PAUL CHAIN
Alkahest

Etichetta: Godhead / Flying Records
Anno: 1995
Durata: 48 min
Genere: doom


Si sa che la vita è strana, a volte beffarda e curiosa, quantomeno, come Paul Chain sa bene. Personaggio atipico, di culto estremo e sotterraneo, prigioniero di incubi e ossessioni, di paure e di ricordi, il geniale e ombroso artista marchigiano è sempre stato fuori dai canoni e dagli schemi. Dai tempi della oscura epopea dei primi Death SS (quelli VERI, quelli sulfurei e marcescenti che terrorizzavano la tranquilla provincia pesarese a cavallo tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta) al distacco da satana col suo Violet Theatre fino alle sperimentazioni venate di jazz rock e di improvvisazioni psichedeliche e settantiane dell'ultimo periodo, Paul ha sempre ricercato, innovato e stravolto la sua musica, amando forse più di ogni altra cosa lo spiazzare e il sorprendere l'ascoltatore, fregandosene di quello che il pubblico voleva da lui.
Quindi è quantomeno ironico che il suo disco solista più noto sia questo "Alkahest", indubbiamente il parto più "classico", "canonico" e "tradizionale" di colui che fu il fondatore della santissima morte.
Il disco è diviso in due parti e dedicato alla memoria di Aldo Polverari, amico di Paul e straordinario organista, improvvisamente scomparso a soli 35 anni, prima di aver potuto partecipare alle registrazioni di "Alkahest".
Le prime quattro canzoni (la bellissima "Roses Of Winter", dal respiro classicamente sabbathiano con un riff memorabile, il piccolo capolavoro di ultra doom che è "Living Today", la cupa e ossessiva "Sand Glass" e "Three Water", oltre sette minuti di delirio oscuro) vedono alla voce Paul Chain, con il suo linguaggio fonetico inventato e la sua timbrica strana e inconfondibilmente evocativa. Ma sopratutto c'è la sua chitarra, saturata e corposa.
La seconda parte (allora il vinile esisteva ancora, quindi parliamo di lato B) vede invece al microfono l'ospite d'onore Lee Dorrian, deus ex machina dei Cathedral e del doom metal più sabbathiano e catacombale che con il suo cupo e cavernosamente splendido vocione dà corpo e suono a "Voyage To Hell", "Static End", "Lake Without Water" e alla stupenda mini suite "Sepulchral Life" (quasi dieci minuti di claustrofobia e arcaica, ancestrale cupezza), ovverosia quattro memorabili esempi di straordinario doom.
Sentori sulfurei e oscurissimi esalano dai solchi del vinile. I due personaggi danno davvero il meglio di sé accompagnati da una serie di musicisti di valore assoluto quali i batteristi Erik Lumen (già ex Gunfire e Eversor) e Lux Spitfire (fedelissimo di Paul Chain per molti anni), i bassisti Fabrice Francese e Robert Jacomucci, i tastieristi Mario "Broz" Mariani (già in forza ai deliranti Capillary e in seguito geniale sperimentatore sonico proprio con Paul Chain) e Andy Rosati, più alcuni ospiti quali il cembalista Nembo (appare in "Living Today"), Paul Dark e Andrea Seki (chitarra acustica e liuto medievale in "Sepulchral Life") ed è un peccato che questo progetto eccezionale e validissimo non abbia avuto un seguito.
Di lì a poco la Flying Records (che aveva finanziato l'operazione) fallì miseramente in un mare di debiti, trascinando nel baratro anche gente come gli Extrema (i quali rimasero fermi per anni!) e né Lee Dorrian né Paul Chain riuscirono a riprendere la loro collaborazione in seguito. Dorrian è rimasto fedele alla linea e alla fede coi suoi Cathedral, mentre Chain si è sempre più dedicato ai suoi esperimenti sonori, dalle improvvisazioni in stile anni '70 (una sua vera ossessione) e da altri mille progetti come musicista e produttore.
Cosa resta??? Otto canzoni, otto piccoli capolavori da ascoltarsi, da gustarsi e da godersi fino in fondo... nel viaggio verso l'inferno o nella sepolcrale vita che tutti noi attende... Un capolavoro da riscoprire, assolutamente.
(Metal Mike - Luglio 2004)

Voto: 9


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Sito internet: http://web.tiscali.it/paulchain/