CANDIRIA
Process Of Self.Development

Etichetta: MIA
Anno: 1999
Durata: 68 min
Genere: free-metal/hardcore/jazz


Candiria, atto terzo.
Un eventuale riassunto delle prime due puntate ci racconterebbe di una controversa band della grande mela, figlia degli "aromi" della sua città, proveniente dai suoi più reconditi sotterranei, e che ora, qui, oggi, ritroviamo acclamata dalla critica, per via di un suono così unico ai quattri lati del globo, per via di un mix così stuzzicante e ingegnoso, sì, esatto, ingegnoso. Un riassunto che ci racconterebbe di una partenza già solida, seppur non esente da difetti, di un secondo episodio già eccezionale, già clamoroso punto d'arrivo, seppur presto eguagliato (se non superato), proprio in questo terzo capitolo.
Innovativi.
E allora eccoci a questo "Process Of Self.Development", mostruosa prova d'intelligenza dei quattro di Brooklyn, l'opera che li ha sdoganati definitivamente da quell'anonimato di cui si discorreva poc'anzi. Lo stile? Sempre lo stesso (e per ulteriori delucidazioni, date magari un'occhiata anche alla rece di "Beyond Reasonable Doubt"), un "crossover", inteso proprio alla lettera, che si muove tra metal, hardcore, jazz, fusion, hip-hop, funk, ambient, grazie ad un talento artistico che permette loro di aggirarsi, indisturbati, tra ogni forma sonora conosciuta, secondo la più totale delle libertà compositive. Un sound matematicamente complesso per di più, che sa parlare la lingua della strada (NY insegna), che sa parlare la lingua del cerebralismo più esagerato (NY insegna).
Discordanti.
E' un'indefinita forma di metal estremo che condivide la carreggiata con l'intensità dell'hardcore, muovendosi assieme, rabbiosi ma equilibrati, costantemente sovvertiti da stoppate e ripartenze, secondo una chirurgia tecnica che ha pochi eguali. Ma non solo. E' anche l'istantanea divagazione jazz/fusion, se non ambient, se non hip-hop, è la destrutturazione di quella materia metal/core, nocciolo del sound, secondo dettami free-jazz, lontani da qualsiasi standard nella costruzione del pezzo. Uno stile in cui i generi singhiozzano, si sbriciolano, ma al contempo si mescolano e si accostano, senza soluzione di continuità, mentre vengono concepiti istanti di musica unici (ogni riff, ogni idea, vive solo pochi attimi), che mai verranno replicati lungo il disco, in una progressione continua, seppur tortuosa.
Liberi.
Growl rabbioso, riff metallici, liquidità jazz, cadenze rap, velocità hardcore, violenza intestina, digressioni armoniche, spigoli tirati a lucido, tempi dispari, ecco gli addendi che si moltiplicano. Come una collezione di vinili tra cui fanno capolino Atheist, Frank Zappa, Agnostic Front, John Coltrane, esibiti da uno intellettualoide yankee in t-shirt. E questo yankee potrebbe essere il leader Kenneth Schalk, batterista sopraffino, motore perpetuo, capace di stabilire, assieme ai suoi soci, un approccio sonoro davvero singolare nel paesaggio internazionale. L'abbiamo e l'hanno già detto: pura urban fusion.
Razionali.
Difficile dunque tentare categorizzazioni che rendano piena giustizia ad un sound talmente obliquo, così vicino a terreni avanguardisti, in grado di regalare infinite sensazioni diverse nello spazio di una canzone, dove ogni singola espressione della creatura newyorkese può essere racchiusa. E' razionalità spinta e creatività incontrollata, che tramano all'unisono per fottere le tue sinapsi, o per farle godere appieno. E' cibo per la mente, ma con un occhio al fisico, è una lezione di trigonometria attraverso voce/basso/chitarra/batteria, è l'attrattiva di una jam session in un laboratorio scientifico. E' il capolavoro dei Candiria.
(Orion - Dicembre 2002)

Voto: 9


Contatti:
Sito internet: http://www.candiria.com/




Il migliore dei Candiria secondo me. Pure questo album è una mazzata totale, difficilissimo da mandar giù da quanto è cervellotico e vario. Se questi due ultimi aggettivi vi fanno godere, allora cercatelo assolutamente.
(teonzo - Dicembre 2002)

Voto: 9