CORONER
Grin

Etichetta: Noise
Anno: 1993
Durata: 58 min
Genere: avantgarde thrash


La definitiva maturazione della matrice decadente del thrash, l'ultimo stadio dell'evoluzione, il canto del cigno dei Coroner e' "Grin".
E' l'album piu' complesso e il piu' articolato nelle sfumature, sia per via di una certa inflessione progressiva, sia per i rallentamenti dei tempi a beneficio delle atmosfere industrial e dark, bilanciate da un continuo chiaroscuro che permea il disco.
La classe intrinseca del terzetto porta a realizzare con estrema semplicita' le composizioni dei brani, ottenendo rispettiva efficacia nel risultato finale. Il missaggio affidato ai Morrisound Studios ha certamente il suo peso, ma e' la capacita' di architettare e arrangiare con estrema cura dei particolari a costituire la perfetta resa sotto i profili di "tiro" e "introspezioni".
Basta analizzare l'iniziale "The Lethargic Age" per rendersene conto: il riff e' semplicissimo, il pattern di batteria elementare e la melodia praticamente inesistente... dov'e' la soluzione?
Sono da ricercare nel groove di fondo, nei tempi sincopati e negli spunti geniali le risposte alla domanda qua sopra: il creare riff allo stesso tempo semplici ma mai banali, la musicalita' della ritmica vocale, l'eccezionale dinamica del basso, il feeling del tocco di Marquis Marky e le visionarie inflessioni psichedeliche e progressive sono le chiavi di "Grin", le caratteristiche del gruppo qua portate a piena maturazione.
L'aggettivo piu' indicato per "Grin" e' essenziale, ma sottointende un grande carico di particolari e raffinatezze, da abbinare agli arrangiamenti come alle strutture e alle liriche, brevi e dense di significato. La struttura circolare, gia' delineata in "Mental Vortex", qua compie un altro passo avanti, trasformandosi in spirale: se andiamo a suddividere i tempi corrispondenti a strofe, bridge e ritornello si puo' notare come, durante l'andamento del brano intero, questi si vanno progressivamente a ridurre, come se da una sezione circolare passassimo ad una dal raggio piu' corto. E' un particolare da non sottovalutare, tenendo presente anche la chiusura in fading out di quasi tutti i brani, come metafora di discesa nel profondo, di inabissamento.
D'altra parte questa struttura a spirale e' meno delineata in tre brani ("Caveat (To The Comming)", "Paralized, Mesmerized" e "Host"), che rappresentano le espressioni piu' progressive e psichedeliche del disco, scostandosi - in lieve misura - dagli stilemi piu' pendenti verso il thrash delle altre canzoni. E' interessante pero' notare che, pur privati della struttura, questi non difettano nel rappresentare la vertigine musicale, anche per via di ampi spazi riservati alle parti strumentali, dove le definite influenze psichedeliche ispirano le linee lisergiche della chitarra di Tommy T. Baron.
Le atmosfere industrial sono perlopiu' affare di minimi campionamenti ed effetti vocali ma anche di un certo gusto melodico, mediato dal suono, del chitarrista; ottimo esempio nell'insieme di queste deviazioni e' "Serpent Moves", capace di districarsi genialmente tra parti thrashy, groove, psichedelia ed ambientazione decadente.
L'intero album e' uno "studio" sull'equilibrio di questi quattro elementi, in grado di pendere di volta in volta verso uno di questi , senza perdere di vista una sorta di unione, realizzando con la massima efficacia la riuscita del brano. Se le iniziali "The Lethargic Age" e "Internal Conflicts" sono ottimi esempi di post-thrash, canzoni come "Host" o "Paralized, Mesmerized" (la migliore) si elevano a veri e propri capolavori in riferimento al bilanciamento verso gli aspetti introspettivi della fusione tra le quattro parti.
Ma alla fine e' tutto l'album a rivelarsi un vero gioiello, perfetta dimostrazione di un gruppo in grado di evolversi continuamente, aprendosi a nuove soluzioni (i vocalizzi femminili di "Host" e le percussioni sono ulteriori esempi) e creando da se', sulla base di lezioni del passato e spirito pioneristico, una matrice sonora originale ed efficace al tempo stesso.
(Melix - Febbraio 2004)

Voto: 10



Di sicuro questo è l'album più curato e maturo dei Coroner, io però continuo a preferirgli "No More Color", quindi gli do un voto un pelo più basso. Lavoro straconsigliato a chi apprezza il metal cerebrale. Peccato che i Coroner non abbiano potuto continuare il loro cammino, chissà cosa ci avrebbero regalato dopo di questo "Grin".
(teonzo - Febbraio 2004)

Voto: 9



Continua l'inarrestabile progresso dei Coroner, tanto che è davvero difficile riconoscere la band autrice di "R.I.P." nei solchi di questo "Grin". Anche in questo disco i brani hanno un sound asciutto, quasi sintetico. Le strutture sono intricate ma non troppo; le sperimentazioni non mancano, ed anzi contribuiscono alla nascita di brani stupendi. Un dignitosissimo modo per chiudere una grandissima carriera.
(Randolph Carter - Maggio 2004)

Voto: 9.5