AT THE GATES
Slaughter Of The Soul
Etichetta: Earache
Anno: 1995
Durata: 34 min
Genere: thrash/death svedese
We are blind to the world within us, waiting to be born.
E' con questa [mitica] espressione che si scatena "Blinded By Fear", epocale
incipit per uno dei dischi più idolatrati nella storia del metallo
planetario. E "mitico", avviso, sarà una specie di parola fantasma, termine che
potrebbe apparire ovunque lungo questa rece, per un album sì recente, ma già
capace di entrare nel plotone dei leggendari. Era infatti il 1995, e i
capiscuola ad inizio anni '90 del cosiddetto death melodico, avrebbero
rilasciato un novello punto a capo nel panorama estremo internazionale, uno
di quei capolavori che danno il là a tendenze, scopiazzature, nuovi eredi,
epigoni, insomma, tutto il caratteristico pantheon che si aggira attorno ad
un disco di tale portata storica. E così fu. Sbocco ultimo di una carriera
più e meno rilevante, strutturata in progresso, "Slaughter..." materializzò la
più decisiva fusione tra quel sound da loro stessi coniato e delle
scintillanti reminiscenze thrash anni ottanta. L'incendiaria conseguenza di
tutto ciò furono trentaquattro minuti di violenza venata di melodia, di
tempi thrash-inanti a rotta di collo, di un cantato lacerante, sofferto, di
un riffing frenetico ma che non perde il gusto per la linea melodica,
secondo il verbo della linearità compositiva, a manifestare uno stato di
grazia assoluto. Null'altro che il [mitico] "Slaughter Of The Soul" madame e
monsieur.
L'attacco è del singolo "Blinded By Fear" (uno dei pezzi più borseggiati
della storia): ritmiche veloci, un refrain accattivante come pochi, le due
chitarre in equilibrata sincronia, scarno e diretto, già la
canzone-manifesto che volteggerà pure su SuperRock, nel quartier generale
del nemico mtv. La title track (con quel [mitico] "go" a farla detonare),
"Cold", "Under A Serpent Sun" (miglior brano punto e basta), un 1-2-3-4 subito
micidiale. D'altra parte, con quel venerabile maestro di Thomas "Tompa"
Lindberg al microfono (qui al suo culmine), con quel suo penetrante growl
votato al dolore, al lirismo, con il duo Björler/Larsson ed i loro bollenti
riffoni thrash/death, a sfociare magari in un irresistibile break centrale,
con quel solismo carico di melodia che ti frusta lo stomaco, con un
indiavolato Erlandsson dietro le pelli che tocca robusto ma velenoso,
smontandoti la spina dorsale come solo i batteristi più subdoli sanno fare,
beh, chiaro no? Se "Into The Dead Sky" è un motivo strumentale squisito e
raffinato, che allunga il respiro prima della seconda full immersion, la
nuova carrellata riprende il nocciolo del discorso. "Suicide Nation", "World Of
Lies", "Unto Others" (miglior brano.. mmh.. l'avevo già detto?), e tutti gli
altri sapori roventi: alte velocità, refrain intriganti, semplicità,
melodia, intensità, suggellate da una produzione al bacio (svolta nella
Mecca scandinava dei Fredman Studios, per merito di Fredrik Nodstrom), a
forgiare questo [mitico] suono carnoso e graffiante. Infine, dopo "Nausea",
forse unico neo, "Need" chiude le danze innestandosi nell'atmosfera satura di
zolfo di "The Flames Of The End", con quel suo amaro tappeto di tastiere, come
a spargerne le ceneri. Undici tracce, lungo questo straordinario capitolo
sul "come si diventa immortali in poco più di mezz'ora", una mezz'ora
bastardamente adrenalinica, con quel filo d'olio di drammaticità, e dalle
melodie che stirano le budella ad oltranza. Un disco da assaporare
fisicamente, finendo magari per grondare di sudore, mostrando i denti,
incastonato nell'arredamento di casa.
In seguito a quest'opera magna la band si sciolse, spargendo il proprio seme
nei The Haunted soprattutto (tre/quinti del gruppo, poi a loro volta
re-impastati), mentre Tompa non smette di peregrinare (Lock Up, quindi
l'episodio con i The Crown, ora concentrato nei The Great Deceiver). Un seme,
quello del thrash/death, trasportato dai venti del nord, e che ha finito con
l'ingravidare band di caratura altalenante come Soilwork, Carnal Forge e
Darkane, band di nessun valore (la serie B svedese è a quindici gironi,
evito elenchi), ma nessuno è ancora riuscito a cogliere la magia di questo
[mitico] "Slaughter Of The Soul" (nota a parte personale per "Deathrace King"
dei The Crown che, pur perdendo, regge il confronto).
A conti fatti non ha avuto (com'era logico) la stessa importanza di "Reign In
Blood", ma è probabile che sotto diversi punti di vista - tra cui durata,
incisività e novità del suono, collocazione temporale all'interno del
decennio in corso - abbia venduto l'anima allo stesso dio pagano di Araya &
C.
We are blind to the world within us, waiting to be born.
(Orion - Novembre 2002)
Voto: 9.5
Contatti:
Sito internet: http://www.atthegates.com/
Un album che divenne leggendario nel momento in cui uscì. Un disco che avrebbe subito fatto scuola, fonte di ispirazione per una miriade di gruppi svedesi e non, che ora vanno per la maggiore, ma che ad oggi sono stati incapaci di partorire un prodotto che possa minimamente essere paragonabile a questo "Slaughter Of The Soul". Il quinto capitolo della discografia degli At The Gates consacrò definitivamente la band alla storia. Registrato alla metà del 1995 nuovamente agli Studio Fredman di Gotheborg e prodotto impeccabilmente da Fredrik Nordstrom (così come il precedente "Terminal Spirit Disease"), questo disco gode di suoni perfetti.
I cinque sono chiaramente al culmine dell'ispirazione, sia a livello compositivo che di arrangiamenti. Thomas Lindberg ha carisma e rabbia da vendere, Adrian Erlandsson dietro le pelli non teme confronti, la coppia di chitarristi Björler/Larsson è quanto meno ineccepibile, alla quale si aggiunge il geniale Jonas Björler nella di stesura dei pezzi. Nulla è fuori posto: in quste 11 canzoni violenza e melodia raggiungono un equilibrio perfetto, fondendo insieme elementi marcatamente Thrash (riff possenti e ritmiche tanto dinamiche quanto devastanti) con altri più squisitamente Death (una voce abrasiva e una certa componenete melodica, tipica del Death melodico di scuola svedese, della quale gli At The Gates ne furono gli iniziatori).
L'opener "Blinded By Fear" è la miglior canzone di sempre degli At The Gates: un'intro apocalittica introduce questo massacro. Riff devastanti, una sezione ritmica da paura, un cantato a dir poco folle e un assolo memorabile, rendono questi 3 minuti indimenticabili.
Adrenalina allo spasimo anche durante "Slaughter Of The Soul", che ripercorre le orme della precedente. Thomas è diventato ancora più carismatico, interpreta i testi con una rabbia inaudita, le sue corde vocali sono tirate al limite come non mai.
"Cold" viaggia su ritmi più ragionati, salvo qualche accelerazione, senza comunque perdere nulla in impatto, neanche durante l'arpeggio in pulito, a testimonianza di quanto i nostri siano stati eccelsi anche in fase di arrangiamento.
"Under A Serpent Sun" è introdotta da un urlo inumano di Lindberg, ma in realtà tutto il pezzo è di una carica mostruosa, con Adrian Erlandsson ispiratissimo. Dopo un breve arpeggio di chitarra acustica, il brano torna a mietere vittime.
"Into The Dead Sky" è un piacevolissimo intermezzo di chitarra acustica, di quelli che ormai la band ci ha abituati, ma la tregua dura poco, e "Suicide Nation" riapre le danze. Introdotta dal rumore di un caricatore, questa canzone risulta forse la più massacrante del disco, con una sezione ritmica a dir poco annichilente, un cantato da brivido, dei riff taglienti e l'ennesimo assolo da manuale, seguito da uno stop and go dall'impatto letale. Sconsigliatissima a chiunque soffra di cuore.
"World Of Lies" non dà pace, un vero muro sonoro, condita da riff dal tiro incredibile; "Unto Others" viaggia su ritmiche da panico, con un finale come non se ne sono mai sentiti.
"Nausea" è basata su velocissimi riff spiccatamente Thrash, mentre "Need", introdotta da un giro di batteria mozzafiato, è l'ennesima riprova della grandezza di questa band, con quel ritornello indimenticabile, quasi commovente.
Chiude le danze la strumentale "The Flames Of The End", con un tappeto di tastiere sulfuree sulle quali si innestano le chitarre, a suggellare una delle più belle pagine della storia della musica (ma qui iniziamo a ripeterci).
Al di là della bellezza delle composizioni, stupisce anche, e soprattutto, la cattiveria con cui questo disco è stato suonato.
Un album indimenticabile, indispensabile, imprescindibile, che merita elogi a non finire. Sono più di 7 anni che, ad ogni ascolto, riprovo le stesse emozioni.
Immenso.
(BRN - Luglio 2003)
Voto: 10 e lode
Un classico ormai sto album... lasciate perdere tutta la paccottiglia svedese che gira oggigiorno (Diabolical, Carnal Forge e cloni vari), compratevi sto album (spero l'abbiate già) che basta ed avanza la sola "Under A Serpent Sun" a spazzare via tutti quanti! Un album obbligatorio per tutti gli amanti del metal estremo.
(teonzo - Novembre 2002)
Voto: 10
Quest'album dà la sensazione di ascoltare qualcosa di perfetto,
destinato a restare per sempre nella storia della musica. Un po' come
"Reign In Blood" degli Slayer appunto, anche se non a quei livelli (ma
è anche questione di gusti). 10 e lode al lavoro del Tompa, è sempre
stato una specie di guro dello screaming, e qui la sua voce ha una
pienezza, potenza e taglientezza veramente da orgasmo. Quest'ultimo
capitolo è molto diverso dal resto della discografia At The Gates:
sintetizzando al massimo sono diventati più violenti, groovy e
diretti, ma anche meno estremi e introspettivi; già "Terminal Spirit
Disease" si discostava abbastanza dai dischi precedenti, ma qui c'è un
salto ancora maggiore. Hanno aumentato la dose di Slayer nel loro
suono, sono terremotanti e corrono dritti a testa bassa come tori, ma
non ti feriscono dentro, non come i vecchi album si intende. Proprio
per questa diversità non saprei dire qual è il miglior disco del
gruppo svedese per eccellenza, sicuramente questo è il più
inossidabile ed influente, fatto da musicisti che la sapevano lunga e
che ormai insieme avevano raggiunto l'intesa perfetta. Tra l'altro non
c'è una canzone che sia anche di poco sotto le altre.
(bist - Luglio 2003)
Voto: 9.5