ANATHEMA
Eternity

Etichetta: Peaceville Records
Anno: 1996
Durata: 55 min
Genere: doom metal con influenze pinkfloydiane


Nel ripercorrere la storia degli Anathema arriviamo ad un nuovo punto di svolta della band. "The Silent Enigma" era stato un capolavoro, i quattro ragazzi di Liverpool avevano portato il doom metal più oscuro e romantico a vette irripetibili: tentare di ripetere un album di tale portata senza cambiare sarebbe stato impossibile e la band lo sapeva. Fu così che, ancora una volta, il quartetto, più o meno coscientemente, cambiò nuovamente pelle, imboccando la strada che avrebbe portato la band alla sua nuova dimensione artistica. La musica in "Eternity" si fa sempre più eterea e rarefatta, ma questo non significa un abbandono delle atmosfere cupe della band. Al contrario, nonostante il quasi totale abbandono di strutture musicali violente, per non parlare dell'uso del growl completamente assente, il grido della band si fa sempre più disperato, sempre più conscio dell'ineluttabilità della fine, della certezza cosmica della perdita, della sconfitta e dell'abbandono. Eppure... Eppure c'è anche una speranza, una piccola luce alla fine del tutto, un appiglio nel mare in tempesta che rende questo album una sorta di viaggio catartico.
Prima di addentrarci nelle singole composizioni, vale la pena di fare una precisazione a livello di line-up. Benché la formazione ufficiale sia rimasta invariata, tra i crediti dell'album spicca la presenza di un certo Les Smith, personaggio che tutti riconosceranno come l'attuale tastierista della band. Sebbene accreditato solo come session, il buon Les si rivelò di particolare importanza nell'economia dell'album, affiancando Daniel Cavanagh nell'esecuzione e nell'arrangiamento delle parti di tastiera. Curiosamente, nonostante la performance ai limiti della perfezione, questo non portò immediatamente ad un ingresso in pianta stabile nella band, che si concretizzò solo cinque anni dopo, con l'uscita di "A Fine Day To Exit".
Diamo comunque onore a Les Smith, dato che è proprio suo l'arrangiamento del brano di apertura del CD, "Sentient", una breve, intensa, meravigliosa composizione strumentale, in cui il pianoforte e le tastiere di Smith si intrecciano con la chitarra malinconica di Daniel. Lo stile è quanto di più lontano dal metal ci possa essere, con una produzione leggera e fortissimi richiami ai Pink Floyd più eleganti, in particolare nella performance chitarristica, in cui la scuola 'gilmouriana' si fa preponderante.
Dopo questa meravigliosa introduzione, si passa ad un primo brano capolavoro, "Angelica", costruito su delicati arpeggi che sfociano in larghe aperture elettriche. La voce di Vincent in meno di un anno ha fatto passi da gigante a livello di agilità e di espressione, passando senza problemi da tonalità suadenti e tristi a sprazzi di rabbia e disperazione; la chitarra di Daniel imperversa senza sosta, diventando sempre più uno strumento solista, impegnato a creare linee melodiche piuttosto che riff; il basso di Duncan Patterson si conferma il cuore pulsante delle composizioni; mentre la batteria di John Douglas (un po' penalizzata in sede di produzione) riesce a creare ritmiche ricche di dinamica.
Si continua con "The Beloved" e, dio, ma com'è possibile?, un altro capolavoro! La musica cresce di intensità, risvegliando qualche istinto metallico e non sbaglia un colpo. Le chitarre tornano a graffiare in un crescendo pieno di pathos, poi rallenta fino a trasformarsi in un lamento, per poi rianimarsi in una bellissima coda strumentale, dove la chitarra di Danny sibila in scorribande soliste.
Con "Eternity Part I", se possibile, la qualità cresce ancora di più. I ritmi restano sostenuti, la batteria picchia con incedere ipnotico, mentre le tastiere di Les Smith costruiscono orchestrazioni spettrali. La quantità di sfaccettature e di sensazioni evocate lasciano senza fiato. Perdonate l'entusiasmo, ma ascolto questo brano da dieci anni e ancora, anche adesso mentre scrivo queste righe, mi fa venire la pelle d'oca.
Dopo un altro strumentale dal sapore floydiano, "Eternity Part II", si passa a "Hope", una cover di Roy Harper, scritta a quattro mani con David Gilmour in persona. Il pezzo non si discosta poi di molto dall'originale, ma segna ancora una volta la volontà della band di staccarsi dal luogo comune della band metal propriamente detta.
Terminato il 'lato A' dell'album, si continua con "Suicide Veil" che, come si po' intuire dal testo, è uno dei pezzi più cupi del disco: i tempi rallentano nuovamente, riesplorando le sonorità doom dei precedenti lavori, pur senza la pesantezza delle chitarre distorte. Ancora una volta un plauso al lavoro alle tastiere del chitarrista e di Les Smith, capaci di creare orchestrazioni mai invadenti, ma sempre avvolgenti ed affascinanti. Con "Radiance", invece, la band sembra 'finalmente' riuscire a non centrare in pieno l'obbiettivo! Lo so, sembra paradossale, ma dopo questa sequenza di brani perfetti, quasi ci vuole un brano meno riuscito! Non che sia brutto, per carità, ma ancora una volta la band pecca nel rallentare troppo i tempi, creando un brano che vorrebbe essere drammatico e invece lascia un po' indifferenti.
Fortuna che "Far Away" arriva a spazzare via ogni incertezza, con un Vinnie sugli scudi a urlare l'angoscioso lamento del ritornello, mentre il basso di Patterson sottolinea ogni sfaccettatura con il suo timbro profondo. A questo proposito vale la pena ricordare come Duncan sia uno di quei bassisti dotati di un tocco personalissimo, capace di non svolgere semplicemente il ruolo di accompagnamento, ma di diventare protagonista quanto ogni altro strumento. Dopo la carica di "Far Away" è la volta di "Eternity Part III", in cui ancora fanno capolino le sonorità più doom della band, che poi sfociano in una esplosione elettrica e in una fuga finale sostenuta e aggressiva, e di "Cries On The Wind", un brano in cui a farla da padrone è ancora il basso di Patterson, mentre Vinnie si lancia in una interpretazione ubriaca piena di disperazione.
E arriviamo alla fine dell'album, pronti ad essere congedati dalle note di "Ascension", un brano strumentale estremamente comunicativo in cui il titolo rappresenta alla perfezione il mood generale: dopo aver attraversato tante sofferenze, essere stati testimoni di tanto dolore, le parole cessano di esistere; rimane solo la musica a rapirci e farci 'ascendere' a cieli più alti e puri. La musica inizia con un sostenuto incedere elettrico e poi lentamente sfuma in un etereo pianoforte, chiudendo l'album così come era iniziato.
Ancora una volta gli Anathema sfornano un capolavoro, per molti versi sottovalutato, dato che si trova in mezzo tra il meglio della loro produzione doom metal ("The Silent Enigma") e l'album della svolta definitiva ("Alternative 4"); ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un gioiello da custodire gelosamente, un album unico anche nella produzione della band che sotto determinati aspetti non è più stato eguagliato.
(Danny Boodman - Luglio 2006)

Voto: 10


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