BLACK SABBATH
Born Again

Etichetta: Warner (recensita la stampa italiana Vertigo - Polygram)
Anno: 1983
Durata: 40 min
Genere: dark metal


Dopo la fine dei rapporti idilliaci tra Ronnie Dio e i Black Sabbath, la band si mise in cerca di un nuovo frontman di grido che potesse continuare la tradizione di nomi carismatici al microfono. Lo trovo' ancora una volta nella scena hard rock: Ian Gillan prese quindi le parti di Ozzy e di Dio come nuova voce del gruppo principe del dark sound. Correva l'anno 1983 quando "Born Again" vide la luce, e fu una sorpresa per molti (me compreso). Dopo le atmosfere epic fantasy di Dio, questo disco mostro' invece il lato piu' rozzo e sfacciatamente heavy metal dei Black Sabbath, buttando dalla finestra gran parte delle finezze stilistiche introdotte dall'elfo degli arcobaleni. Reintroducendo lo storico batterista Bill Ward (da tempo sofferente di salute per casini vari) ad affiancare Iommi e Butler, il gruppo rinnovo' ancora una volta il proprio stile compositivo e viro' verso il metal piu' aspro (e autentico) realizzando un disco che all'epoca venne preso da molti sottogamba e messo troppo in fretta da parte. Gillan stesso si lamento' che il risultato finale non era quello che lui si aspettava. Dopo il lavoro in studio, che a Ian era piaciuto un casino, l'ex Purple si prese una vacanza per riprendere fiato e quando torno' scopri' che il mixaggio definitivo non era per nulla di suo gradimento ("... Il basso in specie era completamente saturo, copriva ogni cosa...") e ci furono degli scazzi che portarono i protagonisti a dividersi da li' a pochi mesi, cosa che permise poi a Gillan di fare la reunion con i Purple e di realizzare l'ottimo "Perfect Strangers".
La si pensi come si vuole, secondo me questo disco invece non solo ha retto bene gli anni, ma in pieno nuovo millennio da' la paga alla maggior parte delle robe che escono in questo nostro amato genere. Sicuramente grazie a pezzi come quello d'apertura, "Thrashed", un metal forte e ipersaturo con Gillan che comincia a sgranchirsi la voce in questo sound per lui nuovo, o come nella dark "Disturbing The Priest" (preceduta da un'intro sintetizzata del "quinto Sabbath" Geoff Nicholls e che ricorda le atmosfere del precedente album "Mob Rules") in cui il cantante si tuffa nel clima piu' nero nella migliore tradizione della band ("the devil and the priest can't exist if one goes away..."). Altro breve stacco strumentale di Nicholls, "The Dark", per chiudere la side A con la metal-dark "Zero The Hero", tra effetti registrati al contrario e gli assoli sporchissimi di Iommi che qui tagliano come rasoi, lontani dalla pulizia di "Heaven And Hell" e prosieguo ideale del percorso di marcizzazione del suono iniziato in "Mob Rules".
La seconda facciata del disco comincia con uno dei pezzi metal che piu' mi sono rimasti impressi in questi vent'anni che ascolto questo genere: "Digital Bitch" e' un pezzo semplice dal punto di vista compositivo ma con un tiro notevole, col basso di Butler che fa da colonna vertebrale all'intera canzone, la storia di una figlia di papa' piena di soldi che la da' via a tutti senza legarsi a nessuno ("she needs a loving and dominating master!") con un Gillan ormai scatenato nel suo nuovo ruolo di cantante metal a urlare quanto la tipa in questione sia una vera troia. La canzone che da' il titolo all'album, "Born Again", e' un'affascinante power ballad adatta alla bellissima voce del cantante, che lo vede passare da strofe morbide ad altre gridate a pieni polmoni, un Bill Ward che in alcuni punti pare accarezzare la batteria piu' che pestarla, e Iommi con la sua chitarra che nella parte finale se ne va via in fading tutta sola con una sensibilita' che oggi non si trova piu' nelle dita dei chitarristi ultime generazioni. Si avvicina la fine del disco con "Hot Line", un altro pezzo di dark metal ossessionante grazie all'accoppiata basso-chitarra che opprimono l'ascoltatore e gli ricordano che questo non e' il metal lucido e brillante dei Judas Priest, bensi' una miscela cupa e satura scritta da una band che ha ancora nelle ossa le proprie origini oscure. Da notare ancora la voce graffiante e squarciante di Gillan, che qui lacera come dei rostri le orecchie dell'ascoltatore. E si chiude definitivamente con "Keep It Warm", classico pezzo di fine album per i Sabbath che comincia lento e cadenzato per poi introdurre il solito cambio di tempo in cui la chitarra di Iommi accelera il passo, sospinta dal basso incalzante di Butler, per poi tornare a mettere la terza cedendo a Gillan il compito di terminare le danze.
Questo e' sicuramente un album ancora controverso dopo tutti questi anni e purtroppo raramente i metallari si ricordano che esiste. L'orrenda copertina raffigurante un neonato demoniaco rosso su sfondo violaceo non ha mai aiutato a vendere (nei negozi anche l'occhio spesso vuole la sua parte, e chi ha voglia di tirar su un disco con una copertina che e' un pugno nell'occhio?), e il suono distorto e sporchissimo delle canzoni non e' stato gradito da molti fan dei Sabbath classici. Un peccato perche' e' un gran bel lavoro, nobilitato da un cantante che dopo questo disco non si e' mai piu' sentito su queste estensioni vocali, lasciando quindi questa registrazione come un testamento di quello che sapeva fare negli ultimi anni d'oro della sua carriera.
Anziche' domandarsi cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la seconda guerra mondiale, chiediamoci cosa sarebbe stato il nostro mondo musicale se Ian Gillan fosse stato un cantante metal anziche' hard rock. Questo disco semi-dimenticato ormai e' la nostra unica finestra su quel mondo alternativo al nostro.
(Mork - Settembre 2002)

Voto: 8.5



Un album che ritengo migliore rispetto a quelli con Dio, abbandonate le matrici epiche care a Dio questo ritorna ad un sound più oscuro, dark ed aggressivo con una perfomance strepitosa di Ian Gillan.
(metalchurch - Settembre 2002)

Voto: 9.5