ANATHEMA
Alternative 4

Etichetta: Peaceville Records
Anno: 1998
Durata: 45 min
Genere: indefinibile


Fino al 1998, anno di uscita di "Alternative 4", quando mi ritrovavo tra le mani un nuovo album degli Anathema, riuscivo sempre a sentire tra le note la loro classica impronta, benché il sound fosse mutato notevolmente negli anni. Quando, invece, mi ritrovai ad ascoltare per la prima volta "Alternative 4", rimasi letteralmente a bocca aperta. Cosa diavolo era successo a una delle mie band preferite? Lo ammetto, all'inizio quest'album non mi aveva convinto... Invece adesso, dopo otto anni di ascolti, lo posso dire tranquillamente: "Alternative 4" è l'album migliore degli Anathema. Punto. Lo so, ho già dato due 10 agli Anathema... ma questo lavoro davvero ha un qualcosa di inarrivabile.
Ma andiamo con ordine. La prima cosa da dire è che, dopo qualche anno di tranquillità, si assiste ad un nuovo assestamento della line-up: il batterista John Douglas, infatti, viene allontanato dalla band, soprattutto per dissapori interni con gli altri membri della band, e rimpiazzato con Shaun Steels, attualmente in forza nei My Dying Bride. Il nuovo innesto si rivela forse più quadrato rispetto al suo estroso predecessore, ma anche più preciso e potente, riuscendo quindi a non risultare fuori posto.
Ma arriviamo finalmente a parlare di "Alternative 4": con quest'album la band si stacca definitivamente da quelle sonorità che hanno caratterizzato la loro carriera fino a questo punto, spostandosi verso sonorità da un certo punto di vista più accessibili, ma anche più complesse e studiate. Già a livello grafico lo stacco con la precedente produzione è netto: è vero che compare ancora una volta un angelo (una sorta di immagine-totem per la band), ma il tutto riletto con un piglio moderno e inquietante. Giocata tutta su toni bianchi, la copertina ritrae un angelo che, però, ha una faccia tonda a specchio, come i caschi degli astronauti.
La produzione ad opera di Kit Wolven, allo stesso modo, è assolutamente perfetta, e rende nitido e cristallino ogni strumento, con un suono profondo ed equilibrato.
E la musica? Beh, la musica lascia semplicemente senza parole... Si parte con un sussurro, "Shroud Of False", un brano brevissimo introdotto dal pianoforte di Danny (Les Smith non compare in quest'album, lasciando il compito di suonare le tastiere a Daniel e Duncan) che con poche note minimali e ricche di significato, accompagna una brevissima riflessione sulla fragilità umana, che si conclude con il desiderio di restare ignari di fronte a tale triste verità: "we are just a moment in time, a blink of an eye, a dream for the blind, visions from a dying brain. I hope you don't understand". Il brano, semplice e delicato, ha un sussulto elettrico sul finale e poi si dissolve in "Fragile Dreams", un bellissimo brano elettrico in cui melodia e tristezza si fondono ad una scarica di adrenalina. Impossibile definire il genere musicale: ci sono accenni gothic metal, dark, influenze pinkfloydiane... la musica degli Anathema, in questo disco, supera le barriere dei generi e, semplicemente, rivela la sua essenza.
Il ritmo cresce ulteriormente con "Empty", un up-tempo che, se non stessimo parlando degli Anathema, definirei catchy: la melodia e l'energia fanno da padrone nei tre minuti del brano, con solo un breve stacco di pianoforte a spezzare il ritmo. Il testo, bellissimo, è una disperata dichiarazione di rinuncia da parte di un uomo vuoto, tradito e pugnalato alle spalle, a cui non resta niente se non la morte. Un contrasto ancora più marcato se rapportato invece alla vitalità rabbiosa della musica.
Con "Lost Control", invece, il ritmo cala e gli Anathema firmano un ennesimo capolavoro. Un brano cullante, giocato sul pianoforte e sulle sonorità acustiche nella prima parte, che poi esplode in una spirale elettrica in cui fa capolino uno straziante violino. Inutile cercare di descrivere il tutto a parole: va ascoltato. Un brano intenso, perfetto, che mostra tutto il dolore di un animo tormentato come quello di Duncan Patterson, autore di testo e musica. A questo proposito vale la pena sottolineare come in quest'album i brani vengano sempre accreditati ad un unico autore, principalmente Danny e Duncan, con un unico pezzo firmato da Vincent: la cosa, che potrebbe sembrare di poca importanza, acquista un valore aggiunto quando si inizia ad avvertire la personalità dei singoli autori, che 'viene fuori' dalla musica.
L'album continua con "Re-Connect", l'unico contributo compositivo di Vincent: partendo dal presupposto che si tratta comunque di un ottimo brano, bisogna dire che il buon Vinnie, pur essendo un ottimo interprete, non raggiunge la grandezza del fratello e di Patterson come autore. Il suo brano, leggermente più metallico degli altri, convince in pieno, ma non lascia estasiati come gli altri.
Tocca nuovamente a Daniel guidarci nel suo universo quietamente malinconico con "Inner Silence". Come per il brano iniziale, anche in questo caso abbiamo un delicato inizio di pianoforte, che sfocia in un docle pezzo elettrico sulla morte delle persone più care. La batteria di Shaun mima il battito di un cuore e, mentre tutti gli strumenti tacciono, continua a battere, sempre più piano fino a scomparire.
Arriviamo finalmente alla title-track e qui, davvero, non ce n'è per nessuno: ancora una volta Patterson si supera e crea un brano gelido, cerebrale, spaziale, lisergico. Vincent si lancia in una meravigliosa prova tra dolore e follia, Duncan sottolinea il tutto con il suo solito eccellente lavoro di basso, mentre tappeti di tastiera portano l'ascoltatore direttamente negli abissi più gelidi del cosmo, per cercare quella 'alternativa n°4' che dà il titolo al pezzo. Si dice, infatti, che con il mondo sempre più indirizzato verso l'autodistruzione, alcuni scienziati abbiano elaborato una teoria per cui esisterebbero solo tre alternative alla morte del pianeta. Patterson, con la sua lucida coscienza della fine, sottolinea la sua quarta alternativa, un olocausto finale, in cui l'umanità si spegnerà definitivamente. Il brano cresce, tra squarci elettrici e urla tribali, fino alla sua conclusione sfumata, che ci lascia con un senso di vuoto davvero unico. Un capolavoro.
A conferma dell'incredibile eclettismo raggiunto dalla band, troviamo la bella "Regret", un brano arioso scritto da Danny che tra sonorità semi-acustiche e momenti più sostenuto, sfoggia addirittura un organo hammond (un hammond??? Gli Anathema???). Un brano pregevolissimo che, per qualche motivo, la band snobba immancabilmente in sede live. Con "Feel", invece, Duncan firma il suo unico mezzo passo falso, per un brano piacevole ma lontano dagli standard di eccellenza assoluta a cui ci ha abituato fino ad ora. Poco male, perché il bassista si rifà immediatamente con "Destiny", un breve brano in cui un dolcissimo arpeggio culla l'ascoltatore in una sorta di ninnananna. Lo stesso Patterson rimase così soddisfatto da questo giro di note, che decise di riutilizzarlo anche nel primo disco degli Antimatter, dilatandolo nella lunga "Going Nowhere".
Insomma, come dicevo in apertura, poche storie: questo disco è un capolavoro, una vetta che la band non riuscirà più a raggiungere, complice anche l'abbandono di Duncan Patterson, un pilastro insostituibile la cui assenza peserà parecchio sull'economia del gruppo. Ci saranno ancora grandi album, non c'è che dire... ma la vera magia resterà per sempre tra i solchi di "Alternative 4".
(Danny Boodman - Luglio 2006)

Voto: 10


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