BLACK SABBATH
Headless Cross

Etichetta: IRS
Anno: 1988
Durata: 40 min
Genere: Heavy Metal


Se da un punto di vista storico è impossibile negare l'importanza che i primi cinque dischi dei Black Sabbath hanno avuto nella nascita di quel suono che qualche anno più tardi sarebbe stato etichettato con il termine Heavy Metal, è altrettanto vero che l'indifferenza e la superficialità con cui si trattano i dischi del post Ozzy non rende giustizia a lavori a cui solo la sfortuna ha impedito di riscuotere il successo che avrebbero meritato. Il mastodontico "Heaven And Hell", "Mob Rules", il sottovalutatissimo "Dehumanizer", il plumbeo "Born Again" sono solo alcuni esempi di dischi che, se da un lato prettamente storico non hanno rilevato la stessa importanza del primo periodo, da un punto di vista puramente qualitativo avrebbero di certo meritato più attenzione.
Era il 1988 quando, reduci dal discreto "The Eternal Idol", tornano sul mercato con un disco assolutamente da incorniciare, perfetto sotto ogni punto di vista. Caratterizzato dalla presenza del mai dimenticato Cozy Powell, batterista che spero non abbia bisogno di presentazioni, "Headless Cross" è per quanto mi riguarda uno dei più bei dischi dei Black Sabbath post Ozzy, secondo solo all'inarrivabile "Heaven And Hell".
Un lugubre intro ("Gate Of Hell"), dove lamenti di anime dannate sembrano cercarsi un varco per attraversare i portali dell'inferno, viene interrotto dalla mastodontica batteria di Cozy Powell (chi ha visto il video di "Headless Cross" sa cosa intendo) che delinea un tempo cadenzato su cui alcuni accordi anticipano il riff monolitico portante di questa splendida title-track. Un brano cadenzato e pachidermico, che in quanto a cattiveria non teme confronti neanche con la death metal band più marcia. L'entrata del bravissimo singer Tony Martin è accompagnata solamente dall'avanzare lento di basso e batteria, dove con grande enfasi si narrano le vicende di una sfortunata cittadina dell'antichità colpita dalla peste. Grandissimo il ritornello che vede Tony Iommi ritornare con il suo riffing mefistofelico.
Più sostenuta è invece "Devil & Daughter", caratterizzata da un riff di estrazione epica e condita da una prova superlativa di Martin, sicuramente uno dei pochi capace di reggere il confronto con gli ex singer sabbathiani, ossia Ozzy. Dio, Gillan e Glenn Hughes, forse i cantanti più rappresentativi della storia dell'Hard & Heavy.
La terza canzone merita sicuramente l'aggettivo di capolavoro. "When Death Calls" è pura atmosfera infernale ricreata in musica. Un delicato e sinistro susseguirsi di note funge da tappeto per un cantato lento che cresce pian piano fino all'esplodere del ritornello, dove l'entrata di Iommi evidenzia la chiamata della morte con squarci elettrici. Il coro sembra davvero provenire dalle viscere della terra. Verso la metà del brano il ritmo cresce improvvisamente, dettato come al solito da un riffing infernale. Martin dal canto suo si professa il Caronte della situazione, regalandoci una prestazione spettacolare e candidandosi a mio modesto parere come uno dei cantanti più sottovalutati di questi ultimi anni.
Il lato B è aperto dalla altrettanto valida "Kill In In The Spirit World", una heavy metal song dall'incedere non troppo veloce e contraddistinta dall'ennesimo riffone vincente di Iommi. Ma è con la successiva "Call Of The Wild" che si torna su altissimi livelli, dove Iommi conferma di essere sicuramente il più grande riff-maker della storia del metal. L'entrata di Martin è da brividi, contribuendo a creare un'atmosfera sepolcrale squarciata di tanto in tanto da rasoiate del baffuto chitarrista. Eccezionale la prova vocale all'altezza del pre-chorus che precede il ritornello più immediato del disco.
"Black Moon" è il brano più nervoso del lotto a causa di un'inusuale drumming dell'eccezionale Powell. In questo brano chitarra e voce seguono il singhiozzante lavoro di batteria fino ad arrivare all'ennesimo ritornello di stampo epico che difficilmente dimenticherete. Il suggello finale spetta a "Nightwing", il brano più articolato del disco nonché uno dei migliori. Un inizio plumbeo, disegnato da basso chitarra e voce, funge da preludio ad un vortice di atmosfere rarefatte spezzate da fulminee parti elettriche.
La qualità di ogni singola canzone, aggiunta alla totale assenza di riempitivi o momenti di pausa, rende "Headless Cross" un disco obbligatorio per ogni metal fan, da far ascoltare a quelle persone che, forse per incompetenza o per ottusità, se ne escono con l'odiosa frase: "sì, ma i Black Sabbath sono solo quelli con Ozzy".
(Stefanungol - Agosto 2003)

Voto: 9.5



E' arrivato Cozy Powell. E come si sente! Affiancato dall'eccellente Lawrence Cottle al basso (che per una volta mi fa rimpiangere di meno sua maesta' Butler) porta Iommi e Martin a centrare l'obiettivo mancato per un soffio con "The Eternal Idol". Dark sound massiccio come i monoliti di Stonehenge, songwriting ispirato, musicisti con i cosiddetti, queste otto canzoni sono forse il lascito migliore di Iommi dai tempi di "Heaven And Hell", assieme a "Seventh Star". Come vorrei che si scrivesse ancora metal cosi'!
(Mork - Agosto 2003)

Voto: 9



Sicuramente l'album migliore dell'era Martin, il più legato alla tradizione sabbathiana anni '70, cupo e pesante nella maniera giusta.
(metalchurch - Agosto 2003)

Voto: 8