CELESTIA
Frigidiis Apotheosia

Etichetta: Apparitia Records
Anno: 2008
Durata: 42 min
Genere: black metal


Penso che il pubblico metal sappia che pi¨ di ogni altro che le delusioni maggiori, nella propria vita, oltre che dalla fidanzata, dalla famiglia o dal lavoro possono venire anche e soprattutto dai propri artisti preferiti. Dir˛ la veritÓ, ho aspettato con trepidazione il seguito del bellissimo "Apparitia - Sumptuos Spectre", disco che a mio avviso rappresenta un unicum nella scena black francese, e, quando finalmente l'ho potuto ascoltare, ne sono rimasto davvero deluso. Il passaggio all'ATMF, la maggior visibilitÓ internazionale per la lussuosa ristampa del precedente LP da parte di quest'ultima, pu˛ tutto questo aver nuociuto agli equilibri del master mind Noktu Geiistmortt? L'annunciata collaborazione con Scott Corner alias Malefic, padre-padrone del progetto Xasthur, mi aveva un po' messo sul "chi-va-lÓ", perchŔ, a contrario della maggior parte della stampa specializzata, non l'ho mai considerato niente di speciale, visto che secondo me, dopo il sensazionalismo creato dai primi album, ha continuato a battere sullo stesso chiodo sfornando lavori fotocopia con una regolaritÓ che manco la vescica di mio nonno. Se con "Apparitia - Sumptuos Spectre" i Celestia riuscirono ad ergersi dalla massa di cloni dei Dakthrone grazie ad un particolare mood romantico-decadente, una musica marchiata a fuoco da uno stile inconfondibile e delle liriche che non rientravano nel classico "darkness-satan-goat-forest", con questo "Frigidiis Apotheosia" Noktu decide di ricacciare la sua creatura nel limbo della mediocritÓ, proponendo un disco che sembra composto dagli scarti dei Mortifera (il suo side-project, neanche male tra l'altro), per nulla coinvolgente, che da quasi l'idea di esser stato forgiato da mani troppo stanche per riuscire a bissare il precedente capolavoro. I giri di chitarra sono a tratti indistinguibili, la batteria di Astrelya Ŕ fin troppo moscia e scolastica e la sua prestazione Ŕ insufficientemente precisa, l'intero disco sembra girare a vuoto, non si capisce dove voglia andare a parare; obiettivamente il lavoro di Malefic alle tastiere non Ŕ neanche malaccio, a parte alcuni tratti davvero pacchiani, ma le propone praticamente per tutta la durata del disco, a differenza dell'album precedente, dove invece erano centellinate con sapienza e parsimonia. Certe tracce partono alla grande, come l'opener "She's Dead" o "The Death of the Lizard Queen" (comunque le migliori in scaletta assieme alla riproposizione di "Morbid Romance"), ma poi sembrano perdersi per strada, mancando totalmente quel qualcosa in pi¨ che le faccia decollare, quella tragica passionalitÓ, quella foga disperata che sembra essere andata perduta. Il trademark della band Ŕ comunque ben riconoscibile, la registrazione, come sempre, Ŕ molto azzeccata, il booklet Ŕ ben realizzato, ma l'intero album Ŕ troppo fiacco per reggere il confronto con il suo predecessore, al quale vi consiglio di rivolgervi se volete ascoltare qualcosa di veramente emozionante; a me non invece non resta altro che confidare nelle uscite future, sperando che, per prima cosa, Malefic "il copro-Re-Mida"se ne stia in California, invece di trasformare in merda tutto ci˛ che tocca.
(Ranstrom Gail - Settembre 2009)

Voto: 5


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