Arpia
(Danny Boodman - Novembre 2006)
Dopo l'uscita di un gioiello del prog rock italiano come "Terramare",
ho avuto il piacere di intervistare Leonardo Bonetti, voce, chitarra e
tastiere degli Arpia, che si rivela un interlocutore davvero
disponibile e profondo. A lui la parola.
Cominciamo subito presentando un po' la band e la vostra storia ai nostri lettori: raccontaci un po' il percorso degli Arpia.
Gli Arpia sono nati nel 1984 con una attenzione particolare ai testi e
ai rapporti tra musica e letteratura. Nei primissimi anni avevamo
un'ossessione filosofica ed esistenziale che segnerà in modo prepotente
il nostro primo demo tape uscito nel 1987: "De Lusioni". Il tema era
quello della "distruzione delle illusioni", da qui, etimologicamente,
il senso del titolo.
Mentre registravamo il primo demo già eravamo in piena fase
compositiva, infatti l'anno dopo uscì il nostro secondo "Resurrezione e
Metamorfosi", un manifesto in forma di suite sulla trasformazione e
sulla discesa dai toni filosofici a quelli lirici che è evidente nel
passaggio dal primo al secondo lavoro.
Gli anni seguenti videro l'uscita nel '90 di "Bianco Zero", lavoro
in cui il trapasso dai temi lirici a quelli di un maggiore rapporto con
la realtà veniva fotografato nel suo divenire. Questo processo
continuerà nell'EP su vinile del 1993 "Ragazzo Rosso" e "Idolo E Crine"
e si farà sempre più determinato ed evidente con l'uscita di
"Liberazione", il nostro primo CD, nel 1995.
Nella prima parte della vostra carriera, ho letto che utilizzavate una
forma espressiva vicina al teatro. Vuoi parlarci di quel periodo?
In occasione dell'uscita di "Resurrezione" prese corpo un vero e
proprio spettacolo bifronte, teatro e musica, che vide la luce in un
paio di teatri romani nel corso del 1988. Era il nostro primo
esperimento di contaminazione tra le due forme artistiche. Da questo
momento sempre di più scorgevamo i legami che erano insiti anche
all'interno della nostra musica tra i due linguaggi e prendevamo
consapevolezza di quanto gli intrecci tra rappresentazione e "canto"
potessero essere ricchi di conseguenze estetiche ed espressive
all'interno del nostro progetto. Gli esperimenti quindi si susseguirono
con equilibri via via diversi tra i due poli e continuano tuttora, in
quanto proprio con l'uscita di "Terramare" abbiamo allestito un nuovo
spettacolo in cui, stavolta, i rapporti tra il recitativo e la musica
hanno un sapore più vicino alla prosa che all'avanguardia.
Poi, però, tornaste alla forma più "consueta", ma non banale, della canzone. Da cosa nacque questo cambiamento?
E' vero. A partire da "Bianco Zero" le strutture complesse e
articolate delle nostre prime composizioni si sono diluite sempre più
fino ad arrivare ad una vera e propria rivisitazione della forma
"canzone". In realtà credo che anche quando utilizziamo le forme più
semplici della tradizione adoperiamo sempre formule e ritmi compositivi
che tendono a modificarne i rapporti tipici. In particolare i
ritornelli, parti tipiche e riconoscibili della canzone, vengono
inseriti in un contesto strutturale che solo apparentemente mantiene la
simmetricità tipica di questa tipologia. Inoltre le strofe assumono
dimensioni abnormi o eccessivamente tronche, si sviluppano al di fuori
dello schema "in quattro", si rincorrono e si compenetrano o, infine,
si spezzano e confliggono tra loro. Questo, ci tengo a precisarlo, non
è mai un "metodo sistematico", ma semplicemente un approccio che
definirei "ludico" e che ci spinge, sempre, a "giocare" con gli
elementi della composizione. Il fatto è che questo "gioco" è
maledettamente serio, basta sentire il disco per rendersene conto.
Per quello che riguarda i motivi di questo percorso credo che sia
da ricercare in un rapporto sempre più stretto con il reale e la sua
complessità nel corso degli anni. Insomma, all'inizio il nostro era uno
sguardo sul mondo dall'alto di una visione filosofica. In quel senso le
strutture della canzone erano inservibili e ci trovavamo a sperimentare
in un senso più strutturale, con composizioni lunghe e a blocchi, dove
i ritornelli non avevano diritto di esistenza e regnava su tutto la
strofa più o meno articolata. Nel corso degli anni l'osservazione della
realtà s'è fatta più ravvicinata, fino ad arrivare ad un vero e proprio
ingrandimento nei dettagli. Così la canzone ha rappresentato il modo
più naturale per avvicinarsi alla realtà nelle sue forme più popolari
ed elementari, quasi fosse la forma atomistica entro cui operare le
alchimie della composizione in un ambiente "piccolo", al cui interno
erano possibili le articolazioni più complesse e "irregolari" che si
potessero immaginare. Il fatto è che si possono scorgere solo al
microscopio e non si fanno notare: se questo riesce è compiuto il
miracolo della "canzone".
Arriviamo così a Terramare: nella biografia
che accompagnava il promo siete stati chiarissimi, ma a favore dei
nostri lettori, potresti sintetizzare il percorso musicale e testuale
che c'è dietro a "Terramare"?
Su "Terramare" si può dire innanzitutto che è un disco che "apre" a
tematiche sinora improponibili per il gruppo: parlare di amore per chi
aveva fatto finora un segno di riconoscimento le pesanti ambientazioni
ossessive ed oniriche è stata sicuramente una sfida creativa. La sfida
fondamentalmente era dimostrare che la nostra musica era in grado di
esprimere anche tematiche proprie di forme artistiche più "leggere".
In questo disco siamo arrivati a recuperare un rapporto anche con
soluzioni che finora non avevamo mai tentato: mi riferisco soprattutto
all'utilizzo dell'armonia in modo più accentuato e con riferimenti non
certo nascosti ad ambientazioni e tradizioni storiche tipicamente
italiane.
A proposito dei testi: il disco è una sorta di
"concepì" sul tema della sessualità e sull'esperienza erotica. Cosa
puoi dirmi a questo proposito?
"Terramare" è una linea orizzontale che coniuga il maschile e il
femminile del mondo, nei suoi approcci, nei suoi scontri, nelle sue
lontananze. Terra e mare rappresentavano bene, secondo la nostra
sensibilità, questo rapporto tra ciò che si muove, arriva e ritorna da
una parte e ciò che è statico dall'altra; non volevamo rappresentare in
maniera schematica i sessi, ma solo le dinamiche interne al rapporto
amoroso. In più ciò che ci affascinava dell'Eros come luce del mondo,
era la carnalità e l'irrazionalità congiunte in un abbraccio che
comprendeva ogni aspetto del reale.
Nella biografia ci tenete a sottolineare che
Terramare non ha niente a che vedere con il divino. Che, al massimo, ci
può essere qualche riferimento alle divinità naturalistiche. Come mai
questa precisazione?
E' uno degli elementi che, dal punto di vista concettuale, più
legano il nuovo lavoro ai più vecchi: il disegno filosofico in cui non
c'è spazio per il trascendente. Questo era il tema di "De Lusioni",
l'assenza di dio, la tragedia dell'uomo nel mondo, l'inconcepibile,
terrificante "orizzonte basso" cui può accedere, la fragilità e
l'inguaribile inadeguatezza, la sorda, immedicata pena che gli suona
dentro. Su questo si innesta, in "Terramare", il "genio" dell'Eros, una
specie di divinità dionisiaca che sprigiona una energia immotivata
nelle cose, senza scopo se non quello di far incontrare o scontrare le
polarità per riprodurle all'infinito con furia moltiplicativa. Da
questo punto di vista, al contrario che in "Resurrezione e
Metamorfosi", dove la metafora religiosa era tutta interna al
cristianesimo nei suoi aspetti di più oscura e irrazionale tensione al
dolore come sacrificio che rinnova, in "Terramare" prevale il
riferimento al mondo classico, dove le divinità sono del tutto prive
dei pesanti retaggi che impedivano il dispiegamento libero della
sessualità. Vivevano esse, infatti, più sui monti che nei cieli, erano
manifestazioni vitali di un mondo naturale e primitivo, prive di
preoccupazioni moralistiche.
Molti testi contengono versi di poeti del '200. Come mai questa scelta?
E' una scelta che riproduce le dinamiche erotiche nel tempo e nella
tradizione, alla ricerca di quella naturalezza che rappresenta una
delle polarità che si rintracciano nel disco. L'altra è certamente
quella moderna e senza fronzoli che emerge in più brani, come, ad
esempio, in "Metrò" o, seppur celata in una struttura più complessa, in
"Luminosa" o in "Libera". Il viaggio nel tempo tocca, comunque, sempre
una poesia "popolare" e concreta, seppur rivisitata a volte da poeti
colti e sfiora solo con gli episodi di Cavalcanti e di Tasso la
sensibilità "borghese" e "aristocratica" come elemento di sutura e di
passaggio con la contemporaneità.
L'uso della lingua italiana spesso viene visto
come una specie di "suicidio commerciale". Personalmente credo che nel
vostro caso sia una scelta azzeccatissima. Cosa ne pensi?
Sono contento che tu la pensi così. Per fortuna ormai sono in pochi
ad avere una pregiudiziale nei confronti dei gruppi che cantano in
italiano, ma ricordo che alla metà degli anni Ottanta ci consideravano
pazzi perché credevano che la lingua fosse l'ostacolo più grande per
raggiungere una maggiore diffusione. In realtà era un equivoco
abbastanza grossolano. Capisco che la barriera linguistica possa
rappresentare a volte un problema, ma solo di comunicazione. Per quello
che riguarda invece il livello espressivo credo che non sia possibile
elaborare un progetto come il nostro senza avere lo strumento
linguistico "materno" a disposizione.
Tornando alla musica, invece, quali sono le vostre influenze?
Non lo so. Posso solo dirti che ci siamo formati con gli echi e la
nostalgia della grande musica degli anni Settanta (Van Der Graaf
Generator, Pink Floyd, Genesis) e con i primi gruppi della NWOBHM
(Maiden di Iron Maiden e Killers). Poi i Metallica, i Radiohead ecc.
Però credo che ciò che tutti riconoscono ad Arpia, cioè la sua
originalità nel panorama odierno, venga dal percorso tutto nostro che
abbiamo sviluppato nel tempo e che, pur risentendo sicuramente delle
influenze esterne, ci rende fondamentalmente "diversi".
Mi pare che nel disco utilizziate non solo la
lingua italiana, ma anche la musicalità che è propria della nostra
tradizione. Non c'è esterofilia nel vostro sound. Sei d'accordo?
Sì. Sicuramente in "Terramare" sono presenti forti riferimenti ad
una musicalità tipicamente italiana, sia dal punto di vista melodico
che armonico. Penso soprattutto a brani come "Rosa" e "Luminosa".
Girando in rete mi è parso di vedere un'ottima accoglienza ovunque per il vostro disco. Siete soddisfatti?
Sì. Siamo molto soddisfatti e, se devo essere sincero, non mi
aspettavo questa accoglienza così positiva. Probabilmente c'è in giro
più bisogno di musica come la nostra. Non posso che esserne contento.
Cos'altro dobbiamo aspettarci dal futuro degli Arpia?
Siamo impegnati nella promozione del disco ma speriamo di poter
presto tornare in studio a registrare qualcosa di nuovo. Abbiamo già
qualche progetto in cantiere.
Sul versante concerti c'è qualche opportunità?
Per quello che riguarda i concerti la situazione è abbastanza
problematica in quanto non ci sono molti spazi per gruppi come il
nostro. C'è la tendenza a privilegiare i tributi o le cover band e, in
più, la nostra forma concerto, molto particolare, ha bisogno di spazi
adeguati per l'allestimento. Comunque qualche spettacolo andrà
sicuramente in porto all'inizio del 2007 a Roma.
Bene, è tutto. Lascio a te la conclusione.
Per concludere non posso che ringraziare te e tutta la redazione
per lo spazio che ci avete dato e per l'apertura e la sensibilità
dimostrate nei confronti di un progetto "difficile" come Arpia. Un
grazie inoltre a tutti quelli che avranno la pazienza di dedicare il
loro tempo all'ascolto di "Terramare".
Sito internet: http://www.arpia.info/