CELTIC FROST (nota: si legge Keltik e non Seltik)
Into The Pandemonium
Etichetta: Noise
Anno: 1987
Durata: 59 min (nella ristampa su CD)
Genere: avant-garde thrash black metal


Questo è uno di quegli album che io definisco *capolavoro* oltre ad essere anche uno dei miei preferiti in assoluto, per cui non mi sarà facile mantenere un certo criterio di obiettività nei suoi confronti, ma ci proverò comunque!! Gli svizzeri Celtic Frost rappresenta(va)no la logica prosecuzione di ciò che furono gli Hellhammer, vale a dire una primordiale forma di black metal, difficilmente riconoscibile allora, ma di innegabile influenza per i principali fautori di quello che significa black metal oggi, come per esempio i DarkThrone. Tutto andò liscio nella loro carriera, simile e parallela a quella dei norvegesi Bathory, fino a "To Mega Therion". Già in quell'album, un altro piccolo capolavoro, si sentivano le avvisaglie di ciò che sarebbe successo dopo: un tuffo nelle avanguardie, a livello di suoni, melodie, concetti, ecc. Elementi considerati alquanto 'osé' dalla mentalità del metallaro d.o.c. dell'epoca (poi non molto differente da quella del metallaro d.o.c. di oggi!...). E gli azzardi proseguono con "Into the Pandemonium"!! Quale scelta più azzardata infatti di quella di aprire l'album con una cover di una band new wave?! Si tratta di "Mexican Radio" dei Wall Of Voodoo, chiaramente infarcita di riffoni metal e degli ormai tipici 'Ugh!' del cantante/chitarrista/leader/pazzo-furioso Thomas Gabriel Warrior, ma è pur sempre la cover di una hit del momento, un po' come se i Death SS aprissero il prossimo album con una cover di "50 Special"!... Oltre a questo si notano delle altre stranezze: un suono atipico per il metal del tempo, lontano anni luce dal power-chord pompatissimo, un suono freddo, crepuscolare, quasi spento... Con degli interventi di lead guitar liquidi, molto dark, segno che i Celtic Frost di allora dovevano averne ascoltata parecchia, di new wave. Questo si riflette anche nella voce, non solo grugnita, ma anche lamentosa, sullo stile dei primi Cure o di quello che sarebbero poi diventati gli Anathema e i nostrani Novembre. Ascoltare per esempio "Sorrows of the Moon", uno dei tanti gioielli incastonati in questo album: dovrei citarli tutti per non fare torto a nessuno, tanto sono decadentemente belli i brani dell'album, dalla rabbia sofferentemente contenuta, come i ringhi di Tom G. Warrior. Mi limito a citare altre soluzioni particolari, come le litanie arabe e le percussioni di "Caress Into Oblivion", la pionieristica elettronica hip-hop, i campionamenti e i violini straziati di "One in Their Pride", le voci di soprano e gli arrangiamenti orchestrali di "Rex Irae"... (sarebbe mai esistito "Gothic" dei Paradise Lost se nel 1987 questo album non avesse visto la luce?). Diamo poi un'occhiata all'artwork. La mia copia è uno splendido vinile gatefold, illustrato con gli onirici dipinti "Garden of Delights" di Hieronymous Bosch e "Ya - Tour of the Universe - Tombworld" di Les Edwards e con le foto dei tre guerrieri Thomas Gabriel Warrior, Martin Eric Ain e Reed St. Mark. Una nota: la ristampa su cd contiene come bonus una versione alternativa di "Sorrows of the Moon" (con una voce femminile che recita in francese l'omonima poesia di Charles Baudelaire), una versione estesa di "One in Their Pride" e le rare "In the Chapel in the Moonlight" e "Visual Aggression".
Tenete sempre a mente questo capolavoro, perché sono poche le cose che possono essere aprezzate oggigiorno senza ricordare quest'album. Pensateci, quando riascolterete i vostri idoli di oggi. Volete proprio un voto? 10, chiaro!!
(MoonFish - Gennaio 2002)

Voto: 10



Descrivere quest'album è impossibile e non ha senso. Voi direte "grazie al cazzo, sei proprio idiota", ed io rispondo con un secco: COMPRATELO ASSOLUTAMENTE E NON ROMPETE LE PALLE!!! E capirete da soli il perché delle mie parole.
(teonzo - Gennaio 2002)

Voto: 10



Non ci sono parole, bisogna ascoltarlo, un disco assolutamente eccezionale, suonato alla grande e composizioni che non rispettano le solite regole del metal più classico.
(metalchurch - Gennaio 2002)

Voto: 10



Non posso che essere d'accordo con quanto scritto dai miei colleghi. Quest'album è un must per tutti: black metaller, thrasher, deathster... e anche chi ama il piu' classico Heavy Metal!!!! Non dovrebbe mancare dalla collezione di nessuno che si definisca metallaro!!! La band di Tom G. Warrior raggiunge qui l'apice creativo, che, ahimè, non verra' mai piu' avvicinato!! E non è da tutti meritarsi il titolo di band "thrash d'avant-garde", come fu definito l'album all'epoca!! COMPRATELO!!!!
(EvilEnry - Gennaio 2002)

Voto: 10



Questo disco non ha semplicemente influenzato una grossa fetta delle band nate nei nineties, è un album che ha letteralmente suggestionato decine e decine di gruppi, i quali hanno preso a piene mani, da questo gigantesco capolavoro, innumerevoli spunti ed idee. Seminale!
(Orion - Febbraio 2002)

Voto: 9.5



Non c'è altro da aggiungere a questa recensione, perfetta ed esauriente! Così come si rimane senza parole dopo l'ascolto del disco... è 8 anni che mi gira in testa e ancora non ho trovato aggettivi che possano descrivere questo capolavoro "alieno"! L'esperimento di "One In Their Pride"... Manu Moan che recita "Tristesses de la Lune" di Baudelaire... non resisto! Scusate, ma vado a riascoltarmelo!
(Randolph Carter - Dicembre 2002)

Voto: 10 e lode