condizionare da quelli che passano il loro
tempo a sparare a zero sulla band inglese.
Un'ultima cosa importante che stavo per dimenticare: l'Orchestra e
il Coro di Budapest. Prestazione superlativa. Si prendono un bel 9.
Irrevocabilmente.
(Kaiser Zar Luka - Luglio 2008)
Voto: 9
Contatti:
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