AMANTYDE
Leavit All Behind

Etichetta: autoprodotto
Anno: 2006
Durata: 29 min
Genere: crossover


Ho avuto modo di ascoltare, recensire e soprattutto apprezzare il precedente promo "Aurora" dei trevigiani Amantyde, ed eccoli, come promesso, uscire a pochi mesi di distanza con questo nuovo full-length album: "Leavit All Behind". Innanzitutto nota di merito per la copertina, stupenda! Un malinconico pupazzo, dalle vesti sgualcite, scapigliato, triste, che galleggia lentamente su immobili ed anonime acque; con l'azzurro, il blu e tutte le sue tonalità a far da sfondo all'intero booklet, corredato di foto e testi. Non c'è che dire, dal punto di vista grafico e di presentazione le cose sono state fatte in grande e visto che molte volte è il primo impatto quello che conta i nostri se la giocano subito alla meglio. Ben fatto.
L'album è composto da sei pezzi, di cui ben tre facenti parte del promo precedente. Ad aprire le danze con il giusto piglio e la giusta carica ecco "Rebirth In Ice": il suono di acque in movimento, brevi inserti synth, fungono da breve introduzione; le chitarre sono corpose, pesanti, graffianti, dall'incedere cadenzato e martellante; la voce di Nicky, colpisce all'istante, ricca di convinzione, rabbia, impeto e dalla sentita interpretazione. Grossi passi in avanti sono stati compiuti a mio parere dalla versione precedentemente presentata, il tutto ha maggior groove compositivo, risulta tutto più compatto e performante. Da segnalare inoltre l'ottimo solo di Randy alle chitarre, nitido, ispirato, dalle fosche reminescenze hard rock, in linea con le melodie principali ed in pieno contesto emotivo. Buon primo pezzo.
"Leavit All Behind", secondo pezzo e title-track, parte subito alla grande: chitarre robuste, taglienti, basso martellante ed incisivo, ritmica lievemente spezzata, con le vocals di Nicky sempre in primo piano, convinte, ruvide e sentite. La decisa apertura melodica dei ritornelli dona al tutto una maggior incisività, giocando molto su chitarre lasciate andare e su cantati più puliti, doppiati da vocals distorte ed arrabbiate, la cui contrapposizione dona al tutto una maggior particolarità. Numerosi, lungo tutto il brano, i cambi di ritmo e gli stacchi, il tutto compiuto con semplicità e precisione, capaci quindi di donare ancor più fluidità al brano. Da notare ancora una volta come la vocalist riesca a cambiare registro interpretativo più volte nell'arco dell'intero pezzo, passando agevolmente da cantati più convinti, rabbiosi, leggermente distorti ad altri ancor più sentiti, decisamente più melodici e puliti; non disprezzando poi l'utilizzo di screaming ancor più taglienti ed incazzate come appoggio sui ritornelli. Brava.
Il brano che segue, "Fallen Desires", è il secondo pezzo inedito che ho l'occasione di ascoltare; una lunga e piacevole ballad semi-acustica, imperniata inizialmente sulla sola voce e sulla chitarra acustica per poi sfociare successivamente su sonorità più distorte e corpose, creando un pregevole crescendo emotivo. Ancora una volta colpiscono in maniera decisiva la registrazione, in primis, nitida, pulita, con tutti gli strumenti e la voce in primo piano ed al proprio posto, e la buona vena compositiva degli Amantyde, autori di una power-ballad dai toni non melensi o faciloni, come spesso purtroppo accade, ma freschi e pieni di groove; dalle facili soluzioni melodiche e compositive, certo, ma dal forte piglio emozionale.
Un muro di suono apre "Spitfire", pezzo leggermente più movimentato, con le strofe in mid-tempo, sostenute e spezzate; il brano rallenta bruscamente sui ritornelli, dove lunghe e sospese note di chitarra appoggiano i cantati di Nicky, doppiata nell'occasione da vocals maschili; dopo un breve stacco pulito e semi-acustico il brano acquista velocità, impeto e rabbia, andando a concludersi in doppia cassa e ritmica devastante.
"Dust Childhood", era già presente su "Aurora" e come per "Rebirth In Ice" bisogna riconoscere tutto il lavoro fatto dai nostri per aumentarne la personalità ed il groove, ed anche in questo caso il risultato è ottimo; chitarre molto nu-metal, pesanti e spezzate, basso martellante a mantenere sempre alto il ritmo e vocals convinte e varie.
Buonissimo il lavoro di Randy alle chitarre, autore di ritmiche sempre varie e dai continui cambi, che molto spesso mi riportano alla mente sonorità tipiche del nuovo rock-metal americano, che tanto va per la maggiore negli ultimi tempi e quindi gruppi come Drowning Pool, Soil, Default e tanti altri ancora. Un buon metal moderno a tratti rockeggiante, che non disdegna tingersi di spruzzi nu o vaghe soluzioni thrash.
Il brano che chiude questo buon lavoro è "Rockin'Fuckin'Roll"; il caldo ed inconfondibile rombare delle Harley dà il via alle danze; puro hard rock allo stato puro, ne più ne meno, saltellante, spigliato a tratti accattivante, con le chitarre in primissimo piano, pulite, convinte, dal tratto deciso e tecnicamente ineccepibile. Brano questo che, soprattutto in sede live, non potrà far altro che far smuovere qualche testa e creare il giusto scompiglio tra la folla.
Già "Aurora" mi aveva convinto favorevolmente sulle potenzialità espresse dagli Amantyde, lavoro che lasciava dietro di se molte aspettative, che poi oggi, con questo "Leaving All Behind", sono state a pieno confermate e raggiunte. Un ulteriore e decisivo salto di qualità è stato compiuto dai nostri sia in fase di registrazione, davvero ottima, pulita, nitida e dalle calde sonorità, sia in fase compositiva; sia i brani vecchi, qui riproposti, che quelli nuovi posseggono sicuramente un appeal maggiore, una maggior convinzione ed un giusto groove, palese è infatti, all'ascolto, il grande affiatamento tra tutti gli strumenti e la voce, fatto questo che dona un maggior slancio al tutto ed una piacevole attitudine in your face. La voce di Nicky ha acquistato maggior corpo e personalità, variando più volte, all'interno dello stesso brano, registro e linee melodiche, senza mai accusare cali di tensione o di appoggio. Se dovessi accomunare gli Amantyde a gruppi di calibro superiore e di maggior caratura internazionale non potrei far altro che accostarli ai Tura Satana, ora My Ruin, agli italianissimi Exilia ed in qualche frangente ai più violenti Otep.
In definitiva quindi un altro passo in avanti è stato fatto, senza dimenticare però che la strada è ancora lunga ed è bene non dormire sugli allori. Buone recensioni arriveranno, sarà buonissima l'accoglienza del pubblico ed i nostri forse riusciranno a venir fuori prepotentemente dal grande calderone dell'underground, o almeno gli auguro; ma il lavoro da fare sarà sempre molto e le difficoltà numerose, quindi è bene non lasciarsi niente dietro ma è bene, anche, guardare con giusta cautela al futuro, sicuramente roseo per i nostri.
(Pasa - Marzo 2007)

Voto: 7.5


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