BRAINDANCE
Redemption

Etichetta: Progressive Darkwave Prod.
Anno: 2001
Durata: 64 min
Genere: Elettro-Dark-Wave


Questo non è uno dei classici CD recensiti da Shapeless. Spero che ci sia qualcuno dotato di gusti abbastanza onnivori per apprezzare la musica dei Braindance. Sarebbe un peccato se questo piccolo gioiello, ancorché maturo, cadesse nel dimenticatoio.
I Braindance sono un duo proveniente da New York. Vora Vor è un'abile polistrumentista (e una bella ragazza) che si occupa delle tastiere, delle chitarre, dei campionamenti nonché delle backing vocals. Sebastian Elliott è il cantante. Per l'album "Redemption", i due si avvalgono delle prestazioni di validi session-men: Robynne Naylor (tastiere, violino e viola), Andrew Bunk (basso a 5 e 6 corde) e Stygme Von Skunk-A-Loohvf (percussioni).
Questa band suona un'originale miscela di stili che loro definiscono "progressive darkwave". In essa si possono trovare elementi gothic, progressive, industrial, doom, synth pop e chi più ne ha più ne metta! Una sorta di crossover globale dominato da spirito elettro-pop.
Formatisi nel 1992, i Braindance sono sempre stati mossi da un forte spirito underground. Il loro EP di esordio ("Shadows" del 1994) e l'album "Fear Itself" del 1995 sono stati autoprodotti ma hanno goduto di vendite discrete.
Molto conosciuti nei circoli più dark e alternativi della grande mela, hanno dovuto sopportare anche i difetti dell'autoproduzione. Le tracce di "Redemption", ad esempio, erano già pronte tra il 1998 e il 1999. Tutta una serie di problemi finanziari e sfortune varie hanno fatto sì che venisse pubblicato solo nel 2001. L'attesa è stata lunga, ma direi che ne è valsa la pena!
Questo CD è curioso e affascinante! La copertina è scura, con decorazioni e disegni di ispirazione fumettistica. Per gli amanti delle curiosità va detto che il titolo di ogni sua canzone inizia curiosamente con la lettera "R".
Passiamo subito al commento delle singole tracce.
"Refracture" ci introduce al suono dei Braindance con la sua vivace andatura. Le prime cose che saltano all'orecchio sono le magniloquenti tastiere e la ritmica sostenuta da tradizionali tessiture sintetiche. La voce di Sebastian Elliott ricorda molto, nel suo registro grave, quella di Peter Steele. La chitarra elettrica, molto aggressiva, si limita ad accompagnare il brano con le sue scariche lisergiche. La forma-canzone è perfettamente rispettata: viene immediatamente scongiurato lo spettro di bizzarrie progressive. L'utilizzo di campionamenti vocali (tratti dalla televisione e dalla radio) è una costante del CD.
"Resurrection" inizia proprio come un brano dei Type O'Negative. Questo è forse uno dei limiti dei Braindance: annacquano la propria creatività con sonorità molto derivative. Non mi riferisco solo allo stile vocale del cantante. Terminata l'introduzione, infatti, il brano si assesta su linee melodiche molto care ai Paradise Lost di "Draconian Times". Guarda caso, il suono della chitarra e lo stile adottati da Vora Vor imitano spudoratamente quelli della band inglese! Questa puntualizzazione è comunque il classico pelo nell'uovo: la canzone in sè è ottima. La voce è espressiva, l'esecuzione impeccabile. Gli effetti ritmici del sintetizzatore ricordano molto da vicino gli anni '80. Il ritornello presenta un accompagnamento pseudo-barocco proveniente dagli abissi più pacchiani della "me decade": nel complesso ci sta bene.
"Resurgence" è introdotta da una ritmica trance. Qualche battuta dopo entrano in gioco bizzarre sonorità "spaziali", nell'accezione fantascientifica che il termine aveva assunto negli anni '70. La voce è filtrata. Gli arpeggi di Vor sono puntuali e meccanici che più non si può. Gli assoli e le coloriture sono dotati di una melodia spiccatamente malmsteeniana. Questa è la canzone che mi ha entusiasmato di meno: a parer mio, la melodia è fiacca. Naturalmente, tutto il resto è ineccepibile.
"Return" è invece un ottimo brano gothic. Molto potente, risulta meno industrial dei brani precedenti a causa di un suono più "naturale" quale la chitarra acustica. Anche in questo caso è impossibile non notare l'ibrido Type O'Negative / Paradise Lost. La canzone comunque è valida, semplice ed efficace. Questo è un pregio dei Braindance: la tecnica superlativa non viene usata come esibizione fine a se stessa, ma viene sempre piegata alla linearità-pop della canzone. La complessità non è da ricercarsi nella struttura del brano ma nei suoi più piccoli particolari di costruzione. Pregevoli intrecci vocali a metà canzone.
Per una band che adora omaggiare i propri idoli, era impossibile non imitare i Depeche Mode con la lunga "Relentless". L'andatura danzereccia, evidente nella strofa synth-pop, potrebbe far assurgere questo brano alle vette delle discoteche dark più imboscate. E' innegabile comunque che questa band americana ci sa fare, risultando sempre piacevole. Alle volte questa canzone mi riporta alla mente una versione edulcorata dei Kovenant. Ne approfitto per dire che, nonostante i suoi difetti, i Braindance sono a mio avviso cento volte superiori alla sopravvalutata band norvegese!
Dopo la sbornia di ottime canzoni ecco la prima bizzarria: vorrei definirlo strumentale ma così non è. E' un'accozzaglia di campionamenti vocali, sottolineati da inquietanti sonorità di tastiera. Questo "divertissement", intitolato "Reduction", sfuma sulla successiva "Resilience". Aperta da deliziosi suoni liquidi, la canzone regala un'atmosfera lenta ed implacabile. Il brano è molto contrito, le strofe sono malate ed i fraseggi di chitarra barocchi. Al di sotto dell'onnipresente pessimismo e dello "spleen", ogni canzone è dotata di una forte sensualità. Naturalmente, nulla di sentimentale: pura sensualità alla quale segue un'eterna insoddisfazione. Il finale riporta alla mente alcuni passaggi dei Naked City.
"Remission" e "Requiem" sono due bizzarri strumentali. Il primo è un brano elettronico, memore dei già citati Depeche Mode dallo spiccato ritmo dance. Il secondo è più simile ad una danza macabra, sulla falsariga delle colonne sonore dei film di Tim Burton. Ambedue queste tracce presentano caratteristiche comuni, tra le quali i richiami ai Future Sound of London e all'album "Spillane" di John Zorn.
"Reflexion" è una ballata suicida in cui Elliott si trasfigura in Peter Steele più che mai. La voce è identica. Inquietante e malata, la melodia è entusiasmante. Sensuale più che mai, si chiude su oggetti metallici mossi dal vento. Questi suoni rivelano che lo spettro che si aggira tra le note della canzone è quello dei Black Heart Procession.
La title track chiude l'album con la sua andatura monumentale, vivacizzata dalle note meccaniche dei sintetizzatori.
"Redemption" mi è piaciuto molto. E' fresco e dotato di una spiccata creatività. E' mio dovere sottolineare i limiti dei Braindance: è necessario che si scollino di dosso l'influenza delle loro band ispiratrici (Type O'Negative su tutti). Solo così la band potrà finalmente ottenere i risultati che merita. "Redemption" è un album consigliato a tutti coloro che vogliano rischiare un ascolto diverso dai soliti proposti da Shapeless. Sono sicuro che non se ne pentiranno.
(Hellvis - Marzo 2003)

Voto: 8.5


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