CALLISTO
True Nature Unfolds

Etichetta: Fullsteam Records / Earache Records
Anno: 2005
Durata: 58 min
Genere: post-rock / hardcore


I Callisto, gruppo scandinavo, si formano verso la fine del secolo scorso, grazie alla voglia di questi quattro ragazzi di riunire le proprie idee e le proprie sensazioni, cercando poi di libero sfogo a tutto questo attraverso la musica. Dopo un paio di singoli ed il MCD "Ordeal Of The Century" del 2003, firmano un contratto con la Fullsteam Records, per la quale poi escono l'anno seguente con questo "True Nature Unfolds", loro full length d'esordio.
Avvicinarsi al mondo dei Callisto non è cosa facile; il loro è un lungo viaggio senza alcuna meta, immerso nel nulla più profondo; un sordo grido di dolore e immensa sofferenza che ci avvolge e ci opprime lentamente, trasportandoci in un mondo dove niente è ciò che sembra e tutto appare labile e senza forma. Quasi un viaggio onirico all'interno di noi stessi dove la possibilità di implosione interiore è latente e sempre sull'orlo di un facile accadimento. E' bellissimo lasciarsi trasportare dalla loro musica, dal loro lento incedere, dai continui cambi d'intensità ed atmosfera, che ti trasportano lontano dalla realtà quotidiana e, in un certo qual modo, ti rinnovano. Dopo una breve intro fatta di lievi voci e velati rumori, ha inizio il viaggio vero e proprio. "Blackhole", parte lenta, pesante, profonda, con quel giro ripetuto all'infinito dove vanno a stagliarsi vocals, ruvide e pregne di dolore, in maniera repentina le ritmiche acquistano corpo e velocità, dietro le chitarre distorte prende vita un flebile riff, gelido, malinconico, fautore di una ammaliante melodia; ti prende, ti avvolge, sembra portarti via con se, quando l'ipnotico riff inziale riprende vita e da nuovo slancio alle screaming, e le stelle cadono dal paradiso, così come urla disperato Markus, alla voce.
Il brano che segue "Limb Diasporas" non è altro che il giusto seguito al pezzo precedente; un riff decadente, quasi doom in certe sfumature, ci introduce pian, piano nel brano, dove con l'entrata di un egregio violino, le sonorità si appesantiscono e vanno a comporre la struttura principale; in alcuni momenti, vedi break centrale cadenzato ed inserto di vocals femminili, tornano prepotentemente alla memoria i migliori My Dying Bride, quelli di "Turn Loose The Swans" o di "The Angel And The Dark River", tanta è la malinconia ed il dramma sprigionato dai nostri. Un brano, questo, che ho ascoltato veramente decine di volte, tanta è la carica emozionale che riesce a trasmettermi, riuscendo ad entrare dentro di me in maniera facile e profonda. Oserei dire, quasi un piccolo capolavoro.
Non si ha il tempo materiale per riprendersi da una tale sbornia di sensazioni che "Cold Stare", il quarto brano, ti rapisce nuovamente; una lunga introduzione, fatta di suoni pesanti, distorti, ma dal tocco melodico incredibile ci apre al riff principale, costruito su semplici ritmiche ed avvolto da vocals rabbiose e rozze; il brano incalza, le ritmiche se pur non troppo veloci incombono, ma ecco che dal nulla un lieve stacco acustico blocca tutto, brevi accenni di sax in lontananza, chitarre acustiche in sottofondo ed una calma glaciale; ed allora rimani spaesato, la rabbia precedente sembra non esserci mai stata, come un ricordo lontano, ricordo che però torna vivo e pulsante immediatamente. I suoni si fanno di nuovo duri, avvolgenti, corposi, le ritmiche acquistano una certa vitalità ed il finale è lasciato interamente in balia di un'atmosfera tetra, desolante, ammaliante e immensamente drammatica.
"Storm" ha un inizio molto lento, un solo di chitarra lentamente da il via; chitarre acustiche riempiono il vuoto, poche note, essenziali e dall'alto valore emotivo; brevi accenni di vocals femminili contribuiscono in maniera essenziale alla riuscita di questo lento crescendo, al cui culmine le distorte tornano ad essere protagoniste, con i loro suoni mai troppo arroganti e corposi. Le strofe giocano intorno a riff pesantissimi e cadenzati, gli intervalli ed i bridge invece si aprono notevolmente, lasciando spazio ad inserti melodici. Anche in questo caso i cambi di intensità sono molti, precisi e vincenti, prova ne è il lungo stacco centrale, dove i volumi si abbassano notevolmente, sino a divenire colonna sonora per le grida di bambini, gente che soffre ed il traffico che inesorabile và. Poi il brano riacquista lentamente potenza e vigore sino al giusto finale.
Il sesto brano del lotto in questione è " Caverns Of Khafka". E si rimane piacevolmente sorpresi dalla capacità dei Callisto a creare atmosfere così suadenti ed appaganti, pur utilizzando suoni così duri e corposi; determinante, a mio parere, l'uso di soli così melodici e ficcanti, proposti sempre, però, in secondo piano rispetto alla struttura principale del pezzo ed alla sua melodia originaria. E' proprio questo contrasto, se così si può chiamare, di melodie che rende il tutto così pieno e dannatamente coinvolgente, anche se di primo acchito sembra essere così ostico e dissonante, in realtà, entrando dentro il pezzo, non si può non subirne favorevolmente le risultanti melodiche e, di conseguenza, lasciarsi trasportare nel triste mondo di questi quattro ragazzi scandinavi.
"Like Label's Blood Cried Revenge" non lascia nessuna via di scampo, ti entra dentro, nel profondo, in maniera lenta ed inesorabile; le chitarre sono lentissime, ultra cadenzate, l'uso della doppia voce aumenta notevolmente l'enfasi generale, con la pulita che doppia e rimarca le vocals più dure. La lentezza la fa da padrona, le ritmiche non accennano mai all'accelerazione se non in pochissimi casi, in cui per altro è la voce protagonista; cala il sipario anche su questo pezzo ed entra in fade-in il brano successivo. Ol riffing dominante è incredibile, di una bellezza agghiacciante; sei lì da solo in mezzo al nulla, chiami aiuto, cerchi un appiglio, ma è la solitudine a prevalere. Il lento crescendo non fa altro che sottolineare la tua impotenza all'avverarsi delle cose, flebile, melodico, lievemente ficcante quando è la desolazione a prendere campo, molto più impetuoso, vigoroso e duro quando invece cerchi di reagire con tutto te stesso, sei li che ti dimeni, provi la fuga, ma niente, la fine è ormai scritta; cambi di intensità e ritmo che ti distaccano completamente dalla realtà, che ti trasportano realmente lontano dal tutto. Stupendo.
Dopo "Worlds Collide" eccoci arrivati al penultimo brano in scaletta, "Masonic": qui è il basso ad introdurre chitarre iperdistorte, ribassate, che fungono da base per un tagliente riff in sottofondo.
I suoni sono molto impastati, la batteria forse è troppo presente ed invasiva e l'atmosfera generale sembra risentirne in maniera decisa. Il break centrale serve da spartiacque; la seconda parte infatti risulta molto più melodica e dal piglio decisamente superiore, ricreando le sonorità proposte in precedenza. L' unico pezzo, questo, che forse mi lascia un attimo interdetto; non perché non sia di alta qualità compositiva e musicale, ma perché non riesce a trasmettere sensazioni ben definite e marcate.
"The Great Divorce" va a chiudere questo primo lavoro sulla lunga distanza per i Callisto, e lo fa in maniera superlativa, utilizzando tutti gli schemi e le soluzioni care al gruppo, ossia tempi cadenzati, repentini cambi di suono ed intensità, passaggi tra il piano ed il forte praticamente indolore, un gusto melodico sorretto e velato da immensa tristezza e soprattutto l'innata capacità di riuscire, facilmente, a penetrare l'animo dell'ascoltatore, analizzarlo, stravolgerlo e modificarlo.
Sì in definitiva modificare è il verbo, la parola, che più identifica questo "True Nature Unfolds", perché dopo un approfondito ascolto delle dieci canzoni che lo compongono non puoi far altro che uscirne modificato nello spirito, tanta è la carica emozionale che i brani esprimono; carica purificatrice e incredibilmente onirica. Grandissimi.
(Pasa - Novembre 2006)

Voto: 9


Contatti:
Sito Callisto: http://www.callistochaos.com/

Sito Fullsteam Records: http://www.fullsteamrecords.com/

Sito Earache Records: http://www.earache.com/