ANATHEMA
Serenades
Etichetta: Peaceville Records
Anno: 1993
Durata: 65 min
Genere: doom/death metal
Nel l'estate del 1992 gli Anathema, freschi di un contratto con la
Peaceville Records, si chiusero negli Academy Studio per registrare il
materiale del loro primo album. I demo pubblicati dalla band fino ad
allora erano circolati nell'ambiente underground sollevando ottimi
responsi ma, per provare effettivamente il valore della band, non si
poteva fare altro che aspettare il debut album vero e proprio. Il
quintetto di Liverpool partorì durante questa sessioni di registrazioni
un buon numero di brani che, in effetti, costituirono non solo la prima
uscita ufficiale della band - l'EP "The Crestfallen", pubblicato
dall'etichetta allo scopo di testare il mercato con un'uscita meno
impegnativa - ma anche la seconda, ovvero il debut album vero e
proprio, "Serenades", pubblicato nel 1993.
Come ben sa chiunque abbia una certa familiarità con il panorama del
death doom, gli Anathema appartengono, assieme ai Paradise Lost e ai My
Dying Bride, a quella triade portante che ha davvero tracciato i
confini del genere, ergendosi come esempio da seguire per decine e
decine di formazioni venute negli anni successivi. "Serenades", quindi,
si rivela un tassello fondamentale non solo nella discografia degli
Anathema stessi, ma a buona ragione può essere considerato un punto di
svolta storico per la nascita di un genere musicale così diffuso nel
panorama metal degli ultimi quindici anni.
La copertina dell'album si fa subito notare per la sua particolarità:
giocata su toni caldi e desertici, l'immagine vede una figura femminile
avvolta in bende, come una mummia, che regge davanti al volto,
nascondendo il proprio, un teschio di cavallo. Questa copertina,
all'apparenza così strana, in realtà riesce perfettamente a dare corpo
alla proposta musicale della band, che mantiene al suo interno
caratteristiche legate all'arcano e all'antico. Il teschio mostruoso
ben si sposa con le atmosfere funebri dell'album e, in una bizzarra
dicotomia tra amore e morte, si sovrappone ad una figura femminile
sinuosa, che richiama la romantica sensualità spesso collegata a queste
sonorità.
La qualità, inutile dirlo, è molto elevata, benché non manchino alcune
ingenuità più che comprensibili in un gruppo tutto sommato alle prime
armi. L'album si apre alla grande con la meravigliosa "Lovelorn
Rhapsody", che mostra alla perfezione le caratteristiche portanti che
costituiranno il sound degli Anathema in questa prima fase della loro
carriera: il quintetto costruisce brani lenti e funerei; la batteria
scandisce tempi rallentati, con solo delle sporadiche accelerazioni, il
basso di Duncan Patterson pulsa direttamente nelle viscere, mentre le
chitarre dei fratelli Cavanagh dominano la scena con il loro riffing
inquieto, disturbato e granitico. Su tutto si staglia la voce di Darren
White che, con il suo growl profondo e sofferto, racconta storie di
dolore, sofferenza e perdita.
Questa struttura, che col tempo verrà fissata come un vero e proprio
canone estetico all'interno del genere, viene ripresa in alcuni altri
episodi dell'album, come "Sleep In Sanity", "Under A Veil (Of Black
Lace)" e "They (Will Always) Die" (una nuova edizione di "They Die",
brano contenuto nel precedente EP). Benché, come dicevamo, la qualità
in questi brani sia assolutamente elevata, forse è proprio in alcune di
queste composizioni che la band mostra qualche limite compositivo,
costruendo un paio di episodi che, alla lunga, si rivelano un po'
prolissi e, comunque, ben lontani dai fasti che la band riuscirà a
creare nei lavori successivi, soprattutto a livello emozionale.
Se qualche difetto è comunque riscontrabile, allo stesso tempo non
bisogna fare l'errore di rinchiudere il gruppo all'interno di un genere
musicale come il doom/death: fin da questo debutto, infatti, appare
lampante, sebbene in via di definizione, il desiderio della band di
esplorare territori sonori lontani e diversi: oltre ai brani citati,
non mancano anche esperimenti di varia natura che, in maniera più o
meno profonda, incidono sul sound generale della band.
Innanzitutto vale la pena di citare la bellissima "Sweet Tears", un
brano roccioso, stridente, piuttosto diverso da quelli proposti grazie
ad una maggiore aggressività e ad un pregevole gioco di chitarre che
'trascinano' i riff, dando vita ad uno dei brani migliori del lotto.
Ancora più profonde, invece, le differenze contenute in brani come
"J'ai Fait Une Promesse", "Sleepless" e la conclusiva "Dreaming: The
Romance". Il primo brano è un brevissimo bozzetto acustico, cantato
dalla bella voce di Ruth, che già avevamo potuto sentire all'opera in
"Everwake", contenuta in "The Crestfallen": il pezzo, giocato su
leggeri arpeggi di chitarra, si stacca completamente dall'oscura
pesantezza dell'album, anticipando le atmosfere velate ed eteree che
diverranno dominanti nell'evoluzione del sound degli Anathema. Il
secondo pezzo, invece, intitolato "Sleepless", è forse il capolavoro
del disco e, non a caso, l'unico brano che la band continuerà a
proporre dal vivo anche nei periodi più recenti: si tratta di una
pregevolissima composizione in cui la band si lascia ammaliare dalle
atmosfere dei Sisters Of Mercy, cantato da Darren con una voce quasi
pulita e giocato sull'alternanza tra parti arpeggiate e riff sostenuti
che, se non stessimo parlando degli Anathema e di un contesto di questo
genere, potremmo quasi definire catchy. Il terzo brano, invece, è in
definitiva il più difficile ed ostico di tutto il disco: sì, perché a
chiusura di un lavoro che fa della pesantezza elettrica il suo punto di
forza, la band cosa mette? Un brano ambient. Esatto. Una lunghissima,
interminabile composizione onirica (ben 23 minuti!) di solo
sintetizzatore, che si espande su increspature dilatate
all'inverosimile, verso un minimalismo sonoro capace di far affondare
l'ascoltatore in una vera e propria trance ipnotica, in cui tutto
diventa liquido, lontano e silenzioso.
C'è poco altro da aggiungere su questa opera prima degli Anathema:
guardando la tracklist noterete che non ho citato due brani nella mia
trattazione, ovvero "Scars Of The Old Stream" e "Where Shadows Dance",
ma si tratta di due semplici riempitivi, di meno di due minuti, in cui
la band, onestamente, non dà il meglio di sé. Ciò che rimane chiaro,
invece, è l'importanza storica ed artistica di questo lavoro: certo,
come già ho anticipato, gli Anathema saranno capaci di lavori di
caratura anche superiore, in un percorso artistico in continua
espansione, ma certamente è doveroso ascoltare questo lavoro, che
resta, a distanza di tredici anni dalla sua pubblicazione, un pietra
miliare di grande bellezza.
(Danny Boodman - Giugno 2006)
Voto: 8
Contatti:
Sito Anathema: http://www.anathema.ws
Sito Peaceville: http://www.peaceville.com/