AT THE GATES
The Red In The Sky Is Ours

Etichetta: Peaceville
Anno: 1992
Durata: 46 min
Genere: Death Metal


Con l'uscita di "Gardens Of Grief" gli At The Gates si guadagnarono subito un contratto con l'inglese Peaceville. Il loro primo full length venne registrato nel novembre del 1991, e missato nel gennaio dell'anno seguente. Compare nella formazione anche il nome di Jesper Jarold, che nel disco ha suonato alcune parti di violino, ma che non fu mai un membro stabile della band, tanto che questa fu la sua unica collaborazione con la band.
Con un titolo simile una copertina con colori rosso e nero era d'obbligo; tutti si sono chiesti cosa rappresentasse: in realtà è la foto della mano di Anders Björler.
Si inizia con "The Red In The Sky Is Ours / The Season To Come" e si ha subito l'impressione che ben poco sia cambiato rispetto al MCD d'esordio: ritmiche trascinanti, riff veloci e mai banali, frequenti stop and go e cambi di tempo e tanta, tanta melodia sono i capisaldi del sound targato At The Gates. La voce di Lindberg è quasi sofferente, lancinante per certi versi. La traccia comprende due episodi, visto che "The Season To Come" è in pratica una triste melodia di solo violino.
Su queste note riparte "Kingdom Come", monolitica e carica di rabbia, con un urlo bestiale di Thomas. Melodie tristi, specie nel ritornello, e un gran lavoro di Adrian Erlandsson dietro le pelli sono i pregi maggiori. Uno dei capolavori del disco, a detta di chi scrive.
Si prosegue con "Through Gardens Of Grief", molto complessa e articolata, arricchita da pregevoli arrangiamenti di chitarra. Azzeccatissimo anche l'assolo, per non parlare del sognante innesto di violino.
"Within" è il pezzo più lungo del disco, con i suoi quasi 7 minuti di durata. I nostri partono con un pesantissimo mid tempo, ancora una volta con le chitarre che tessono tristi melodie, per poi lanciarsi in una furiosa accelerazione. Tempi dispari, pause e un'infinità di variazioni nella struttura di questa canzone la rendono una delle più riuscite. Nel finale troviamo ancora un duetto tra violino e chitarre, con il pezzo che termina in fade.
L'inizio di "Windows" ci mostra il lato più emozionale e nostalgico degli At The Gates, anche se un po' tutto il brano è pervaso da una sensazione di sconforto. Senza pausa prosegue "Claws Of The Laughter Death", e si ritorna al classico Death. La canzone incorpora cambi e fraseggi piuttosto particolari, non splendidi, per la verità. Anche "Neverwhere" presenta un inizio lento, con un grido di Thomas, per poi proseguire con accelerazioni e repentini rallentamenti soffocanti. L'assolo di violino è, ancora una volta, una gioia, un piacere quasi magico.
"The Scar" è invece una breve canzone basata su un solo giro di chitarre (con un effetto particolare, non distorto) e una voce sussurrata. Nonostante tutto non appare fuori luogo, essendo anch'essa malinconica ed eterea: sono infatti emozioni che traspaiono in tutto il disco. Con "Night Comes, Blood Black" torniamo ai più alti esempi di Death Metal, nel tipico stile At The Gates.
La band conclude in bellezza, riproducendo "City Of The Screaming Statues", già acclusa nel mini d'esordio, che ho già elogiato nella relativa recensione.
"The Red In The Sky Is ours" è autoprodotto; nonostante la qualità della registrazione sia buona (il volume è un po' basso, comunque), la produzione forse non valorizza le parti più pesanti, con le chitarre non così in evidenza come dovrebbero. Tuttavia è difficile, dopo anni di ascolti, immaginare quest'album con dei suoni diversi. Forse con i bassi più pompati il suono sarebbe stato più potente.
Quest'album, all'epoca, rappresentò un'evoluzione della musica degli At The Gates, nel senso che le canzoni risultarono più complesse di quanto fatto in precedenza, più cupe. Se è vero che "Gardens Of Grief" non era il solito massacro Death, nonostante la presenza di una canzone spaccaossa come "All Life Ends", va detto che il nuovo parto in casa At The Gates risultò ancor più ragionato e carico di sofferenza. La band puntò cioè sulle emozioni per creare un disco Death innovativo, triste e malinconico: una strada che avrebbe in seguito abbandonato in favore di un assalto sonoro più diretto e brutale.
Le canzoni sono, in genere, meno immediate di quelle di "Gardens Of Grief"; da questo punto di vista questo disco si può considerare un aprirista per il successivo "With Fear I Kiss The Burning Darkness", più maturo dal punto di vista compositivo.
(BRN - Luglio 2003)

Voto: 8


Contatti:
Sito internet: http://www.atthegates.com/




Mi è piaciuto al secondo ascolto, suoni cupi, dark e parti melodiche miscelate bene.
(metalchurch - Agosto 2003)

Voto: 7



Quest'album e' troppo grezzo per i miei gusti, pur se estremamente compatto e ben realizzato. Gli preferisco i due album centrali, ma qui trovo comunque spunti affascinanti, come le liriche ermetiche e oscure che dipingono un mondo ribaltato, visto attraverso lenti in negativo. Uno dei dischi piu' claustrofobici che io abbia mai ascoltato. Gli do 6 e mezzo perche' non impazzisco per il genere, altrimenti penso gli darei un altro mezzo punto in piu'. "We are among millions, and still alone"!
(Mork - Agosto 2003)

Voto: 6.5