ATHEIST
Elements

Etichetta: Music For Nations
Anno: 1993
Durata: 41 min
Genere: jazz misto frutta


"Elements" è il terzo ed ultimo album degli Atheist, e conferma la volontà del gruppo di evolversi oltre l'immaginazione dell'ascoltatore, spiazzando tutti senza distinzione. Il precedente "Unquestionable Presence" rappresentava una perfetta fusione tra il death metal ed il jazz, e cosa potevamo aspettarci in questo album? Forse una fusione con qualcos'altro, ma sempre mantenendo un po' della violenza degli esordi. Invece no, qua non c'è un solo passaggio vagamente riconducibile al death metal, anzi, di metal c'è veramente poco o nulla. "Elements" è principalmente un album jazz suonato con un po' di distorsione, a cui vanno aggiunte molte influenze della musica latineggiante (soprattutto spagnola e sudamericana).
Dopo la morte del bassista Roger Patterson, che era il membro cazzaro del gruppo, quello che dava la pazzia e la violenza alla loro musica, e dopo l'uscita del batterista Steve Flynn, venne a mancare l'impulso a suonare musica cattiva, così le redini del gruppo vennero prese dal chitarrista cantante Kelly Shaefer, il quale volle continuare sulla strada della sperimentazione, visto che ormai considerava il metal come una limitazione. Al suo fianco restarono l'altro chitarrista Rand Burkey (che resterà in secondo piano) ed il bassista Tony Choy (chiamato in fretta e furia a registrare UP dopo la morte improvvisa di Patterson), a cui si aggiunsero Frank Emmi ad una terza chitarra solista e Marcel Dissantos alla batteria (anche se le tracce di batteria dell'album vennero registrate da Josh Greenbalm). Proprio la conferma di Choy e l'innesto di Emmi spinsero gli Atheist verso questo nuovo stile, visto che a questi due musicisti ormai non importava più nulla del metal.
L'album rappresenta un concept sugli elementi della natura (titoli come "Water", "Air", "Fire" ed "Earth" parlano chiari), con 8 canzoni e 4 intermezzi strumentali. I testi sono dei veri inni alla natura, restano piuttosto ermetici, ma non trattano più le tematiche introspettive dei due album precedenti. La voce di Shaefer è diventata più pulita rispetto al passato, non c'è più nessun tentativo di growlare, ma resta sempre grezza e spesso è urlata. Paradossalmente è la cosa più vicina al metal di tutto l'album.
Tecnicamente è un album ineccepibile, suonato alla grandissima: basta pensare che Shaefer, che non è certo un segaiolo di chitarrista, se ne restava in parte suonando le ritmiche... Il tizio che sale in cattedra e dà spettacolo dall'inizio alla fine è Tony Choy: le sue tracce di basso sono incredibili, dalle parti in slap a quelle latineggianti, non c'è un secondo in cui resti tranquillo. La batteria non fa robe assurde come su UP, ma d'altronde non c'era molta scelta, avendo puntato sul jazz non potevano certo pestare di cattiveria sulle pelli, serviva un accompagnamento raffinato al resto della musica. Le chitarre suonano principalmente delle parti di puro jazz, anche se viene impiegata un po' di distorsione a ricordare che due anni prima erano ancora un gruppo metal. In molti passaggi si sentono influenze provenienti dai generi musicali più disparati, soprattutto la musica spagnola, poi ogni tanto un po' di fusion, e addirittura c'è pure qualche riff metal, hahahaha!
Questo non è certamente un album convenzionale e che segue qualche canone. Basta solo sentirsi "Samba Briza" per rendersene conto: una breve strumentale in cui fondono a perfezione la samba col jazz... Sopra avevo definito l'album come "jazz misto frutta", era una definizione piuttosto cazzona, ma penso che possa rendere bene l'idea. Artisticamente forse è anche superiore ad "Unquestionable Presence", difatti le persone che ascoltano musica a 360° lo ritengono il miglior album degli Atheist. Chi invece ascolta solo metal lo ritiene una gran merda e reputa gli Atheist dei traditori infami. Io ascolto principalmente metal ma non solo, e lo reputo un ottimo album, anche se il mio preferito del gruppo resta "Unquestionable Presence". Consiglio vivamente a chi ascolta anche generi diversi dal metal di cercare questo album, troveranno un'opera di alto valore. Chi invece ascolta solo metal e cerca musica che lo spinga a fare headbanging se ne stia alla larga e lo eviti come la peste, anzi, è meglio se si dimentica dell'esistenza di questo album.
Anche gli Atheist, come i Pestilence ed i Cynic, dopo il loro album del 1993 si sciolsero, proprio perché avevano voluto osare e rompere tutte le barriere. Ed una volta rotto tutto non resta più niente, per alcuni è un bene, per altri un male. Io mi consolo coi DEATH.
(teonzo - Agosto 2002)

Voto: 9


Contatti:
Sito internet: http://www.atheist-music.com/




"Piece Of Time" e' l'album degli Atheist che ascolto di piu' nei miei periodi incazzati. "Unquestionable Presence" in quei momenti (peraltro rari) in cui cerco dalla musica degli stimoli intellettuali piu' che emotivi. "Elements" e' per i miei momenti colorati: quando cerco feeling e feedback a mille direzioni, da musica, persone, letture. Sono i momenti in cui non voglio precludermi niente e non voglio concentrarmi su niente, bensi' aprirmi a sensazioni a 360 gradi. Il disco conclusivo degli Atheist e' un volo spaziale che sorvola la musica dall'alto fottendosene di tutte le barriere: di metal c'e' ben poco, questa e' roba per chi ascolta di tutto a patto che sia roba buona, senza per forza fossilizzarsi nel metal e nei suoi derivati. Choy e' definitivamente nella band e si vede dal fatto che la band ha finito con lo sciogliersi: era uno schema fisso che se Choy suonava in un gruppo, era destino che il gruppo finiva con il disfarsi, forse per colpa delle influenze musicali troppo prive di schemi che condannavano senza scampo all'incomprensione da parte del pubblico e quindi dell'insuccesso commerciale: ascoltare "Samba Briza" per capire cosa intendo. Un vero peccato.
(Mork - Agosto 2002)

Voto: 9



La necessità del grande artista, quella di fregarsene di regole e convenzioni, di mode e di imposizioni d'ogni sorta, per muoversi, liberamente, abbattendo barriere, personali o di genere, allargarsi a ciò che si sente più vicini alla propria sensibilità. E' questo genere di strappo che "Elements" rappresenta, la voglia di sdoganarsi dal metal per approdare nelle praterie jazz, dove l'assenza di regole è un diritto e un dovere. Gli Atheist salutano la compagnia, e si imbarcano nell'ennesima sfortunata avventura di un music business che premiava (e premia) troppo raramente chi mette la qualità (qualunque strada essa prenda) sul carro davanti ai buoi. Un azzardo meraviglioso.
(Orion - Settembre 2002)

Voto: 9



Mmmm, "Elements" mi piace abbastanza, però purtroppo ha delle contaminazioni che risultano totalmente aliene al mio modo di concepire la musica, e sarebbero le svisate samba/latino americane... io odio questo tipo di musica!!!! Dal più profondo del cuore!!!! E badate che ascolto dagli Immortal ai Kraftwerk, dagli Helstar al Jazz anni '50, però la roba latino americana proprio non mi va giù (a parte i culi delle ballerine!). E poi, all'epoca mi aveva scoglionato che non c'era più la metà della formazione originale, e tuttora mi scogliona... boh, quasi non sono più gli Atheist. A parte queste inezie personali, un grande disco, ineccepibile tecnicamente e grandioso dal lato compositivo; ma, affettivamente e in quanto a feeling, lo reputo nettamente inferiore agli altri 2.
(Randolph Carter - Gennaio 2003)

Voto: 8