CONTROL DENIED
The Fragile Art Of Existence
Etichetta: Nuclear Blast
Anno: 1999
Durata: 50 min
Genere: heavy metal
Per chi non lo sapesse i Control Denied sono il gruppo fondato da Chuck Schuldiner dopo lo scioglimento temporaneo dei DEATH avvenuto nel 1996: Chuck si era rotto le palle di trovarsi sempre nei casini con le case discografiche che avevano sotto contratto i DEATH, così decise di mollare quel progetto e cercare di realizzare un suo sogno, ossia quello di creare un gruppo di puro heavy metal. Occhio però con questa definizione, i Control Denied si possono definire heavy metal perché stanno a cavallo di molti generi, e cercano di catturare la pura essenza dello spirito metallico in maniera personale, senza suonare in maniera simile ai gruppi metal degli anni '80 (ossia quelli che meritano il marchio Heavy Metal DOC).
Le differenze principali con lo stile dei DEATH sono due: la base musicale è meno violenta ed aggressiva, e qui non canta Schuldiner ma un vero cantante dal nome Tim Aymar, ennesima scoperta di Chuck, anche se all'inizio sperava di poter avere come cantante Rob Halford o Warrel Dane.
Nonostante queste differenze i legami con la musica dei DEATH restano molto forti, e molta gente critica questo album dicendo che in realtà è una banale scopiazzatura di "The Sound Of Perseverance"... beh, per farli stare zitti basta solo far notare che questo album era stato composto totalmente verso il 1997 e quindi prima di TSOP, per poi essere accantonato per dedicarsi alla reunion dei DEATH e registrato infine nel 1999.
La formazione, oltre a Chuck alla chitarra e a Tim Aymar alla voce, comprende Shannon Hamm alla seconda chitarra e Richard Christy alla batteria (entrambi presenti su TSOP), ed al basso il mitico Steve Di Giorgio (all'inizio c'era Scott Clendenin, ma è stato cacciato durante le registrazioni per dei suoi atteggiamenti poco graditi).
Nell'album sono comprese 8 canzoni, tutte belle lunghe ed articolate, ed ovviamente con una line-up simile la tecnica strumentale è ad altissimi livelli e non c'è la minima sbavatura esecutiva. La struttura delle canzoni è allo stesso tempo complessa (grazie alle progressioni e ai cambi di tempo tipici dei DEATH) e lineare (grazie all'uso dei ritornelli ed alla ripetizione di alcune strofe), ottenendo quindi un perfetto incrocio tra lo spirito diretto dell'heavy metal e la tendenza a parti ricercate e complesse tipiche dei DEATH. Sparse per tutto l'album si sentono varie influenze, partendo dal metal classico, passando per il thrash, il power americano e lo speed, e finendo col death. Ma il bello è che non è mai possibile staccare le varie fasi, sono tutte amalgamate in una miscela unica.
La cosa più difficile da digerire è il cantato di Tim Aymar... appena comprato questo CD ero incazzato come una iena ed avrei voluto ammazzarlo, sembrava quasi che stonasse per metà del tempo, e poi mi seccava sentire la musica di Chuck cantata da qualcun altro. Poi con un po' di ascolti ci si fa l'abitudine e ci si abitua, scoprendo le grandi qualità di questo ragazzo. Non ha una voce pulitissima, visto che si sente sempre un piccolo raschio di fondo, ma ha delle capacità espressive eccezionali, visto che riesce ad interpretare le canzoni come fosse un attore teatrale variando registro in continuazione: a seconda di cosa richiede la canzone Aymar passa senza problemi da un cantato pulito quasi sussurrato ad un cantato urlato ed aggressivo, questi sono i due limiti estremi, a cui vanno aggiunti molti altri registri intermedi.
Formalmente questo "The Fragile Art Of Existence" è semplicemente ineccepibile, per non parlare della produzione ad opera di Jim Morris presso i Morrisound Studios di Tampa, forse ancora migliore rispetto a quella di TSOP. Ma non è la precisione formale ad essere la parte migliore dell'album. Il colpo vincente è dato dalla carica emotiva delle canzoni, sono tutte delle poesie rese musica, in cui Chuck vuole esprimere tutta la sua voglia di ricerca interiore. I testi sono semplicemente spettacolari, manca quasi del tutto (a parte "Cut Down") lo sfogo violento dei DEATH, e le tematiche trattate sono per la maggior parte filosofiche e spirituali, non sono certo dei testi facili da capire, ma con un po' di impegno ci si riesce. E tutto il resto dell'album ruota attorno ai testi, dalla musica per finire alla confezione. Quando Chuck cominciò a preparare l'album disse a tutti gli altri di cercare di esprimersi al massimo e a ruota libera, puntando tutto sull'approccio emotivo. Ed i risultati si vedono eccome: ogni singola componente di TFAOE è pensata per far rendere al meglio ciò che le canzoni devono comunicare: le infinite variazioni di tocco di Christy nei suoi passaggi di batteria, gli accompagnamenti di Di Giorgio al basso, gli assoli di chitarra (sentire "What if...?" per credere), tutto è teso allo scopo di far rendere al 110% quello che voleva Chuck. Persino la confezione è studiata nei minimi particolari, grazie ad un ennesima figata firmata da Travis Smith, segnalo solo l'immagine dell'ultima pagina del libretto: c'è una chiara presa in giro alla Creazione di Michelangelo, in cui viene raffigurato il braccio dell'Uomo che si lascia cadere, stufo di aspettare qualcosa che non esiste.
Le mie canzoni preferite sono "Believe" e la conclusiva title-track, ma vincono di poco rispetto alle altre. La cosa importante per apprezzare l'album è ascoltarlo leggendo i testi, questo è l'unico modo per penetrare nella sua bellezza. Chi si aspetta qualcosa di aggressivo o diretto se ne stia alla larga, verrebbe solamente deluso, non è un album fisico, è un album cerebrale ed introspettivo. Certo bisogna impegnarsi a fondo per apprezzarlo a pieno, prima di cogliere ogni singola sfumatura servono decine di ascolti. Ma vale nettamente la pena assaporare totalmente l'ultimo gioiello da studio che ci ha regalato il grande Chuck.
(teonzo - Agosto 2002)
Voto: 10
Di un'intensità folgorante. L'epopea meravigliosa di Chuck Schuldiner è
culminata con "The Fragile Art Of Existence", un titolo perfetto, che
testimonia in un attimo la profonda sensibilità di quell'uomo, la sua
intelligenza, la sua maniacale cura per ogni dettaglio, tutte
caratteristiche perfettamente riversate in questo disco. Fragile si avvale
di un sound meno tirato e massiccio (il sogno di fare heavy metal è qui
totalmente compiuto), si stempera in bordate emozionali, di un lirismo
accecante. Ma è un heavy metal così lontano dagli anni '80 e al contempo così
vicino, con il sound degli ultimi Death d'impronta, la solita perenne
ispirazione per amica, e il feeling, come detto, che bagna ogni nota. Magia
pura.
(Orion - Settembre 2002)
Voto: 9.5